Portulaca oleracea

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La portulaca (Portulaca oleracea L.), chiamata anche in gergo porcellana, è una pianta annua della famiglia delle Portulacaceae considerata un’infestante.
Ha numerosissime subspecie, di cui la più diffusa è appunto la oleracea. Il nome botanico in latino significa “piccola porta” (“portula”) e si riferisce al fatto che la capsula che contiene i minutissimi semi si apre per mezzo di un coperchietto come una piccola porta. “Oleraceus” significa invece “pianta coltivata” e indica l’impiego alimentare della pianta e il fatto che essa è spesso presente come infestante negli orti.
Gli Arabi nel Medioevo l’hanno denominata baqla hamqa che significa “pianta pazza” o “pazzesca” a causa del modo in cui i rami si estendono per terra senza alcun controllo.
Invadente, con piccolo fittone e numerose ramificazioni cauline prostrate
Tutta la pianta è carnosa (una caratteristica della pianta è quella di avere la capacità di far riserva d’acqua nelle foglie): le foglie, di color verde chiaro brillante, sono disposte a spirale, obovate, oblunghe. I fiori, piccoli, sono gialli e disposti o terminali o alle ascelle dei rami: si aprono solo in mattine soleggiate. I fusti sono cilindrici, cavi internamente, di colore rossastro, molto ramificati.
Il frutto è una capsula contenente moltissimi semi minutissimi di colore nero, che è l’unica cosa cui bisogna fare attenzione quando si mangia poiché sono molto duri per i denti e spaccano lo smalto o si infilano tra un dente e l’altro.
Fiorisce in estate fino agli inizi dell’autunno.
È comunissima e data la grande quantità di semi che produce si propaga con facilità.
La si ritrova negli orti, vicino alle macerie, lungo le strade e i sentieri delle regioni calde, ma è reperibile anche al Nord nelle zone pianeggianti e soleggiate.
È sufficiente un solo esemplare per avere, l’anno seguente, piantine sparse in decine di metri intorno.
Si può raccogliere senza alcun timore poiché è infestante; solo la varietà ornamentale acquistata nei vivai o supermercati non va mangiata perché potrebbe essere stata concimata o spruzzata con concimi chimici.
Si spiccano i rametti più teneri fino a ottenerne una buona quantità.

Nelle diverse regioni italiane ha diverse denominazioni: procaccia o purselana in Liguria, erba grassa in Lombardia, barzellana in Sardegna, purcacchia o purcacc nel Lazio, porcacchia nelle Marche, precacchia in Abruzzo, porcacchia o perchiacca in Basilicata, pucchiacchèlla o chiaccunella in Campania, in alcune zone del Sannio “erba vasciulella” per evitare il diretto riferimento dialettale al sesso femminile, dato che la pucchiacca, in napoletano, è l’organo genitale femminile; perchiazza o sportellecchia in Toscana; andraca o purchiacca in Calabria; purciaca o purciddana in Sicilia, perchiazza o spurchiazza in Puglia (prechiazz a Taranto e precchiacche a Foggia, ‘mbrucacchia o brucacchia in Salento).

