Tasso (Taxus baccata L.)

Tasso – Taxus baccata L.
Il tasso, in gergo, è chiamato “albero della morte”.

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Il principio attivo responsabile della tossicità di rami, foglie e semi, in cui è presente in percentuale variabile, è un alcaloide, la tassina: ha effetto narcotico e paralizzante sull’uomo e su molti animali domestici. È contenuto in percentuale maggiore nelle foglie vecchie.

Il tasso è una tra le piante più tossiche presenti sul territorio italiano. Diversi sono i principi attivi in esso contenuti, oltre alla tassina dalla potente azione cardiotossica: l’olio di tasso, una sostanza fortemente irritante, e altri principi attivi tra cui l’efedrina.
Tutte le parti della pianta sono tossiche ad eccezione dell’arillo e il loro grado di tossicità varia a seconda della stagione, del sesso della pianta e della sua età. Anche processi denaturanti, come l’essiccazione e la disidratazione, non diminuiscono il suo potere tossico.

La sintomatologia dopo aver mangiato il tasso riguarda l’apparato gastroenterico con forti dolori colici, diarrea e vomito; l’apparato cardiocircolatorio, con vasodilatazione periferica, diminuzione della frequenza cardiaca e diminuzione dell’intensità del polso periferico; la vasodilatazione porta anche a ipotermia; l’apparato respiratorio: le alterazioni vasodinamiche che si creano portano il soggetto ad avere un ridotto afflusso ematico a livello polmonare con sintomi come dispnea, atteggiamento a “fame d’aria”, polipnea.
Sono particolarmente colpite le specie più sensibili, in particolare il cavallo.
Dato che la pianta è molto spessa e l’avvelenamento iperacuto, spesso nello stomaco si trova la pianta non digerita. La maggior parte dei soggetti muore in due/tre giorni.

Il tasso appartiene alla famiglia delle Conifere ma, essendo una Pinophyta, non produce frutti. Quelli che sembrano i frutti in realtà sono arilli, ovvero escrescenze carnose che ricoprono il seme. Questo tessuto carnoso deriva dallo sviluppo delle squame basali del piccolo cono femminile, inizialmente verdi e rossi a maturità che contengono un solo seme, duro e molto velenoso.

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Quelli che sembrano i frutti in realtà sono degli arilli, ovvero delle escrescenze carnose che ricoprono il seme. Questo tessuto carnoso deriva dallo sviluppo delle squame basali del piccolo cono femminile. Inizialmente verdi, rossi a maturità, contengono un solo seme, duro e molto velenoso; la polpa è invece innocua e commestibile.
Gli uccelli favoriscono la diffusione della pianta: mangiando gli arilli, ne digeriscono la polpa mentre i semi veri e propri attraversano intatti il processo digestivo e una volta espulsi si insediano nel terreno, dando origine a un nuovo esemplare.

Il tasso è quindi una pianta zoofila (o a riproduzione ornitogama), ovvero si serve degli animali per riprodursi. Senza gli animali gli arilli cadrebbero al suolo e non crescerebbero per la mancanza di luce e la concorrenza con la pianta madre per i sali minerali del terreno.
Un seme di tasso può impiegare fino a due anni dalla messa a dimora per germinare, pertanto i propagatori utilizzano principalmente le talee, che comunque richiedono alte concentrazioni di ormone radicante per sviluppare le prime radici.

Molte delle sostanze tossiche presenti nella pianta possono essere usate come principi attivi in prodotti chemioterapici per la lotta di alcune forme di cancro: in particolare la tassina è utilizzata in alcune forme neoplastiche a livello ovarico e a livello di tumore al seno. È testata anche per tumori alla prostata, alla vescica e al polmone.

Il nome comune “tasso” deriva dal greco tóxon che significa “arco/freccia”. L’appellativo “albero della morte” nasce dal suo impiego nella fabbricazione di  dardi velenosi e dalla sua caratteristica tossicità, oltre al fatto che veniva utilizzato nelle alberature dei cimiteri. Inoltre, le sue caratteristiche meccaniche lo rendono eccellente per realizzare archi e balestre: l’arco di Ötzi, l’uomo del Similaun, era in legno di tasso.

In inglese il tasso si chiama yew, dall’anglosassone iw e eow, dal protogermanico *iwo-, fonte anche del medio olandese iwe, dell’olandese iif, dell’antico alto tedesco iwa, del tedesco moderno Eibe e del norreno yr, dal protoindoeuropeo *ei-wo-, fonte anche dell’antico irlandese eo e del gallese ywen, probabilmente una forma-suffisso della radice *ei con il significato di “rossiccio, variegato, giallo”.
L’Old English Dictionary indica che il francese if, lo spagnolo iva, il latino medioevale ivus derivano dal germanico (e l’olandese iif dal francese); altri sostengono come origine un vocabolo in lingua gallica, ivos. Anche il lituano ieva deriva dal germanico.

L’italiano “tasso”, invce, dal latino tàxus (cfr. Antico slavo tisu), dalla radice tak- taks “costruire, fabbricare” (cfr. “tessere”), vedi anche sanscrito takšati “fabbricare” (specialmente il legno); tákšan “legnaiuolo”; takšanam “scure”; takšaka “sorta d’albero” e “legnaiuolo”; greco tèktôn “artefice”; antico slavo tesati (letterario test) “tagliare”, tesla come in medio alto tedesco déhsel “scure” e tisa come il russo tisū; boemo tis; magiaro tisza “pino”; antico alto tedesco dëhsen “fabbricare”, propriamente “legno adatto a fabbricare”. In sanscrito e greco, rispettivamente tàkšan e tòxon indicano “che si presta al tornio o a essere inciso” e confrontare nel significato anche l’origine della parola “tossico”.

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Con gli arilli si può preparare un’ottima gelatina dal sapore unico, da provare almeno una volta nella vita. Bisogna prestare estrema attenzione all’eliminazione di ogni singolo nocciolo e parte di esso e avere a portata di mano un asciugamano/tovagliolo per pulire le dita anche perché gli arilli sono estremamente gelatinosi e rendono i polpastrelli molto scivolosi.

La ratio per la gelatina è 1:1 nell’aggiunta di acqua; mentre si può aggiungere zucchero o altro dolcificante anche se le “bacche” sono molto dolci per cui si può semplicemente aggiungere, se si vuole, un po’ di buccia o nettare di mela o pera.

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Dopo aver tolto tutta la polpa degli arilli (che, come per i cinorrodi, è un lavoro annoso), la si mette in un pentolino con dell’acqua. L’acqua viene aggiunta solo per ammorbidire ulteriormente la polpa. La consistenza, in questo stadio, ricorda l’albume. Ci può volere un po’ di tempo finché la polpa si spappola, e questo dipende anche dalla temperatura della cucina. Potrà anche essere necessario schiacciarla nel pentolino e per far prima si può usare la base di un bicchiere perché con un semplice cucchiaio in legno non si schiaccia. Si aggiungono due cucchiai rasi di dolcificante per rendere il sapore più accentuato e si fa evaporare l’acqua in cottura. Si svilupperà una schiuma simile a quella che si crea quando si fa bollire il latte, ma non va eliminata. Una volta cotte si invasano in vasetti in vetro sterilizzati come una classica marmellata. Può essere difficile separare la parte più “polposa” dalla semplice gelatina, che “sfugge” alle posate di metallo e alle dita come il bianco d’uovo. È più agevole conservare polpa e gelatina insieme.
Ottima con formaggi stagionati, riso basmati e in accompagnamento a arrosti e radici al forno.

 

  • Tossico: dal latino tardo toxicus “avvelenato”, dal latino toxicum “veleno”, dal greco toxikon (pharmakon) “(veleno) per uso sulle frecce”, da toxikon, neutro di toxikos “che riguarda frecce o archi” e quindi un arco, da toxon “arco”, probabilmente da una parola degli Sciti che in latino fu un prestito: taxus “tasso”. Watkins suggerisce anche, come possibile fonte, l’iraniano taxša “arco”, dal protoindoeuropeo *tekw- “correre, scappare”.
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La frangipane selvatica

La frangipane selvatica

In occasione di un incontro speciale ho preparato la classica torta frangipane rivisitandola con l’utilizzo di materie prime vegetali e selvatiche.
Roberta mi ha chiesto la ricetta, eccola qui!
Quando ero bambina mi annoiavo spesso e mia nonna mi dava da leggere un libro che aveva avuto in regalo da mio nonno come regalo di nozze (!) dal titolo squisitamente esplicativo – per quei tempi! -: Le tre B d’oro ovvero Buona mensa, Bella casa e Brava donna.
Questa enciclopedia, perché di questo si tratta, offre numerose ricette classiche della tradizione e altre che per quei tempi erano una vera novità. Partendo da queste ricette come base si può ottenere un ottimo risultato con un’attenta rivisitazione.
Bisogna poi aggiungere che gli accostamenti con la mandorla non sono sempre semplici e scontati: persino ne La Grammatica dei Sapori per fortuna viene convalidata la mia scelta papillare – tra le mie preferite – di accostare la mandorla con il lampone: “il lampone può trarre grande beneficio dall’associazione con il sapore morbido e dolce della mandorla, che smussa gli angoli più acuti del frutto ma non intralcia la diffusione del suo sapore delizioso”. Il suggerimento del libro è una panna cotta alla mandorla con salsa di lampone e propone anche una crostata Bakewell.

La mia frangipane ha una rivisitazione completa, dato che la ricetta originale vuole burro, uova, mentre io ho utilizzato burro di mandorle autoprodotto, latte di mandorla autoprodotto e ho aggiunto polvere di Opuntia spp. che ai più potrà sembrare un accostamento azzardato, invece penso si armonizzi alla perfezione con il lampone e il tono nocciolato/tostato che si ottiene con il burro di mandorla.

