Lazzeruolo

Crataegus_azarolus

Il lazzeruolo (o azzeruolo), Crataegus azarolus L., è un arbusto che può diventare anche un albero della famiglia delle Rosaceae. Può arrivare fino a 80 metri.
È simile al biancospino comune, Crataegus monogyna (nella varietà selvatica, i cui frutti hanno solo un nocciolo), ma con rami e foglie giovani più pelosi.

I fiori, riuniti in infiorescenza a corimbo, presentano cinque petali bianchi subrotondi, inseriti alternativamente ai sepali del calice; numerosi stami, ovario infero con cinque carpelli saldati insieme e uno o due stili. Fiorisce in aprile e maggio.

Il frutto è un pomo carnoso di due o quattro centimetri, di sapore asprigno simile a quello delle nespole e di colore bruno-giallastro.

Le foglie caduche sono semplici, con breve picciolo e stipole persistenti. Il lembo lobato è di forma pressoché triangolare.

Vive naturalizzato, e talora anche coltivato, presso gli orti. In Puglia è spesso spontaneo.

Chiamato anche azarolo, azzeruolo, biancospino lazzarolo, lazzaruolo, pomo imperiale, razzerolo, roselline (il frutto), rosselle, tricocco; il nome deriva dall’arabo az-zu’rura.

Il lazzeruolo, forse originario dell’isola di Creta, è inselvatichito dopo essere stato per secoli coltivato per i suoi frutti.
Nel linguaggio dei fiori significa accordi, concerti, perché con il suo legno si costruivano diversi strumenti musicali.
È arbusto decorativo per le foglie, i fiori e i frutti. Dei frutti, che si possono mangiare freschi o in gelatina, esistono due varietà: una gialla molto saporita e una arancione, meno profumata.
In altri tempi se ne ricavava un vino usato per distillare acquavite.
In Francia, con i frutti arancioni, più grossi di quelli del biancospino, si prepara ancor oggi un liquore, simile al sidro di pere, detto Poires d’oiseauPoires à bon Dieu.

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Ricette

Lazzeruole in gelatina
Ingredienti: un kg. di lazzeruole; limone; zucchero
Procedimento: cuocere in un tegame le lazzeruole con poca acqua fino a spappolarle; versare su un telo sottile, filtrare, raccogliere il liquido e mischiarlo con uguale quantità di zucchero e il succo di mezzo limone.
Cuocere lentamente schiumando e mescolando finché la gelatina velerà il cucchiaio.
Versare in vasetti sterilizzati a chiusura ermetica da tenere capovolti per il sottovuoto.

Lazzeruole sotto spirito
Ingredienti: 500 grammi di lazzeruole; limone; 200 grammi di zucchero; un pezzettino di cannella o di radice di erba benedetta; 400 ml. di alcol
Procedimento: coprire di alcol, in un vaso a chiusura ermetica, le lazzeruole; aggiungere lo zucchero, un pezzettino di cannella o erba benedetta e la buccia di un limone. Consumare dopo almeno un mese.

Lazzeruole sciroppate
Ingredienti: un kg. di lazzeruole; 800 grammi di zucchero; 700 ml. d’acqua; liquore all’anice
Procedimento: lessare nell’acqua per dieci minuti le lazzeruole con tutto il peduncolo, scolarle conservando l’acqua. Estrarre i semi dalla parte del fiore lasciando il peduncolo.
Bollire l’acqua con lo zucchero e immergere i frutti facendoli cuocere fino a quando il liquido non si sciroppa. Conservare in vasetti insieme al loro liquido e profumarle con liquore all’anice.

Marmellata di lazzeruole
Ingredienti: un kg. di lazzeruole; 600 grammi di zucchero; 500 ml. d’acqua
Procedimento: cuocere le lazzeruole nell’acqua per una mezz’oretta e setacciarle. Unire alla polpa ricavata lo zucchero e cuocere per circa un’ora rigirando spesso fino alla consistenza desiderata.
La marmellata, da usare almeno dopo due mesi, si conserva in barattoli sterilizzati a chiusura ermetica e sottovuoto.

Bellavedova

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La Hermodactylus tuberosus (L.) Salisb., con la nuova nomenclatura semplicemente Iris tuberosa L., è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Iridacee, con rizoma orizzontale e tubercoli allungati.
Il fusto, portante il fiore, è eretto e cilindrico.
I fiori sono unici, avvolti alla base della spata, con i tepali esterni di color bruno e più chiari ai bordi.
I tepali interni sono di colore verde-giallastro. Fiorisce in febbraio e marzo.
I frutti sono capsule derivate da un ovario uniloculare.
Le foglie inferiori sono lanceolate e decolorate, le altre sono verdi e lunghe qualche decimetro.

Viene utilizzato come antidiarroico, antinfiammatorio, astringente e vulnerario.

In Puglia, dove è sempre stato utilizzato e dove ancor oggi cresce fiorente, viene chiamato bocca di lupo, ermodattilo vero, iride vellutata, iride verde pavonazza, o più comunemente bellavedova. In dialetto, nel leccese “pete te quarantána”, a Martina Franca “pèr de quaranten”, a Ceglie Messapica “vóngol de Quarémma”.

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Il nome ermodattilo significa dita di Ermes, ed è suggerito dalla forma dell’apparato radicale costituito da un rizoma quasi orizzontale con tubercoli allungati disposti a ventaglio come le dita di una mano.

La bellavedova ha un brevissimo periodo di fioritura, tra febbraio e marzo.
Il fiore si mangia al naturale: insieme al rizoma, nell’area in particolare di Martina Franca, si consuma durante la Quaresima.

Comunissima nelle radure delle macchie salentine, fin sulle spiagge, un’altra iridacea è Iris sisyrinchium L., giaggiolo dei poveretti, castagnola, i cui bulbi si usano lessati e per condimento come il rizoma dell’Iris germanica L., giaggiolo, iride pavonazza, giglio di santa Caterina, esattamente come nel nord Italia il giglio martagone.

In inglese viene chiamato “iris dalla testa di serpente” (Snake’s-Head iris) o Velluto Fior di Luce (Velvet Fleur-de-Luce).