Di probabili origine asiatica, nell’antico Egitto era utilizzata come pianta medicinale.
Compare nella letteratura medica cinese attorno al 500.
Nel Medioevo fu coltivata nel bacino del Mediterraneo, soprattutto in Spagna. In Arabia Saudita, negli Emirati Arabi e nello Yemen sono coltivate diverse varietà di portulaca (sottospecie sativa). In particolare negli Emirati Arabi la varietà coltivata viene venduta come ortaggio e viene utilizzata in insalata.
In particolar modo nell’Italia meridionale la portulaca selvatica veniva venduta nei mercati negli anni Cinquanta/Sessanta. Ad esempio nella provincia di Napoli era raccolta insieme alla rucola e venduta da ortolani ambulanti: rucola e pucchiacchella era un binomio inscindibile tra gli ingredienti di una buona insalata.
Nella cucina romana la portulaca appartiene a quel misto di verdure selvatiche crude consumate in insalata con il nome di misticanza o “insalata di mescolanza”. Anticamente questa insalata era portata a casa dai frati che passavano a chiedere l’obolo alle famiglie, e infatti in Corsica la portulaca viene ancor oggi chiamata “erba fratesca”.
Nella cucina siciliana a’ purciddana è usata nella preparazione di insalate, come l’insalata ferragostana con pomodori, cetrioli, cipolle condite con olio, aceto e sale; oppure l’insalata con verdure lesse, dove le foglie e i giovani germogli di portulaca sono usati con patate bollite e cipolle al forno. Si usa inoltre preparare delle piccole frittelle, in cui le cime della portulaca vengono immerse in una pastella di farina e acqua e vengono poi fritte singolarmente in olio ben caldo e servite come stuzzichini e antipasti.

Le foglie crude e i germogli, dal sapore acidulo, si utilizzano nelle insalate. Sono inoltre utilizzate per preparare minestre saporite e rinfrescanti e si possono conservare sottaceto. Ottime nelle frittate e nei ripieni.

Proprietà e uso medicinale

Dal punto di vista medicinale, la portulaca ha proprietà depurative, dissetanti, diuretiche e anti-diabetiche. È sempre stata utilizzata per curare diarrea, vomito, enterite acuta, emorroidi e emorragie post-partum.
Negli ultimi anni sono state scoperte notevoli proprietà nutritive e medicinali: è una fonte vegetale di acidi grassi polinsaturi del tipo Omega-3, che svolgono un ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, di cui contiene modeste quantità e di acido alfa-linoleico; possiede inoltre un elevato contenuto di proteina cruda e di polisaccaridi idrosolubili, una buona tolleranza alla salinità e una discreta capacità di accumulo di metalli pesanti.
Elabora mucillagine, saponina, sali organici, vitamina C.
Viene utilizzata a livello popolare come depurativa, diuretica; in passato anche come antiscorbutica.

Uso esterno
Un impacco di foglie è usato in caso di foruncoli, punture d’api ed eczema.

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Ricette

La portulaca può essere consumata così com’è, cruda, sola o insieme a pomodori e porri oppure cotta per preparare frittate o come insalata, parte di misticanze, per minestre.
I rametti più carnosi, tagliati a pezzettini, vengono mantenuti sottaceto e usati al pari dei capperi o come antipasto o contorno.
Si può mangiare come gli spinaci nelle minestre o come ingrediente di paste ripiene e gnocchi.

Frittata di portulaca
Ingredienti: tre manciate di portulaca, tre uova, Parmigiano grattugiato, maggiorana, olio evo, sale
Procedimento: lasciate la portulaca sotto sale per 5 minuti, poi lavatela e tagliatela a piccoli pezzi.
Sbattete le uova, aggiungete il Parmigiano e la maggiorana. Amalgamate al composto d’uova anche la portulaca e quindi friggete in una padella unta d’olio fino a ottenere una frittata dorata. Ottima come ripieno per panini.

Insalata di portulaca e uova sode (o con rape rosse)
Ingredienti: 400 grammi di portulaca, quattro uova sode (oppure due grosse rape rosse già bollite), olio evo, aceto, mostarda di Dijon, cipollotto fresco tritato (o cipolla rossa di Acquaviva o di Tropea)
Procedimento: lavare, asciugare e tagliare la portulaca. Preparare una vinaigrette con 5/6 cucchiai d’olio, due di aceto, un cucchiaino di mostarda, del cipollotto tritato, origano, sale e pepe q.b.
Mescolare bene, poi decorare le uova sode tagliate a spicchi (o le rape rosse nella variante vegan).
Versare sopra la vinaigrette solo al momento di servire.