 

frutti di Opuntia dillenii

Prima di procedere con la ricetta, vi spiego come preparare a casa il burro di mandorle: bisogna prima di tutto che le mandorle siano biologiche e di ottima qualità. Potete utilizzarle con la pellicina o senza, ma è fondamentale che vengano messe a bagno per una notte così da ammorbidirle – ed eliminare i fitati residui, che non è fondamentale ma male non fa -.
Quindi mettete a bagno la quantità di mandorle che vi serve (ad esempio, per un “panetto” standard di burro, 250 grammi), e al mattino risciacquatele e se necessario lavatele velocemente sotto acqua corrente. Sistematele in un robot da cucina abbastanza potente, che abbia da due a quattro lame e una velocità turbo. Tritatele finché non raggiungono la consistenza di una farina, poi tritate ancora. Il calore delle lame farà sì che gli oli naturalmente presenti coagulino il tutto e otterrete così una consistenza cremosa e oleosa. Se necessario potete aiutarvi con un po’ d’acqua tiepida, ma pochissima, e soprattutto da non usare se intendete conservare il burro per più di una settimana poiché avrebbe una shelf life inferiore. Potete anche aromatizzarlo o salarlo o zuccherarlo. Per questa ricetta serve senza aggiunte.

Per preparare la polvere di Opuntia si può procedere in due modi: o, dopo aver eliminato i semi centrali dei frutti, sempre con l’aiuto di un robot da cucina, ridurre in purea i fichi – precedentemente puliti dai glochidi, ça va sans dire, ma lasciando la pelle -: otterrete una purea simil-gelatinosa, che tenderà a rapprendersi. Spalmatela su un foglio di acetato o silicone e fatela essiccare o in un essiccatore a 35°/40° (c’è l’apposito programma) o in forno già caldo, spento, a più riprese. Questo procedimento fa sì che si ottenga quello che chiamo “cuoio” ovvero una sorta di pellicola spessa. Una volta essiccato verificate che sia asciutto: se è appiccicoso va essiccato ancora. Polverizzate con l’aiuto di un robot da cucina potente questo cuoio e avrete la polvere.
Un altro procedimento in uso nei paesi mediorientali prevede l’uso dei semi: andranno lavati ed essiccati e poi si potrà procedere alla polverizzazione.
In entrambi i casi la polvere dovrà essere simile allo zucchero a velo.
Se si vuole conservare per lungo tempo, è sufficiente aggiungere un cucchiaino raso di amido di mais o di riso e sistemarla in un contenitore di vetro a chiusura ermetica, da controllare e far aerare una volta al mese o due.

rizomi freschi di Geum urbanum

Per conservare lo splendido color magenta dell’Opuntia si può utilizzare il medesimo procedimento che ho utilizzato per i lamponi e le fragoline di bosco, che è un procedimento più “industriale”: dopo aver raccolto i fichi e i frutti di bosco, quindi freschissimi, si abbattono – potete anche surgelarli, facendo attenzione che non sviluppino ghiaccio intorno – e poi si sistemano, ancora abbattuti, in essiccatore dove si fanno essiccare a 70° finché non sono “rappresi”. Si procede alla polverizzazione e in particolare per i frutti di bosco il colore sarà quasi fluorescente e di effetto spettacolare per la decorazione in cucina. Nulla vi vieta di aggiungere zucchero a velo o altri aromi, in dose minore per non coprire il sapore. Io ho aggiunto pochissimo zucchero a velo e mezzo cucchiaino raso di polvere di rizoma di Geum urbanum che, ricordo, ha un sapore “terroso”, di sottobosco, che vira tra la cannella e il chiodo di garofano (del resto, in alcune regioni come la Toscana, la pianta è chiamata “garofanaia”).

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torta pronta!

Ingredienti:
– per l’impasto: 100 grammi di farina, 150 grammi di farina di riso (o altro cereale), 90 grammi di zucchero mascobado, 80 grammi di burro di mandorle freddo (aromatizzato con un cucchiaino da caffè raso di polvere di rizoma di Geum urbanum e mezzo di zucchero a velo), 50 ml di infuso freddo di Oxalis spp. (raccogliere foglie fresche di Oxalis spp., ovvero l’acetosella, e fare un infuso a freddo per due ore circa, in frigorifero; togliere le foglie e utilizzare), un pizzico di cremor tartaro, un pizzico di sale;
– per il ripieno: frutti di bosco freschi o decongelati (io ho usato fragoline di bosco e lamponi), polvere di vaniglia Bourbon, scorza di un limone biologico;
– per la crema: un litro di latte di mandorla autoprodotto (prima spremitura, piuttosto denso), 100 grammi di farina, 50 grammi di burro di mandorle, un pizzico di sale, un cucchiaio raso di zucchero mascobado, una punta di vaniglia, una punta di polvere di rizoma di Geum urbanum
– per la decorazione: mandorle a lamelle, polvere di Opuntia spp. e polvere di lampone e fragoline di bosco

Procedimento:
– preparare l’impasto: mischiare le farine, lo zucchero, il sale e il cremor tartaro con il burro di mandorle e versando piano l’infuso freddo a filo. Lavorare l’impasto fino a ottenere una palla e non lavorarlo troppo se no il burro si scioglie e diventa difficile lavorare bene. Avvolgere nella pellicola e lasciare in frigo per mezz’ora circa;
– per il ripieno: con un robot da cucina amalgamare i frutti di bosco precedentemente asciugati su carta assorbente per eliminare eventuale acqua/umidità in eccesso, una punta di polvere di vaniglia e mezzo cucchiaino di polvere di buccia di limone senza la parte bianca. Lasciare il ripieno morbido e grossolano come un crumble;
– stendere l’impasto con un mattarello e sistemarlo in una tortiera precedentemente unta con burro di mandorle e ripassata con poca farina setacciata (eliminare l’eccesso), coprendo anche i bordi. Cuocerla con i fagioli all’interno per una decina di minuti a 180° in forno ventilato;
– togliere la base dal forno e riempirla con la crema di frutti di bosco. Se volete un effetto più crunchy esternamente ricoprire di zucchero di canna a granelli.
Infornare per un’ora a 180°;
– per la crema: scaldare il latte di mandorla; a parte far sciogliere il burro in un pentolino a fuoco molto basso, spegnere il fuoco e aggiungere tutta la farina e mescolare continuamente per evitare grumi. Rimettere sul fuoco e far dorare: questo è il roux, che va aromatizzato ora con lo zucchero, la vaniglia e la polvere di Geum.
Versare poco latte caldo per facilitare lo scioglimento del tutto e poi versare il resto del latte, continuando a girare. Si tratta di una besciamella dolce e la salsa sarà tendenzialmente liquida: potete continuare a scaldarla, sempre a fuoco basso, e magari aggiungere un altro po’ di farina, finché non si sarà rappresa secondo vostro gradimento.
Sistemarla in frigo fino al momento dell’uso: tirarla fuori cinque minuti prima.

Lasciar raffreddare la torta e una volta fredda tagliarla a spicchi.
Sistemare uno spicchio nel piatto e versare sopra la crema a piacere; decorare con polvere di Opuntia, lamponi e fragoline, e cospargere di mandorle a lamelle.

Si ringraziano: Semmy Marziliano per le mandorle biologiche dalla Puglia, Samanta Cornaviera per la foto della torta, Margherita Diviccaro per i frutti freschi di Opuntia spp. 

Stelle Fisse – Lab “Il Bosco sotto Vetro”

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Per il 2 giugno non prendete impegni!
Vi aspetto al Festival Stelle Fisse, prima edizione, che si terrà dal 1 al 4 giugno 2017 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo.

Vi racconterò come conservare, preparare e cucinare ciò che il bosco ci offre per tutto l’anno, naturalmente seguendo la stagionalità e il momento migliore per raccogliere.

Il laboratorio consiste in un momento di riconoscimento e raccolta sul campo e in un  momento di pratica per conoscere procedimenti e ricette.

I partecipanti avranno modo di imparare ricette antiche e semplici per replicarle a casa, oltre che apprendere un patrimonio millenario legato al riconoscimento di cibo selvatico edibile.

Per iscriverti e ulteriori informazioni visita il link.

Ti aspetto!

Urtica dioica L.

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Arriva la primavera e con essa, oltre ai tanti fiori commestibili, spunta di nuovo una tra le erbe selvatiche più conosciute anche da chi è a digiuno di alimurgia, insieme al tarassaco: l’ortica.

L’ortica (Urtica dioica L.), della famiglia delle Orticacee, è una pianta erbacea perenne ed è la più conosciuta del suo genere.

È molto comune in Europa e in Asia. È rivestita di peli urticanti e le sue foglie sono grandi e picciolate, ovali o lanceolate. I fiori, raccolti in glomeruli che a loro volta formano delle spighe, sono dioici. Il frutto è piccolo ed è un achenio.

Il nome ortica derivererebbe dal latino urere “bruciare” a causa dei peli urticanti che si assottigliano dalla base alle punte e che, spezzandosi al vertice, iniettano l’acido formico irritante.
Dal latino urtíca, che il Corssen annette a úro “brucio”, perché la sua puntura causa bruciore (cfr. “urente”). Così in greco si dice kníde da knizô “stimolo, infiammo”, affine a knàô “graffio”, in ebraico hharut da hharaq “bruciare”, in arabo hhorraiqnon da hharraqa “bruciò”, in tedesco brennessel da brennen “bruciare”.
Il nome della specie, dioica, fa riferimento alla sua unisessualità.
Il nome comune riconosciuto ovunque è quello di ortica, ma innumerevoli sono gli appellativi dialettali: ardica, urtiga, lurdica, reddìche, ortiga garganella, urtìa, pistidduri, pungica pizzianti mascu, lardica, rittica, pistiddori, r’ddica, ardicàra, pitzianti, besìa, virdìcula, vertiga, canape della Svezia, agenita, ozziau, pitiga-pitiga, urziau, e altri.

Quando si raccoglie: dalla primavera all’autunno.
È meglio raccogliere le foglie giovani tra la fine di febbraio e l’inizio di giugno, usando forbici e guanti. Vanno prese solo le cime più fresche di ogni pianta. Quelle più vecchie, soprattutto se sono cresciute dopo giugno, contengono minuscole particelle cristalline che danno in bocca una consistenza sabbiosa: sono anche amare e hanno spesso un effetto lassativo.

Dove si raccoglie: predilige i terreni umidi, ricchi di azoto e all’ombra.

Cosa si raccoglie: le sommità, prima della fioritura, per mangiarle; l’intera pianta per usi cosmetici o infusi.

Come si raccoglie: fresca da mangiare cotta. Fresca o secca come infuso depurativo; fresca o secca come decotto contro la forfora e per rendere lucidi i capelli scuri, da applicare come ultimo risciacquo; lo stesso decotto, spruzzato sulle piante coltivate, è efficace contro i parassiti.

Sono molto diffuse piante simili all’ortica, come il Lamium, ma non sono tossiche.
L’ortica si riconosce facilmente perché è urticante. La differenza con il Lamium sta anche nel fusto, che nell’ortica è a sezione rotonda e con i peli urticante, nel Lamium è a sezione quadrata e i peletti non sono urticanti.
L’ortica è quindi da raccogliere di preferenza con i guanti.

Anticamente l’ortica veniva usata sia nella tessitura che nell’alimentazione dell’uomo e nell’allevamento degli animali da cortile.
In epoche successive fu usata soprattutto esternamente allo scopo di provocare le cosiddette orticazioni, estese irritazioni della pelle che, secondo gli indirizzi terapeutici di allora, erano un buon rimedio alle paralisi, agli stati comatosi ed alle affezioni similari.
Questo metodo fu inoltre applicato nella cura del colera e del tifo.

Anche la Scuola Medica Salernitana la teneva in gran conto: “Concilia il sonno agli agri, o toglie il vomito la pungitrice ortica (…). Frena bevuta l’antica tosse (…) e sempre ella sovviene a tutti i gravi articolari dolori”.

Nel caso si avessero le mani screpolate, nel Libro degli esperimenti di Caterina Sforza si consigliava: “Piglia succo de ortiga et un poco de sale e mestica insieme bene et ognete le mano dove sonno crepate”.

Il Durante scrive: “Tenuta ventiquattro hore nell’orina dell’infermo, se non si mantien verde significa morte (…). Le frondi con vino provocano l’orina. Il succo sana il vomito del sangue. Il seme bevuto con vino passo giova ai difetti del petto. L’acqua distillata dai fiori nel luglio discaccia i lombrici, risana i cancri. Le foglie fresche e pestate purgano le ulcere sordide. In empiastro vale nelle podagre. In gargarismi, fa ritornare a posto l’ugola caduta”.
Nel XVII secolo un gruppo di medici la usò come emostatico, in special modo nella cura delle emottisi, epistassi e metrorragie.

Spesso l’ortica aveva un significato propiziatorio. E secondo De virtutibus Herbarium, attribuito ad Alberto il Grande, l’ortica scaccia la paura.

In Germania, durante i forti temporali, si usava gettarne sul fuoco per tenere lontani i fulmini; mentre in Piemonte portarne con sé salvaguardava da ogni maleficio.

Macer Floridus la raccomandava come afrodisiaco.

Note storiche e folkloriche

In Gran Bretagna ed in Irlanda l’ortica (U. dioica subsp. Dioica) è l’unica pianta pungente comune e ha trovato posto in diverse figure retoriche in lingua inglese. Shakespeare la cita dicendo che “out of this nettle, danger, we pluck this flower, safety” (Henry IV, parte I, Atto II, Scena 3): “da questa ortica, pericolo, noi pizzichiamo questo fiore, sicurezza”.
La figura retorica di “cogliere l’ortica” probabilmente ha origine nella favola di Esopo “Il ragazzo e l’ortica”.
In Juno e il pavone di Sean O’Casey uno dei personaggi cita Esopo: “Gently touch a nettle and it’ll sting you for your pains/Grasp it as a lad of mettle and soft as silk remains” (“tocca delicatamente un’ortica e ti pungerà per i tuoi dolori/Afferrala come un ragazzo coraggioso e rimarrai morbido come seta”). La metafora può far riferimento al fatto che, se una pianta di ortica è afferrata saldamente piuttosto che sfiorata, non punge così facilmente perché i peli sono schiacciati, piatti, e non penetrano la pelle.
In lingua tedesca la frase idiomatica “sich in die Nesseln setzen” ovvero “sedersi sulle ortiche” significa “mettersi nei guai”.
In ungherese, la frase idiomatica “csalánba nem üt un mennykö” (“senza fulmine colpisce l’ortica”) significa “alle persone cattive non capitano mai cose cattive”.
La stessa frase idiomatica esiste in lingua serba: “неће гром у коприве”.

In olandese, “netelige situatie” (“situazione dell’ortica”) significa una situazione difficile.
Il nome urticaria per gli alveari deriva dal nome latino dell’ortica (da urure, “bruciare”).

L’ortica ha molte tradizioni folkloriche ad essa associate. Il folklore fa riferimento prevalentemente all’Urtica dioica, ma a volte nella tradizione è inclusa la pianta simile – ma non urticante – Lamium (v.).

Tenere delle ortiche in una stanza proteggerà chi vi è all’interno.

Tenere delle ortiche in una tasca proteggerà dai fulmini e darà coraggio.

Nella mitologia norrena infatti Thor, dio del tuono, è spesso rappresentato dalle ortiche e queste vengono bruciate nel camino per proteggere dai suoi fulmini durante i temporali.
Sempre nella mitologia norrena Loki, il dio truffatore, tesse reti da pesca con le ortiche: effettivamente, dall’ortica si ricavano delle ottime corde che erano molto utilizzate nel mondo antico.
I romani portarono l’Urtica pilulifera in Gran Bretagna per utilizzarla per alleviare i reumatismi e le artriti, colpendosi con rametti d’ortica uniti insieme, per stimolare la circolazione. Essi venivano usati anche per allontanare il freddo nell’umido clima britannico.

In Danimarca è stato scoperto un corpo risalente all’Età del Bronzo vestito con un abito in fibra di ortica.

Si sostiene che le ortiche facciano aumentare la fertilità maschile; e si possa sconfiggere la febbre facendo pizzicare una pianta di ortica dalla parte delle radici recitando i nomi del malato e della sua famiglia.

Milarepa, il grande santo e asceta tibetano, aveva la fama di aver sopravvissuto ai suoi decenni di meditazione solitaria nutrendosi di sole ortiche; con i suoi capelli e la pelle verdi aveva vissuto fino all’età di 83 anni.

Il personaggio caraibico truffatore Anansi appare in una storia sulle ortiche, in cui deve abbattere un vasto campo di ortiche per vincere la mano della figlia del re.

Un’antica rima in scozzese è proprio sull’ortica:

Gin ye be for lang kail coo the nettle, stoo the nettle
Gin ye be for lang kail coo the nettle early
Coo it laich, coo it sune, coo it in the month o’ June
Stoo it ere it’s in the bloom, coo the nettle early
Coo it by the auld wa’s, coo it where the sun ne’er fa’s
Stoo it when the days daws, coo the nettle early

Coo, cow e stoo sono tutte parole scozzesi che indicano il ridurre/tagliare ed il raccogliere (sebbene, curiosamente, un altro significato di stoo sia “pulsare” o “dolore”), mentre laich significa “abbassarsi” o “piegarsi sulla terra”.
Dato il ripetersi della parola early (“presto”), presumibilmente questo è un avviso di raccogliere l’ortica come prima cosa al mattino e di tagliarla a dovere (il che sembra contraddire il suggerimento della Royal Horticultural Society).

Una rima inglese molto conosciuta sull’ortica che punge è:

Tender-handed, stroke a nettle,

And it stings you for your pains.
Grasp it like a man of mettle,
And it soft as silk remains.

Nella fiaba “I cigni selvaggi” di Hans Christian Andersen, la principessa deve indossare una giacca di ortiche per spezzare l’incantesimo sui suoi fratelli.

Albrecht Durer (1471 – 1528) dipinse un angelo che vola verso il trono del Signore reggendo in mano un’ortica.

Un’altra poesia inglese parla dell’ortica:

Tall nettles cover up, as they have done

These many springs, the rusty harrow, the plough
Long worn out, and the roller made of stone:
Only the elm butt tops the nettle now.
This corner of the farmyard I like most
As well as any bloom upon a flower
I like the dust on the nettles, never lost
Except to prove the sweetness of a shower.
(Edward Thomas 1878-1917)

Nicholas Culpepper, nel suo Complete Herbal and English Physician sostiene che Marte governa l’ortica: “you know Mars is hot and dry, and you know as well that winter is cold and moist; then you may know as well the reason nettle-tops, eaten in the spring, consumeth the phlegmatic superfluities in the body of man, that the coldness and moistness that winter hatt behind”.
I danesi credono che dove cresce l’ortica siano sepolti gli elfi; e gli highlanders scozzesi credono che indichino sepolture umane. Gli archeologi sanno che le ortiche possono indicare che il terreno è stato “disturbato” da insediamenti, e che quindi quello è il luogo dove cominciare a scavare.
Un’altra frase inglese: “He who is afraid of every nettle should not piss in the grass” (Thomas Fuller, chierico e scrittore inglese, uno degli autori più prolifici del 17° secolo; 1608-1661).

L’ortica, erba del segno zodiacale dell’Ariete, nel linguaggio dei fiori significa crudeltà, forse per i suoi peli urticanti. Nota ai sumeri, ai greci, agli arabi e ai romani, da Persio fu consigliata per condire pezzi di guanciale di porco e da Apicio, in primavera, come depurativa. Catullo ricorda di aver curato i suoi disturbi respiratori con riposo e ortica; essa fu utilizzata per la cura degli anemici e degli artritici.
È considerata anche afrodisiaca.
Insieme alla malva, alla borargine ed alla parietaria è una pianta antropofila. Insieme a fumarie, gramigne, cicute, papaveri e loglio è citata da Shakespeare tra le “erbe selvagge che crescevano [sulle coste inglesi] insieme al buon grano” (Re Lear, IV, 4).
Nel Medioevo la utilizzavano le streghe e gli alchimisti perché, crescendo tra i ruderi, la credevano sede di anime e demoni. Rappresenta un simbolo sinistro anche in alcuni passi della Bibbia. Dello spretato si usa dire che ha buttato la tonaca alle ortiche.
A Manduria, in provincia di Taranto, vi è il detto “Cu tutti l’ervi ti pué strusciári, nfori ti li urdículi”: “tutte le erbe puoi usare come carta igienica, tranne le ortiche”; mentre nella zona grecanica salentina, per mandare al diavolo qualcuno, si dice “Amo chese panu ste chiníte”: “va a evacuare nelle ortiche”.

Quali principi attivi contiene

Proteine (anche nella pianta secca), sostanze azotate, aminoacidi essenziali (negli estratti),olio essenziale, istamina (foglie e peli), 5-idrossitriptamina, glucidi, acido formico, acetico, sitosterolo, carotenoidi (caroteni), vitamine (acido pantotenico, B2, C, D, K), acido folico, ceneri (Ca, Mg, Fe, S, P, Mn, N), tannino, mucillagini.