Salsa alla portulaca
Ingredienti: un mazzetto abbondante di portulaca, yogurt a piacere, aglio due spicchi, olio evo, sale non iodato q.b.
Procedimento: lavare bene la portulaca, tagliarla finemente e schiacciarla in un mortaio con l’aglio, l’olio e il sale.
Aggiungere sette o otto cucchiai di yogurt, due cucchiai di olio di oliva e rimescolare.
Ottima per condire la pasta o su dei crostini.

Cavolo e portulaca
Ingredienti (per 4 persone): cavolo o cavolfiore bio, un mazzetto di portulaca, cipolla rossa di Acquaviva o di Tropea, sale non iodato, olio evo q.b.
Procedimento: in una pentola preparare un soffritto con olio evo q.b. e cipolla tagliata a listarelle molto sottili. Cuocere a fuoco lento per far appassire la cipolla. Aggiungere il cavolo tagliato a listarelle sottili o le cimette di cavolfiore. Continuare la cottura per venti minuti a fuoco lento e con il coperchio. Aggiungere le foglie di portulaca ben lavate e far cuocere per altri dieci minuti. Salare a piacere poco prima di spegnere il fuoco, e girare. Se piace, aggiungere del peperoncino.
Può essere usato come contorno o come piatto unico.

Bevande
La portulaca è ottima nei centrifugati e negli smoothies, e li rende anche più cremosi. Potete provarne uno con mirtilli, kiwi, pesche, o frutta tropicale.
La portulaca può essere surgelata e se ne può fare un ottimo sorbetto dal sapore acidulo e molto dissetante.
Con le sue foglie si può preparare una tisana che aiuta in caso di mal di testa, fa abbassare la febbre, lenisce il mal di gola e in generale combatte gli stati infiammatori.

Altri utilizzi
Come con la maggior parte del cibo selvatico, anche con la portulaca si possono preparare tantissime ricette. Si può lattofermentare, si può preparare l’aceto, il pesto, lo tzatziki utilizzandola al posto dei cetrioli; può essere aggiunta anche cruda alle uova strapazzate. Si possono preparare dei pancake sia dolci che salati; si può condire la pizza proprio prima di servirla.
È ottima come condimento per il gazpacho, o per condire una vellutata di zucchine o di asparagi.
Nei sandwich o nei panini aggiunge una nota croccante. Si può preparare la salsa verde utilizzandola insieme o al posto del prezzemolo.

E se ne avete proprio tanta, e avete la fortuna di avere un pollaio, nutrite le galline: le loro uova saranno più ricche di Omega-3!

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Camomilla

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La camomilla (Matricaria chamomilla L.) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Asteraceae (Composite).

Il nome deriva dal greco χαμαίμηλον (chamáimēlon), parola formata da χαμαί (chamái), “del terreno” e μήλον (mḗlon), “mela”, per l’odore che somiglia a quello della mela renetta. Questa derivazione è conservata nel nome spagnolo manzanilla da manzana che significa appunto mela.
Il nome del genere, Matricaria, proviene dal latino mātrīx,mātrīcis, che significa “utero”, con riferimento al suo potere calmante nei disturbi mestruali.

La camomilla appartiene a un genere di sole 7 specie.

La pianta ha radici a fittone e un portamento cespitoso, con più fusti che partono dalla base, più o meno ramificati nella porzione superiore. L’altezza non supera in genere i 50 cm. nelle forme spontanee, mentre nelle varietà coltivate può arrivare a 80 cm.
La pianta è spiccatamente aromatica.
Le foglie sono alterne e sessili, oblunghe. La lamina è bipennatosetta o tripennatosetta, con lacinie lineari molto strette.

I fiori sono riuniti in piccoli capolini con ricettacolo conico e cavo. I fiori esterni hanno la ligula bianca, quelli interni sono tubulosi con corolla gialla. I capolini, di diametro di 1/2 cm., sono riuniti in cime corimbose. Essi hanno un odore aromatico gradevole e contengono un’essenza caratteristica costituita dal principio attivo azulene, e da una mescolanza di altre sostanze (acido salicilico, acido oleico, acido stearico, alfa-bisabololo).