Usi e proprietà

Le piante del genere Urtica sono utilizzate e coltivate dall’uomo sin dall’antichità per la produzione di fibre, per le loro applicazioni medicinali e per le preparazioni alimentari.

  • Ambito tessile: l’ortica ha una lunga storia nel campo tessile per la produzione di fibre, utilizzate per vestiti, carta, teli, sacchi e cordami. In Danimarca sono stati scoperti sudari funebri, risalenti all’Età del Bronzo, prodotti con la fibra dell’ortica. La coltivazione industriale iniziò dal 19° secolo, e durante la prima guerra mondiale fu utilizzata in Europa come sostituto al cotone; ma con l’arrivo di tessuti più economici la coltivazione di ortica terminò dopo la seconda guerra mondiale. Dagli anni ‘90 industrie tessili in Germania, Austria, Lettonia e Finlandia hanno avviato alcune ricerche per riprendere la produzione dei tessuti dall’ortica.
    Gli steli legnosi degli esemplari adulti vengono macerati, disidratati e battuti, ottenendo così fibre che possono essere separate a mano per tessere stoffe (ramia) simili alla canapa o al lino.
    Le foglie verdi, che contengono grandi quantità di clorofilla, erano utilizzate per la colorazione dei tessuti delicati.
    La fibra di ortica è più forte del cotone e più sottile della canapa. In passato si usava dormire tra lenzuola fatte in fibra di ortica.
    La clorofilla di ortica è utilizzata come tinta di colore verde e nell’Unione Europea è un colorante per il cibo (E140).
  • Medicina popolare: Urtica dioica ed altre specie di Urtica sono utilizzate contro le artriti sin dall’antico Egitto. Usi medicinali dell’ortica sono riportati da Teofrasto, Plinio il Vecchio, Ippocrate e numerosi antichi greci. I soldati romani la utilizzavano per trattare la stanchezza muscolare ed i reumatismi.
    Diversi usi della pianta sono stati descritti su testi di medicina e botanica, dal Medioevo fino ai giorni nostri.
    Le applicazioni sfruttano le proprietà stimolanti ed irritanti dei peli, ed includono il trattamento di anemie, reumatismi, artriti, eczemi, asma, infezioni della pelle, dolori intestinali, oppure sono tradizionalmente impiegate come shampoo per la calvizie, o contro le emorroidi e la gotta.
    Studi moderni provano l’efficacia dell’uso medicinale di Urtica dioica e Urtica urens contro artriti, reumatismi, riniti allergiche, infezioni del tratto urniario, problemi cardiovascolari e per il trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna.

La principale azione dell’ortica si esplica a livello epatico, soprattutto nelle epatopatie, sia acute che croniche, sia infettive che tossiche che iatrogene. Ottimi risultati si hanno nella terapia delle iperlipemie, ipertrigliceridemie ed ipercolesterolemie; è anche utilizzata nella terapia del diabete.
Un’altra caratteristica di questa pianta è l’azione astringente, particolarmente utilizzata in diaree che compaiono nel corso di sindromi influenzali, nelle enteriti sia acute che subacute.
Anche il trattamento dell’obesità, del rachitismo, delle anemie sideropeniche e delle affezioni reumatiche risente favorevolmente dell’uso di questa pianta medicinale.
Si prepara in infuso, decotto, tintura madre, estratto fluido.

Per combattere l’acne si beve quotidianamente un litro di tisana di ortica, a sorsi per tutto il corso della giornata.

In cucina

Le ortiche sono usate in cucina dai tempi dei greci e dei romani in tutta Europa, e costituiscono ancor oggi un alimento diffuso nelle aree rurali. I germogli e le foglie ancora tenere si raccolgono in primavera, prima della fioritura. La cottura distrugge i peli urticanti.
L’ortica contiene una quantità significativa di minerali, come calcio, ferro e potassio; vitamine (vitamina A e vitamina C); proteine ed amminoacidi, che ne fanno un alimento ad alto valore nutritivo, adatto ad esempio a diete vegetariane. I valori nutrizionali variano a seconda del periodo di raccolta e diminuiscono con la preparazione e la cottura. È sconsigliata a pazienti diabetici, donne in gravidanza e durante l’allattamento.
Le foglie ed i germogli si usano nei risotti, nei minestroni, nelle frittate e nelle frittelle; nei paesi scandinavi costituisce l’ingrediente principale di una zuppa.
Renzo Tomellini informa che nella regione italiana della Lunigiana se ne fanno minestre, torte di verdura, risotti e ripieni; previa cottura si mischia con la farina e si possono fare diversi tipi di pasta verde.

Prima di cuocere le ortiche bisogna togliere gli steli più duri e lavar bene le foglie.

Agricoltura

Il macerato di Urtica dioica e Urtica urens viene utilizzato nell’agricoltura biologica per tenere lontani gli insetti, rafforzare la resistenza delle piante e, come pacciamatura, per migliorare la qualità dell’humus.

La pianta può servire ad accelerare l’attività batterica nella preparazione del compost. Del resto, è noto che le ortiche macerate producono un ottimo concime liquido per le piante, usato anche come repellente per gli insetti, e che la vicinanza ad altre piante rende queste più resistenti ai parassiti. Per questo l’ortica viene anche utilizzata per tenere lontani gli animaletti dagli armadi.

In campagna si usa mescolare ortiche tritate al pastone delle galline e di altri volatili da cortile per ottenere più uova e migliorare la carne (nel mondo contadino era somministrata, lessata o seccata, ai pulcini dei tacchini e alle galline ovaiole). Pare inoltre che le mucche che si nutrono anche di ortiche producano più latte.

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Ricette

  • Tisana: scottare un cucchiaino da dessert colmo di ortica con ¼ di litro d’acqua e lasciar riposare il tutto per breve tempo.
  • Tintura: spazzolare e tritare le radici scavate in primavera o in autunno ed introdurle in una bottiglia fino al collo. Versatevi sopra dell’acquavite di grano di 38°-40° e lasciarla in un luogo riscaldato.
    O anche: una parte di foglie per due parti di vodka o alcol buongusto. Rimedio che aiuta a prevenire le allergie ed è un ottimo tonico per tutto il corpo.
  • Pediluvi: quattro manciate abbondanti di radici ben lavate e spazzolate rispettivamente di ortica fresca (stelo e foglie) vanno lasciate macerare per una notte in 5 litri d’acqua e riscaldate quindi fino all’ebollizione. Immergetevi i piedi per 20 minuti alla temperatura più alta sopportabile. Le ortiche rimangono nell’acqua durante il pediluvio. La soluzione può essere riutilizzata, dopo averla nuovamente riscaldata, altre due o tre volte.
  • Shampoo: da 8 a 10 manciate di ortica fresca o essiccata vanno immerse in 5 litri d’acqua fredda e portate lentamente ad ebollizione su una piccola fiamma. Lasciar riposare il tutto per 5 minuti. Servendovi invece delle radici, ne mettete due manciate a macerare in acqua fredda per una notte; il giorno seguente riscaldate il tutto fino all’ebollizione lasciando poi riposare per 10 minuti. In questo caso per lo shampoo si dovrebbe utilizzare sapone di Marsiglia.

Ortiche lessate
1 kg di ortiche, olio, aceto, sale
Lessare in poca acqua salata le ortiche tenere o le cime e condirle con olio e aceto

Ortiche saltate
500 grammi di ortiche, olio, aglio, sale, peperoncino
Rosolare l’aglio nell’olio, saltare le ortiche già sbianchite e strizzate e condire con sale e peperoncino.

Minestra di ortiche
200 grammi di ortiche, 70 grammi di pancetta, cipolla, 2 patate, brodo, olio, Parmigiano, sale
Soffriggere in tre cucchiai di olio la pancetta di maiale a dadini, aggiungere cipolla a fette e patate a tocchetti e rosolare. Aggiungere le ortiche e farle insaporire, coprire con brodo e completare la cottura. Questa minestra si serve con pasta o riso o crostini di pane e Parmigiano grattugiato.

Puré di ortiche
Lavare le ortiche e metterle in un tegame dove saranno cotte con coperchio e a fuoco basso per circa cinque minuti, senza aggiungere acqua. Vanno scolate bene e poi si aggiunge un po’ di burro o olio, sale e pepe a piacere, e se si vuole anche cipolla o aglio tritati. Continuare a cuocere per altri cinque minuti mescolando e pestando. Questa purea può essere mangiata come contorno o spalmata su fette di pane abbrustolito. Accompagna benissimo le uova. Aggiungendo pangrattato o fiocchi di avena tritati si possono preparare delle polpette da friggere o cuocere al forno.

Salsiccia vegan di ortiche
In Scozia la salsiccia tipica, naturalmente di carne, è chiamata haggis. Questa è una versione speciale vegan e wild.
Mescolare il puré di ortiche (vedi ricetta precedente) con porro, cavolo, alga dulse fritta e farina di avena un po’ cotta (a mo’ di porridge) o in alternativa riso, orzo o anche miglio. Mettere la purea in un sacchetto di mussola o un sacchetto per latte vegetale e far bollire per un’ora. Servire con una salsa di cren o acetosella.

Tiramisù selvatico per MTChallenge n. 61

E, come anticipato su Facebook, sono entrata anch’io nel tunnel dell’MTChallenge, che seguivo da mesi con il desiderio di farne parte – un po’ con la voglia di rubare ore di tempo per cimentarmi in cucina con ricette classiche e tostarelle per rivisitarle in chiave vegana, vegetariana, ma soprattutto selvatica com’è nello spirito profondo di Pikniq -.

Così, tra una canzone e l’altra, e un concerto rivelatore alla Salumeria della Musica a Milano, ha preso forma la ricetta 61 per l’MTC, ovvero sua Maestà il Tiramisù.

Il regolamento prevedeva l’utilizzo dei savoiardi – risale alla dinastia di Amedeo di Savoia il nome dato ai famosi biscotti, in inglese chiamati Lady’s Fingers, “dita di donna”, per la loro somiglianza – e del mascherpone: sì, sarebbe questa la grafia corretta, dal nome della cascina in cui pare fosse stato prodotto la prima volta, chiamata appunto Mascherpa -, quindi la mia ricetta è vegetariana ma naturalmente selvatica.

Eccola finalmente!

tiramisuwildpikniq

Tiramisù wild

Ingredienti:
per i savoiardi: 5 tuorli, 5 albumi, 65 grammi di farina, 65 grammi di fecola, la scorza di un limone bio grattugiata, una punta di vaniglia Bourbon in polvere, una punta di polvere di radice essiccata di Geum urbanum

per la crema: 500 grammi di mascherpone, 4 uova, 80 grammi di zucchero mascovado, aghi di pino (qualunque tipo va bene), polvere di radice di Polypodium vulgaris

per la guarnizione: caffè quanto basta (due caffettiere moka grandi), un bicchierino di Cointreau o Drambuie o Amaretto di Saronno, polvere di radice di Polypodium vulgaris, ghiande di quercia, faggiole (frutti del faggio), fiori di sambuco

Procedimento:
– per la preparazione dei savoiardi: separare i tuorli dagli albumi e montare a neve gli albumi con un pizzico di sale (trucco: riscaldare per 20 secondi a 600 la ciotola in microonde prima di montarli, saranno a neve più ferma). Una volta montati, mettere da parte.
Nella stessa ciotola mettere i tuorli e lo zucchero, il pizzico di vaniglia Bourbon e di Geum urbanum e la buccia di limone tritata finemente. Con una frusta elettrica mescolare ad alta velocità fino a ottenere una crema. Aggiungere fecola e farina e proseguire finché la crema non è densa ma liscia. Aggiungere gli albumi montati a neve e mescolare finché non sarà tutto ben amalgamato.
Mettere il composto in un sac-à-poche e su una teglia rivestita di carta da forno bagnata e strizzata formare tante strisce di uguale lunghezza. Ricoprire i biscotti con zucchero mascovado e cuocere a 200° per una decina di minuti finché non sono dorati.
Lasciarli raffreddare perché quando sono caldi sono morbidi e si spezzano facilmente.
Mettere da parte.
Una volta raffreddati, sistemarli in una pirofila di Pyrex o il contenitore che avete scelto per il tiramisù.
Preparare la caffettiera con una polvere formata dal 70% di polvere di radici di tarassaco e cicoria tostate e dal 30% di caffè.

Per preparare le castagne e le faggiole, vanno private dell’involucro esterno e bollite quanto basta a renderle morbide. Saranno già a pezzi, per cui una volta ammorbidite sarà sufficiente sistemarle in un pentolino antiaderente con zucchero o altro dolcificante (facendo attenzione che la fiamma sia sempre bassa e che lo zucchero non cristallizzi) a scelta e uno/due cucchiai di Cointreau o Drambuie, scaldare per due minuti e lasciare a bagno fino al momento dell’utilizzo.

savoiardi caffè

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Come preparare il “caffè” di cicoria
Il “caffè” di cicoria è un surrogato del caffè (che è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, della famiglia delle Rubiaceae, un gruppo di angiosperme che comprende oltre 600 generi e 13.500 specie. Sebbene all’interno del genere Coffea siano identificate e descritte oltre cento specie, commercialmente le diverse specie di origine sono presentate come diverse varietà di caffè: le più conosciute e diffuse sono l’arabica e la robusta; le più coltivate sono tre: Coffea arabica, Coffea canephora e Coffea liberica) realizzato con le radici di due erbe selvatiche molto diffuse: il tarassaco (Taraxacum officinale, Weber ex F.H.Wigg. 1780) e la vera e propria cicoria (Cichorium intybus L., 1753).
Nel calendario di raccolta il periodo giusto per raccogliere le radici è dal termine della stagione autunnale al termine della stagione invernale, dopo che sono cadute le foglie e i nutrienti si concentrano all’interno della parte ipogea della pianta; tuttavia per quanto riguarda tarassaco e cicoria, essendo molto diffuse e di facile reperibilità, possono essere raccolte lungo tutto l’arco dell’anno.
Queste radici, se tostate, sono proprio conosciute come un succedaneo del caffè: la ricetta fu proposta, a quanto pare, nel 1600 dal medico e botanico veneto Prospero Alpini (1553-1617), inizialmente a scopo terapeutico; utilizzato soprattutto in tempi di guerra quando le importazioni del caffè vero e proprio subirono rallentamenti, come durante il periodo napoleonico in Europa.
Per preparare il caffè di cicoria, dopo aver raccolto le radici, averle pulite, aver tolto la parte esterna con un pelaverdure, bisogna farle tostare in forno a 90° tagliate a rondelle o già tritate per 7-8 minuti. Spegnere il forno e lasciarle, controllando che non si brucino, fino a massimo altri venti minuti.
La polvere può essere utilizzata per realizzare una bevanda mettendo in un pentolino acqua e cicoria tostata fino a ebollizione, abbassando subito dopo la fiamma e continuando la cottura a fuoco bassissimo per altri 2 minuti. Se volete potete aggiungere mezza stecca di cannella.
Diversamente, che è ciò che ho fatto io, si può utilizzare la caffettiera standard avendo l’accortezza, se si usa la polvere di cicoria da sola, di riempire per metà il filtro. Nel mio caso ho utilizzato anche un 30% sul totale di polvere di caffè arabica, per cui ho riempito il filtro per più di metà, di cui due terzi di polvere di cicoria e uno (un cucchiaino raso) di caffè vero e proprio. Per il tiramisù mi è servito il contenuto di due caffettiere.

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Lasciar raffreddare il caffè in una ciotola e procedere con la preparazione della crema.

crema su savoiardi

Separare i tuorli dagli albumi e mettere gli albumi in una ciotola – precedentemente scaldata per 20 secondi a 600 in microonde o già calda – con un pizzico di sale e montare a neve ferma.
Mettere da parte. Nella stessa ciotola montare i tuorli con lo zucchero e gli aghi di pino tritati finemente come zucchero a velo (io ho realizzato uno zucchero a velo al pino marittimo che ho sempre a disposizione quindi l’avevo già pronto prima) e due cucchiaini rasi di polvere di Polypodium. Incorporiamo gradatamente con una spatola prima il mascherpone e poi gli albumi montati a neve ferma.

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Come fare il mascherpone o mascarpone che dir si voglia
Ingredienti: 500 ml. di panna fresca e un cucchiaio di succo di limone o 2 grammi di acido citrico
Procedimento: versare la panna fresca in una casseruola antiaderente e scaldare a fuoco medio, mescolando continuamente con una frusta, fino a portarla a 80°-90°C. Aggiungere il succo di limone (o l’acido citrico, prima sciolto in un cucchiaio di acqua).
Una volta amalgamati tutti gli ingredienti lavorare per cinque minuti, a fuoco dolce, e la panna comincerà ad addensarsi diventando cremosa.
Spegnete il fornello e fate riposare lontano dal fuoco a temperatura ambiente per almeno un quarto d’ora.
Successivamente versate il contenuto della casseruola in un canovaccio pulito su uno scolapasta. Lasciate riposare un’altra ora a temperatura ambiente e trasferite poi in frigo per una giornata intera.
Il giorno dopo trasferite il mascarpone in una ciotola di vetro e lasciatelo riposare ancora una mezz’ora in frigo.

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Versare il caffè sui savoiardi nella pirofila con cautela per evitare sia che rimangano troppo secchi sia che si imbevano troppo, sciogliendosi.

top tiramisu

Procedere realizzando degli strati, come segue: savoiardi imbevuti, crema, castagne e faggiole, fino a esaurimento: l’ultimo strato sarà naturalmente quello superficiale e potrete guarnirlo con cacao amaro in polvere se piace, o fiori di sambuco essiccati sparsi.

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La ricetta 61 voleva un collegamento con il cinema, e nella mia mente il collegamento è stato pressoché immediato: amore folle per il selvatico, alberi, radici, tuberi, unione dell’universo in nome del tiramisù che tutti rende felici – anche all’estero -, salviamo la Natura, amiamoci, è lui, Local Hero con la divina superlativa splendida colonna sonora di Mark Knopfler…

…e invece no!

Il film più degno di essere collegato a questo tiramisù, senza alcuna presunzione, ma che Mai ha prontamente, tra le righe di un commento, indovinato, è lui:

..vi starete chiedendo il perché…

Beh, in completa licenza poetica, c’è Harrison Ford che sta morendo dalla voglia di un dolce, arriva il mio amato Rutger Hauer che lo salva e gli dice che ha visto qualcosa che gli umani non possono neanche immaginare:

“Io ho visto un tiramisù che voi umani non potreste immaginarvi:
caffè di cicoria tostato al largo dei bastioni di faggiole,
e ho visto i fiori di sambuco balenare nel buio vicino alla polvere di Polypodium.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo se qualcuno non salva il nostro pianeta,
come lacrime nella pioggia.
Allora sarà tempo di morire”.

Un modo un po’ simpatico, insomma, per evidenziare ciò che sempre mi sta a cuore e che voglio trasmettere con la mia cucina, ovvero che bisogna preoccuparsi dell’ambiente in cui viviamo, facendo scelte consapevoli, senza necessariamente essere legati al profitto, alla pigrizia da scaffale di supermercato, con entrambi gli occhi bene aperti sulla giusta alimentazione per il nostro corpo e sul modo corretto di preservare questo pianeta.

Buon dolce!

…e alla prossima sfida! 😉

Artemisia vulgaris e le altre Artemisie

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Artemisia vulgaris L. e le altre Artemisie – dedicato a Daniela

Altri nomi: canapaccio, amarella
Sinonimi: Absintium spicatum, Artemisia affinis, Artemisia coarctata, Artemisia officinalis

Inglese: Mugwort, Wormwood
Tedesco: Gemeiner Beifuß
Francese: armoise vulgaire
Spagnolo: artemisia, ajenjo común, hierba de san Juan

Famiglia: Composite (ex Asteracee)

Il genere Artemisia è rappresentato nel nostro paese da un gran numero di specie, alcune molto abbondanti, altre rare, che crescono nelle zone di montagna, talvolta persino ai limiti delle nevi perpetue.
Le artemisie spesso si ibridizzano, per cui è facile trovare specie che non appartengono specificatamente né a uno né all’altro tipo ma hanno caratteristiche da uno e dall’altro.
Le piante di pianura, spesso invadenti, tranne l’Assenzio, si trovano insieme a ortica e farinello pressoché ovunque, in luoghi ricchi di nitrati, sugli argini stradali e nei terreni incolti.