 

Il frutto è una cipsela di circa un mm. di lunghezza, di colore chiaro, privo di pappo.

La specie è diffusa in Europa e Asia e naturalizzata in altri continenti.
Cresce spontanea nei prati e in aperta campagna, non oltre gli 800 m.; diventa spesso invadente comportandosi come pianta infestante delle colture agrarie.
È una specie rustica che si adatta a terreni poveri, moderatamente salini, acidi.
Il ciclo di vegetazione è primaverile-estivo, con fioritura in tarda primavera e nel corso dell’estate.

Si raccolgono solitamente i fiori, preferibilmente dopo aver perso i petali ma prima di essersi essiccati sulla pianta stessa.
Una comune metodologia di raccolta consiste nel far passare tra le dita (o tra i denti di appositi pettinini) gli steli della pianta di modo da raccoglierne solo i fiori, evitando una lunga fase di pulitura.
I capolini si essiccano disponendoli in strati sottili all’ombra; si conservano poi in recipienti ermetici di vetro al riparo da fonti di luce e umidità.
Si possono anche essiccare mazzolini delle cime della pianta con i fiori, a testa in giù in un sacchetto di carta bucherellato per non favorire lo svilupparsi di muffe e far aerare per una perfetta essiccazione. I fiori caduti dai mazzetti creano una polverina: viene utilizzata anch’essa, spesso per infusi, filtrando o meno a seconda dei gusti.

Dai fiori si producono infusi che vengono utilizzati per i loro effetti blandamente sedativi.
Oltre che alla somministrazione orale si può ricorrere all’uso di preparati di camomilla anche per nebulizzazioni, linimenti anti-stress, impacchi, colliri e colluttori (questi ultimi anche insieme alla malva).

La camomilla è dotata di buone proprietà antinfiammatorie, locali e interne, e costituisce un rimedio calmante tipico dei fenomeni nevralgici (sciatica, trigemino, lombaggine e torcicollo). Questo, grazie a certi componenti dell’olio essenziale (alfa-bisabololo, guaiazulene, camazulene e farnesene), a una componente flavonoide (soprattutto apigenina, quercetina, apiina e luteolina) e ai lattoni matricina e des-acetil-matricarina.
Il suo potere antiflogistico, a parità di principio attivo (in peso), è stato comparato a quello del cortisone.
Altri flavonoidi presenti (eupatuletina, quercimetrina) e le cumarine sono responsabili delle proprietà digestive e spasmolitiche.
Queste combinazioni di principi attivi ne fanno un buon risolvente nella dismenorrea, nei crampi intestinali dei soggetti nervosi, negli spasmi muscolari e nei reumatismi.
Le tisane ottenute con la camomilla inoltre provocano l’espulsione dei gas intestinali in eccesso.
In omeopatia la camomilla viene inoltre consigliata per i problemi legati alla dentizione, alla sindrome premestruale e a varie malattie infantili come otiti, coliche e numerosi problemi comportamentali.

Sono infine note a tutti le proprietà nutrizionali della camomilla per capelli e cuoio capelluto; si utilizza anche per schiarire i capelli biondi che con il tempo tendono al castano: per questi scopi si deve preparare un infuso di fiori di camomilla, lasciarlo raffreddare, filtrarlo e poi utilizzarlo regolarmente dopo lo shampoo, per almeno una o due volte a settimana.

Ad uso interno: in infuso per sedare spasmi allo stomaco e all’intestino e coliche renali e biliari. Favorisce la digestione e calma la nausea e il vomito. Aiuta a abbassare la febbre e a superare il raffreddore e calma nevralgie e dolori di testa.

Uso esterno: per curare scottature, prevenire ulcere e infezioni e per disinfettare le ferite.
Per gargarismi in caso di mal di gola.
L’olio di camomilla è usato per frizionare le parti colpite da dolori articolari e nevralgie.