Habitat e descrizione: grande pianta erbacea perenne, aromatica, che predilige i terreni incolti raggiungendo anche 150 cm. di altezza.
Fiorisce da luglio a settembre e si raccoglie poco prima della fioritura, in luglio. Quella che cresce su terreni asciutti e ben esposti è la migliore. Naturalmente si raccoglie quella lontana da contaminazioni prodotte dalla vicinanza dell’uomo e degli animali.
È presente in Europa, nelle zone temperate dell’Asia, dell’Africa e dell’America settentrionale.
Le foglie sono alterne e pennate, dentate; i fiori sono raccolti in pannocchie di color rosso o giallo; i frutti sono acheni schiacciati.

Artemisia vulgaris L.: questa specie cresce comunemente dal mare fino alla zona submontana, soprattutto al nord. È distinguibile subito dall’assenzio per il suo colore verde scuro e i capolini piccoli, vellutati, numerosissimi, ritti sui rami, scaglionati in grappolini piramidali.
Il fusto è dritto e scanellato, spesso rossastro, le foglie sono molto dentellate, ruvide o scure sulla faccia superiore e un po’ biancastre sulla pagina inferiore.
Il suo profumo è meno intenso di quello dell’Assenzio ma l’amarezza è più accentuata.
Bisogna fare attenzione a non confonderla con l’Artemisia campestre (Artemisia campestris L.), specie simile dalle foglie maggiormente dentellate, fusti rossastri, capolini glabri, profumo quasi nullo, e che non è un medicinale. Questo tipo di Artemisia è diffusissima ma su terreni silicei.

Note storiche: sembra debba il suo nome alla dea lunare Artemide, che la scoprì; invece, secondo Plinio, il suo nome deriverebbe dalla regina Artemisia di Alicarnasso, che ne faceva uso.
Secondo Dioscoride, la pianta sarebbe ottima contro le tarme, le cimici, le pulci e i topi.
Altri vogliono che il suo nome derivi da Diana o Artemisia, protettrice delle vergini, e che da tempi immemorabili venisse evocata per richiamare i mestrui.
Apuleio, nel De Virtutibus Herbarum, riferisce che, se un viaggiatore ne porta con sé, non sente la fatica del viaggio; inoltre scaccia i diavoli nascosti e neutralizza il malocchio.
Macer Floridus la definisce Herbarum Matrem attribuendole la proprietà di affrettare nelle donne il ciclo mestruale, di aiutare i parti e di impedire gli aborti, di liberare dai calcoli e di distruggere gli effetti di tutti i veleni.
Tommaso Campanella riferisce: “Con Artemisia e Ruta si fanno venire li menstrui ella da sé, ponendosele nelle calze”.
Emery (1719) riferisce: “L’Artemisia, così chiamata in latino, a causa della regina Artemisia, che la mise in uso, è una pianta assai alta, le cui foglie biancheggiano, e sono tagliuzzate come quelle dell’Assenzio, e odorifere. Cresce per tutto. Se ne fanno delle cinture il giorno di san Giovanni. Contiene molto sale, poco oglio, e flemma: è isterica, aperitivo, e vulneraria”.
Il dottor Antonio Campana, nella Farmacopea ferrarese, afferma: “Assenzio Pontico Officinale o Artemisia Pontica. Assenzio Romano o Artemisia Absinthium L. Questi due assenzi hanno sapore amaro; si usano come stomatici, deostruenti, emmenagoghi, antielmintici, e per le febbri intermittenti con buon successo. Si preferisce il Romano, perché più sugoso e più amaro. Si adopera in estratto, in dose, fino a uno scrupolo. Per fare un decotto, si mette in una libbra di acqua un’oncia di Assenzio, da prendersi repartitamente in polvere, la dose è da uno scrupolo a due”.
A Bologna, un’antica superstizione vuole che predìca il corso delle malattie: se ne pongono delle foglie sotto il cuscino del malato, e se questi si addormenta subito guarirà, se non prende sonno, morirà.
Le donne di Avola (Siracusa) ponevano sui tetti delle case delle croci con rametti di erba bianca (Artemisia arborescens L.) alla vigilia dell’Ascensione; così Gesù, risalendo al cielo, le avrebbe benedette. Queste croci, conservate per tutto l’anno, se messe nelle stalle calmeranno le bestie indomite.
Anche in Germania, in passato, veniva adoperata nelle malattie femminili e nell’epilessia.

Parti usate: la pianta intera.

Componenti: olio essenziale contenente cingolo, alfa-thujone, beta-thujone, canfora, cariofillene, piperitone, tannini.

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Indicazioni terapeutiche: l’Artemisia è indicata nel trattamento dell’amenorrea e della dismenorrea; è impiegata come emmenagogo, eupeptico, viene anche segnalata un’azione spasmolitica. È utilizzabile in infuso o in estratto idroalcolico. La si sconsiglia nell’allattamento. La pianta è adoperata nell’industria liquoristica per la preparazione degli amari.
Le proprietà medicamentose sono simili a quelle dell’Assenzio, che può sostituire occasionalmente nonostante sia meno attiva.
L’artemisia è una delle cosiddette “erbe di san Giovanni” degli antichi, dai francesi è infatti anche chiamata “corona di san Giovanni” o anche “erba dei cento sapori”. È stata utilizzata a lungo come antispasmodico ed entrava a far parte di tutte le “pozioni isteriche”. In questo caso si utilizza la polvere, ottenuta dalle radici raccolte a settembre, pulite a secco ed essiccate con cura, conservate al riparo dall’aria e dall’umidità. Burmann se n’è servito con successo in Germania, nel secolo scorso, contro le convulsioni dei bambini nel periodo della dentizione, nella dose di 2,5 centigrammi mescolati a 25 centigrammi di zucchero in polvere. Questa miscela deve essere data di ora in ora, aumentando la dose progressivamente fino a 10 centigrammi.
Si sono anche ottenuti ottimi risultati nelle crisi epilettoidi con la dose di 4 centigrammi per gli adulti. Somministrata in un decotto ottenuto dalla pianta, con vino o birra caldi, questa polvere avrebbe impedito lo scatenarsi di crisi epilettiche al loro inizio. Anche nella corea si otterrebbero buoni risultati.

È però soprattutto come emmenagogo che l’Artemisia è efficace: si utilizza il decotto delle sommità (molto amare) o meglio ancora il succo fresco da spremitura (da 15 a 80 grammi al mattino a digiuno, durante i dieci giorni che precedono la comparsa normale delle mestruazioni). Numerosi fitoterapeuti hanno potuto sperimentare l’utilità dell’Artemisia nell’amenorrea (quando non ci sia irritazione dell’utero). Talvolta basta applicare dei cataplasmi caldi delle sommità fiorite sul basso ventre per richiamare il mestruo.
Gli usi tonici, stomatici, vermifughi sono gli stessi dell’assenzio, che ha dato il suo nome a una bevanda alcolica considerata molto nociva, della quale i personaggi di Zola facevano grande uso, è l’Erba Santa degli antichi, uno dei migliori tonici amari. È una pianta che nella farmacia di famiglia non mancava mai, sempre presente nell’angolo riservato ai Semplici sia in giardino che nella dispensa. Se la sua amarezza non a tutti piace, va ricordato il vecchio detto “Amaro in bocca, dolce al cuore”. E, tecnicamente, l’assenzio è un’Artemisia (del resto il nome botanico è Artemisia absinthium L.).
Le artemisie provocano l’appetito, combattono l’atonia digestiva, la dispepsia dei nervosi. Sono particolarmente indicate ai convalescenti, agli esauriti, ai clorotici, nei quali stimolano le funzioni digestive, combattendo la stitichezza. Poiché spesso l’estrema amarezza, in particolare dell’assenzio, rende l’infuso imbevibile, se ne prepara un vino, versando su 10 grammi di foglie e sommità fiorite secche un litro di buon vino bianco: si lascia il miscuglio per una notte a 30° C e, dopo averlo filtrato, è pronto all’uso il giorno dopo. Se ne prende un bicchierino da liquore al giorno, prima del pasto di mezzogiorno. Questo vino non si conserva a lungo, ed è preferibile prepararlo in piccole quantità.
Le artemisie sono controindicate in tutti i casi di irritazione dello stomaco e dell’intestino, quindi ai nervosi e ai temperamenti sanguigni.
In dosi troppo elevate sono piante tossiche, e le cure quindi devono essere brevi, con intervalli tra l’una e l’altra per evitare che la pianta da benefica diventi nociva.
Ugualmente, può creare reazioni allergiche e rash cutaneo a chi è particolarmente sensibile.
L’assenzio contiene una sostanza psicotropa, e può causare insufficienza renale. Se ne fa uso interno solo dietro prescrizione di un erborista qualificato. Anticamente, data la forza di questa pianta, si credeva che inalare assenzio aumentasse i poteri psichici. Era usato per la proiezione astrale, per indurre visioni, per le divinazioni e nelle pozioni d’amore.

Per combattere la febbre l’infusione vinosa di cui sopra è stata molto utile ai fitoterapeuti antichi quando ancora non era impiegata la chinina. In tali casi se ne prendono 60 grammi al giorno, aumentando progressivamente fino a 150 grammi, sempre che le condizioni delle vie digestive lo permettano. Si può anche utilizzare il succo delle foglie fresche, all’inizio dell’accesso febbrile, ma deve piacere il sapore amaro.

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L’uso antico più noto per le artemisie e in particolare l’assenzio era come vermifugo contro gli ossiuri, tant’è che il nome popolare più conosciuto dato alla pianta era “erba da vermi”. In questo caso l’assenzio si utilizza per uso esterno, tritato e bollito nel latte con qualche spicchio d’aglio tritato, sotto forma di cataplasmi applicati sul ventre dei bambini. Anche per uso interno, sotto forma di vino o birra (10 grammi di foglie macerate per 12 ore in un bicchiere di vino o birra, per cinque giorni di seguito). La ricetta di Leclerc, che sicuramente piace di più a bambini e ragazzi, è invece la seguente: somministrare ogni mattina a digiuno, per cinque giorni, 2 o 3 grammi di polvere di foglie di assenzio, 2 grammi di polvere di liquirizia o 0,50 grammi di polvere di anice, tutto amalgamato con polpa di susine.
Toglie i vermi anche l’Artemisia maritima L.: “La detta erba”, scriveva Bernard Palissy (XVI secolo) “ha una tale virtù che quando la si fa bollire e poi se ne prende la decozione, sciogliendovi in essa della farina e facendone delle frittelle cotte nella sugna o nel burro, e quindi mangiandole, esse cacciano fuori tutti i vermi che si trovano nel corpo, tanto agli uomini che ai bambini”. L’assenzio di mare o marittimo è infatti uno dei vermifughi più conosciuti, botanicamente molto vicino al Semen-contra dell’Asia centrale. Si impiegano i minuscoli capolini, che i farmacisti di una volta vendevano come semen contra-vermes. Contrariamente alle altre artemisie però l’assenzio marittimo è un tonico molto più eccitante e pertanto va utilizzato con parsimonia in quanto la santonina, sostanza presente nella pianta, è velenosa a forti dosi. Bisogna evitare il più possibile la sua diffusione nell’organismo non oltrepassando le dosi prescritte.

Per uso esterno le proprietà antisettiche delle artemisie giustificano il loro impiego, un tempo molto frequente, sulle ulcere, le piaghe suppuranti e cancrenose. Si impiega nelle medicazioni il succo fresco, il decotto concentrato e salato, oppure la tintura, facendo macerare la pianta in due volte il suo peso in alcol.

Le artemisie allontanano gli insetti: se ne può collocare qualche ramoscello nell’armadio per scacciare le tarme, o spalmare sul corpo il succo fresco della pianta o il suo decotto, durante il periodo delle zanzare, per lavorare intorno a un alveare.
Lamer (1737) dà questa ricetta “per far morire le pulci del cane”: “prendete un pugno di assenzio, fatelo bollire nell’acqua per un’ora e mezza, poi togliete dal fuoco; raffreddatasi quest’acqua, prendete l’erba, strofinate con essa il cane a contropelo, poi lavatelo con l’acqua della bollitura. Le pulci moriranno infallibilmente”.

Tra le artemisie è da tener presente anche l’Artemisia abrotanum, pianta arbustiva fortemente aromatica. Cresce in Europa meridionale, orientale e centrale e in alcune aree dell’America settentrionale, anche se raramente allo stato spontaneo. Il nome comune inglese Southernwood si riferisce alle sue origini dell’Europa meridionale (significa “legno del sud”).
Il botanico inglese Nicholas Culpepper la utilizzava per curare molti malanni, dalla sciatica alla calvizie. Un tempo era utilizzata anch’essa per combattere le infezioni e fino al XIX secolo era un’essenza tipica dei mazzolini beneauguranti.
L’abrotano è la specie più fragranti nel genere delle artemisie e viene utilizzata spesso come siepi di bordura anche per la facile manutenzione.
Le foglie citriche si utilizzano per i dolci ma in piccole dosi. In Italia era uso comune aggiungerla alle erbe dell’arrosto, soprattutto quello di agnello, o a ripieni per la cacciagione.
Le sue foglie si sono sempre utilizzate sin dall’antichità nei pot-pourri.
Simbolo di fedeltà e affetto, l’abrotano era presente nei bouquet campagnoli, specie in epoca vittoriana, che si scambiavano gli innamorati.

Un’altra artemisia molto conosciuta è il cosiddetto dragoncello, ovvero Artemisia dracunculus.
L’uso di questa artemisia risale al 500 a.C. come dimostrano lasciti degli antichi greci, da essi era infatti considerata uno dei rimedi “semplici”, che prevedeva l’uso di un’unica erba. Era anche raccomandato da Ippocrate, padre della medicina.
Soprattutto nella cucina francese è un’apprezzata erba aromatica, ma lo si utilizza anche nella cucina dell’Europa meridionale, Asia meridionale e Siberia. È infatti originaria della Russia sudorientale, e fu introdotta nell’America settentrionale dai coloni. Nel XV secolo in Inghilterra si coltivava solo nei giardini reali, nel secolo successivo poi il suo uso si diffuse ovunque.
La varietà russa Artemisia dracunculus dracunculoides ha un aroma molto più pungente, ma in cucina le foglie risultano meno saporite. Il nome della specie significa “piccolo drago”, alcuni sostengono a causa dell’odore pungente; altri a causa delle sue radici serpeggianti. Probabilmente a causa del soprannome che le fu dato in tempi antichi, “erba del drago”, ebbe notorietà come cura per i morsi di animali velenosi.
Secondo la dottrina erboristica delle Segnature “le radici a forma di serpente curano il morso del serpente velenoso, di insetti e cani con la rabbia”.
I nativi americani la usavano per varie malattie: gli Hopi la bollivano e la arrostivano tra le pietre; i Pawnee ne facevano invece stuoie e tappeti, anche per dormire.
Il dragoncello entra a far parte di numerose ricette “famose” tra cui le fines herbes tipiche della Provenza e la senape di Digione; la salsa bèarnaise e la rémoulade, e in Francia è uno degli ingredienti principali del burro alle erbe.
Si aggiunge alla macedonia, ottima con melone, pesche o albicocche. Dona un aroma leggermente piccante a dolci a base di limone o agrumi in generale.
Ha la capacità di rinvigorire le piante vicine, per cui si consiglia di piantarla vicino peperoni e melanzane. Inoltre, le secrezioni delle sue radici tengono lontani i nematodi.
“È altamente cordiale e amichevole per testa, cuore e fegato” (John Evelyn, 1666).

In cucina

Il vermouth
Il vermut o vermut o vermouth in francese e vèrmot in piemontese, è un vino liquoroso aromatizzato nato a Torino nel 1786.
La legge italiana regola la sua gradazione e composizione per cui viene definito vermouth un prodotto di gradazione alcolica non inferiore al 15,5% e non superiore al 22% in volume e che deve contenere artemisie, che sono l’elemento caratterizzante.
Deve essere composto da almeno il 75% di vino bianco dolcificato e aromatizzato. Sia la percentuale di zucchero che la gradazione alcolica, pur essendo regolamentate, variano a seconda del tipo di vermouth.
Il nome “vermut” fu scelto da Antonio Benedetto Carpano, che inventò la bevanda e la chiamò così riadattando la parola tedesca Wermut che è il nome, in tedesco, dell’artemisia maggiore (assenzio).
Rispetto alle bevande nate nello stesso periodo, il vermouth ebbe il merito di permettere l’utilizzo di vini giovani ad alta gradazione surrogando le sapidità tipiche dell’invecchiamento attraverso l’aggiunta di una particolare miscela di erbe aromatizzanti, come dice la normativa “addizionato di sostanze aromatiche e amaricanti permesse”.
Gli aromi derivano da foglie o piante intere di artemisia o assenzio (aroma principale prescritto dalla L. 108 del 16/03/1958, ad esclusione di alcuni tipi destinati all’esportazione), camedrio, cardo santo, centaurea minore, coca, issopo, maggioranza, melissa, dittamo, timo, salvia; fiori di camomilla, luppolo, sambuco, zafferano, chiodi di garofano; frutti di anice stellato, finocchio, coriandolo, cardamomo, arancio (buccia), macis, noce moscata, fava tonka, vaniglia; radici di angelica, calamo aromatico, enula campana, galanga, genziana, imperatoria, ireos, zenzero, zedoaria; scorze di cannella, china, melograno; legno di quassia; succo di aloe.
Il vermouth si beve soprattutto come aperitivo ed entra nella composizione di molti cocktail, tra i quali il più famoso è forse il Martini.

Tra le artemisie va ricordato anche il Genepì o Génépy, nome comune di diverse artemisie che crescono sulle Alpi occidentali, ovvero Artemisia umbelliformis, Artemisia genipi o Artemisia glacialis. Per infusione e distillazione si ricava un liquore che porta lo stesso nome.
Inizialmente si pensava che l’Artemisia genipi fosse un fiore di genere maschile, e che avesse la sua controparte di fiore femminile nell’Artemisia mutellina (chiamata anche genepì bianco). Entrambe sono cespugli di piccole dimensione.
La glacialis invece non è adatta per ricavarne un infuso poiché gli oli essenziali necessari per il liquore sono ottenuti solo nel seme.
L’Artemisia genipi è una specie protetta e il fiore utilizzato per ottenere il liquore è oggi coltivato, soprattutto in Val d’Aosta e Piemonte, a quote più basse rispetto all’habitat originario della pianta allo stato spontaneo, che risulta tra i 2200 e i 3000 metri s.l.m..

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Risotto all’artemisia alla maniera giapponese

L’Artemisia vulgaris viene paragonata, guardando le foglie, al crisantemo, che è commestibile e che in Giappone chiamano shingiku. La vulgaris è molto simile allo shingiku ma in Giappone non esiste, esiste un’altra varietà, la princeps, che lì è chiamata Yomogi. È molto usata nella cucina giapponese soprattutto per aromatizzare dolci, porridge, biscotti e come verdura nelle zuppe. La Yomogi ha foglie più piccole, più lobate alla punta, ma è in tutto identica alla vulgaris. I giapponesi preparano con lo Yomogi un ottimo risotto: ecco la ricetta (vegan).

Ingredienti (per due persone): 3/4 di tazza di riso tipo Arborio o similare, 1/4 di tazza di riso glutinoso a chicco corto, sette tazze di acqua o metà brodo vegetale e metà acqua; una radice piccola di zenzero tagliata con la mandolina a fette sottili; tre manciate di Artemisia vulgaris pulita e asciutta.

Procedimento: lavare il riso passandolo sotto l’acqua finché l’acqua non è più lattiginosa, scolare e mettere da parte. Portare l’acqua con lo zenzero a bollore in una pentola capiente. Quando bolle versare il riso e abbassare la fiamma, cuocendo con il coperchio. Cuocere per 40/45 minuti finché il riso non è cotto, ma ci dev’essere ancora liquido, girando spesso per evitare che si attacchi.
Tagliare finemente le foglie di artemisia e unirle al riso, e girare. Tagliare le foglie poco prima di metterle nella pentola, altrimenti gli oli essenziali al taglio svaniranno subito e l’aroma andrà perso. Coprire la pentola e cuocere altri 8/10 minuti. Rimuovere dal fuoco e aspettare altri dieci minuti. Servire in coppette profonde, accompagnando con una prugna umeboshi.

(c) Eleonora Matarrese

Geum urbanum

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Il Geum urbanum L., chiamato in italiano cariofillata o in gergo “erba benedetta” (in inglese wood avensherb Bennetcolewort) dal latino herba benedicta, è una pianta perenne delle Rosaceae, la stessa famiglia delle rose, delle ciliegie, delle fragole e delle pere, che cresce in luoghi ombreggiati in Europa e in Medio Oriente. In italiano la si può chiamare, a seconda delle regioni, garofanaia o ambretta selvatica.

È una pianta erbacea vivace, ricoperta di peli rigidi, con un corto, duro, ruvido e robusto rizoma, contornato da radichette bruno-chiare, dal quale si diparte il fusto peloso, eretto, ramoso e alto fino a 100 cm.
La rosetta basale è formata da foglie con un picciolo corto, irregolarmente pennate, con la fogliolina terminale con base acuta, ma tutte di forma ovale e dentate; le foglie cauline, sessili, sono costituite da tre foglioline o da una sola foglia divisa in tre lobi.
È abbastanza facile riconoscerla proprio perché la sua foglia è così caratteristica.

L’infiorescenza apicale, variamente ramificata, è costituita da fiori caduchi, profumati, ermafroditi, grandi fino a 2 cm., con cinque sepali triangolari e cinque petali da giallo-oro a giallo pallido, da non confondere con il fiore del ranuncolo selvatico; sono anzi simili a quelli della fragola che però ha i petali bianchi e il centro giallo vivo. Vengono impollinati dalle api.
I frutti sono una massa di acheni ricoperti da peli, di colore rosso scuro, ciascuno dei quali terminante con una spina ricurva simile a un amo. Vengono così ad ancorarsi sul pelo degli animali che ne permettono la diffusione.

Si trova nelle zone fredde e temperato-fredde ed è molto diffusa soprattutto ai margini nei boschi nell’Italia settentrionale; risulta molto difficile da trovare altrove in Italia. Il suo habitat è dal mare alla zona montana (fino a 1600 metri) nei boschi di latifoglie, nelle macchie, nei terreni abbandonati, lungo i muri e in genere in luoghi freschi e ombrosi.
Fiorisce da maggio a luglio.

Alcuni sostengono che si chiami “erba benedetta” anche perché coltivata soprattutto dai benedettini nei loro monasteri, quando le erbe selvatiche erano coltivate e quindi non proprio selvatiche e entravano a far parte della cosiddetta alchimia dei semplici.
Del Geum urbanum, da non confondere con il Geum montanum che è bellissimo ed è meglio non raccoglierlo, si è utilizzata nel corso della storia umana soprattutto la radice come spezia aromatizzante nelle zuppe e in particolare, nei paesi del nord e soprattutto nel Regno Unito, per aromatizzare la birra.

Nel folklore l’erba benedetta si dice allontani gli spiriti maligni e protegga dai cani rabbiosi e dai serpenti velenosi.
Spesso associata con il cristianesimo, perché le foglie crescono in numero di tre e i petali sono cinque (il che ricorda, rispettivamente, la Trinità e le Cinque Piaghe).
A livello astrologico è una pianta collegata a Giove: legato all’elemento Terra, rappresenta l’espansività e la giovialità, la fiducia nella vita e la gioia di vivere, la crescita, la maturità e lo sviluppo, e l’arricchimento.
Nel corpo Giove governa il fegato, che produce energia attraverso l’elaborazione degli zuccheri; inoltre Giove governa la testa, visto che nell’Olimpo degli dei Giove è il capo, il signore di tutte le altre divinità.
Sono collegate a Giove tutte le erbe che hanno attinenza con il fegato e con la testa, come ad esempio il carciofo e il noce.

Anticamente l’erba benedetta veniva utilizzata come trattamento contro i veleni e i morsi di cane. Paracelso suggeriva il suo utilizzo per malattie del fegato, catarro e dolori di stomaco.
Le foglie e le radici di Geum urbanum sono state utilizzate nella tradizionale farmacopea austriaca internamente, come tisana per il trattamento dei reumatismi, della gotta, di infezioni e febbre.
Gli erboristi moderni lo utilizzano per trattare la diarrea, problemi al cuore, l’alitosi e le afte, e per prevenire le coliche.

Nei tempi antichi veniva indossata come amuleto, perché, come scritto nell’Ortus Sanitatis (pubblicato nel 1491) “Dove la radice prende dimora Satana non può far nulla e da essa vola via, per cui essa è benedetta prima di tutte le altre erbe, e se un uomo porta la radice con sé nessuna bestia velenosa può fargli del male”.
Il Dott. Prior (in Popular Names of English Plants) sostiene che il nome originario in inglese era probabilmente “St. Benedict’s Herb” che le fu assegnato per essere un antidoto, alludendo a una leggenda riferita a San Benedetto. Si racconta infatti che una volta un monaco offrì a San Benedetto un calice di vino avvelenato ma quando il santo lo benedisse il veleno, essendo una sorta di spirito maligno, volò via con tale forza che il calice in vetro si frantumò in mille pezzi, rivelando così il crimine nascosto nell’avvelenamento.
È chiaro che siamo di fronte a una pianta che si credeva avesse forti poteri protettivi: poteri di allontanare i demoni e, se la guardiamo con occhi moderni, non siamo lontani dalla verità. L’erba benedetta ha infatti dei potenti costituenti che allontanano la malattia.
È infatti antinfiammatoria, antisettica, aromatica, astringente, diaforetica e tonica.
La radice polverizzata è stata utilizzata a lungo come sostituto del chinino nel trattamento della febbre.
Aggiungendola a un insieme di erbe per farne una tisana, ad esempio con sambuco, Filipendula ulmaria e anche un po’ di tiglio, è utile per far sudare e abbassare la temperatura in caso di febbre.

L’alto contenuto di tannini fa dell’erba benedetta un’erba astringente, da usare specificatamente per trattare problemi che riguardano la bocca, la gola e il tratto gastro-intestinale. Fortifica le gengive infiammate, guarisce le afte e le stomatiti, è ottima per fare i gargarismi in caso di infezioni della bocca e della gola e riduce le irritazioni dello stomaco e dell’intestino.

In olandese l’erba benedetta è chiamata nagelkruid e il chiodo di garofano kruidnagel: del resto è risaputo tra chi si intende di erbe che la radice del Geum urbanum ricorda, soprattutto nell’odore, la cannella ma soprattutto il chiodo di garofano. Contiene infatti eugenolo, che ha proprietà antibatteriche. È proprio l’eugenolo che, in combinazione con i tannini, la rende ottima per le infezioni della bocca.
Nell’epoca dei Tudor nel Regno Unito si era soliti appendere mazzetti di Geum urbanum con tutte le radici negli armadi per allontanare le tarme.

La raccolta dell’erba benedetta avviene di preferenza alla fine dell’inverno e l’inizio della primavera poiché è in quel periodo che la fragranza è più accentuata. Se essa non è presente, semplicemente rimettete la radice e la pianta nella terra. Il Geum urbanum diventa spesso ibrido con il Geum rivale, con il risultato di una radice di qualità inferiore e profumo più leggero o quasi inesistente.

La radice va pulita con attenzione per eliminare eventuali residui di terra e maneggiata con molta cura in quanto gli oli, volatili, potrebbero perdersi durante il processo, esattamente come durante il processo di essiccazione.
Le radici vanno essiccate intere e spezzettate o macinate solo dopo, prima dell’uso. Un macinino può essere utile alla bisogna così da utilizzarle come fossero cannella in polvere. Storicamente era questo il modo in cui esse venivano utilizzate come aromatizzante per la birra dagli anglosassoni.

Se siete nel periodo dell’anno in cui non si possono raccogliere le radici non disperate: potete raccoglierle anche verdi, prima però che la pianta vada in fiore.

Le radici più sottili sono quelle più profumate mentre l’attaccamento delle radici alla pianta non dà alcun sapore e non ha alcun profumo.

Le foglie possono essere utilizzate crude in insalata o nelle zuppe.

Attenzione! Spesso nei boschi l’elleboro cresce vicino l’erba benedetta. L’elleboro è estremamente tossico se non addirittura mortale. Le foglie delle due piante sono molto diverse ma le radici sono molto simili, per cui raccogliete solo le radici attaccate alla pianta di modo da non sbagliare.

Colluttorio con l’erba benedetta
Riempite un barattolo di vetro per metà con radici di Geum urbanum lavate e fatte a pezzettini e ricoprite di vodka o gin (non importa che tipo di alcool utilizziate, l’importante è che abbia una gradazione di circa il 40%). Fate attenzione che tutte le radici siano ricoperte dal liquido.
Lasciate in infusione per 6 settimane al termine delle quali filtrerete con un panno di lino o un canovaccio pulito. Versate in una bottiglia di vetro scuro e etichettate.
Si usa mettendo un cucchiaino in metà bicchiere d’acqua per fare dei semplici sciacqui dopo aver lavato i denti, e così è ottimo per fortificare le gengive. In caso di infezione ne userete un cucchiaio, e anche per fare i gargarismi in caso di mal di gola, che facendo gli sciacqui due volte al giorno fa passare in 24 ore.

Tisana invernale del bosco
Ingredienti: due radici di Rumex crispus, due radici di Geum urbanum, una manciata di gelsi essiccati, due stecche di cannella, un pezzo di radice di zenzero, un cucchiaio di tè verde in foglie o di foglie di Geum urbanum spezzettate; pepe nero a piacere (opzionale); un litro d’acqua (o quattro tazze).
Procedimento: portate l’acqua a bollore con tutti gli ingredienti all’interno. Spegnete il fuoco quando arriva a bollore e sistemate la pentola con tutto il liquido dentro e il coperchio in una coperta. Se volete una tisana leggera dopo dieci minuti, se no dopo trenta minuti per una bella tisana forte, togliete il coperchio.
L’acqua sarà nera e l’aroma forte e molto piacevole. Filtrate e… buon relax!
Bevetela così com’è se vi piace il gusto amaro, se no potete addolcire con un dolcificante naturale ma anche con latte di mandorla. Così la tazza nelle vostre mani avrà tutti gli elementi di madre Natura: la terra (le radici), l’acqua, il fuoco (con cui avevate scaldato l’acqua) e l’aria (lo notate quel filo blu che sale dalla tazza? 😉 ).