Curiosità

Camomilla romana
È comune nell’Europa occidentale e coltivata specialmente nella provincia di Roma.
Viene anche chiamata camomilla inglese.
È più pregiata della camomilla comune per il miglior aspetto, ma in realtà i suoi principi sono meno attivi.
Contiene un’essenza di colore azzurro chiaro (cerulina) dall’odore gradevole.
Viene utilizzata soprattutto nella preparazione dei liquori.

La camomilla comune si aggiunge ai cosmetici come antiallergenico e si utilizza in decotto come schiarente per i capelli.

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Ricette base

Infuso: 2/4 grammi di fiori, una tazza di acqua bollente. Va preso dopo i pasti e prima di coricarsi.

Contro l’insonnia fa molto bene la tisana: un pizzico di fiori di camomilla, un pizzico di fiori di tiglio, 4/5 foglie di menta piperita, 100 gr. di acqua bollente; zuccherare a piacere.

Olio di camomilla: 20 grammi di fiori secchi, 100 grammi di olio evo. Scaldare per due ore a bagnomaria; lasciar raffreddare; colare e spremere con un panno leggero; aggiungere 10 grammi di canfora. Linimento contro le infiammazioni e i dolori.

Tintura di camomilla: 100 grammi di fiori, 500 grammi di alcool a 60°. Lasciar macerare per dieci giorni e filtrare. In pozione: 5/10 grammi.

Elisir di camomilla: 25/30 grammi di fiori, 300 grammi di alcool. Lasciare a macero per 10 giorni. Filtrare, aggiungere 300 grammi di acqua e 450 grammi di zucchero. Bere a bicchierini prima o dopo i pasti.

Per la digestione difficile: preparare un infuso con 5/10 grammi di infiorescenze di camomilla in un litro d’acqua bollente (circa 5/6 infiorescenze per tazza). Berne da 3 a 6 tazze calde al giorno.

Per la gastrite: lasciate in infusione un cucchiaio da dessert di camomilla per 15 minuti in una tazza di acqua bollente. Aggiungere il succo di mezzo limone e filtrare. Berne 1/2 tazze al giorno in caso di bisogno.

Per l’inappetenza: bere mezz’ora prima dei pasti un bicchiere di tisana non dolcificata ottenuta lasciando in infusione due pizzichi di camomilla e due di angelica per 10 minuti in acqua bollente.

Disturbi mestruali: se il flusso sanguigno è troppo abbondante, mescolate in parti uguali valeriana, camomilla e menta piperita. Lasciare in infusione due pizzichi della miscela per 10 minuti in una tazza d’acqua bollente. Bere una volta al giorno.
Preparate una tisana con 20 grammi di calendula, 20 grammi di camomilla, 15 grammi di achillea, 15 grammi di melissa, 15 grammi di iperico, 15 grammi di tiglio in un litro d’acqua. Filtrare e berne tre tazze al giorno, calda, lontano dai pasti, una settimana prima dell’inizio del ciclo e continuare per alcuni giorni dopo il termine. Per disturbi della menopausa, due o tre tazze al giorno lontano dai pasti.

Per eliminare i punti neri: ogni giorno fate un impacco di camomilla sul viso pulito per almeno venti minuti. Eseguendo con regolarità la cura raggiungerete in breve tempo buoni risultati.

Preparate l’olio di camomilla scaldando a bagnomaria per tre ore 100 grammi di infiorescenze di camomilla in mezzo litro di olio evo. Filtrare e conservare in bottiglia. Frizionare al bisogno le zone della pelle interessate da infezione o infiammazione.

Lombaggine: preparate un infuso con 50 grammi di infiorescenze di camomilla in un litro d’acqua. Filtrate e applicate un impacco sulla zona interessata.

In caso di vista affaticata portate a ebollizione in un litro d’acqua 5/6 cucchiai da minestra di fiori di camomilla per 1-2 minuti, quindi spegnete e lasciate in infusione per 20 minuti. Imbevete delle garze nell’infuso e fate degli impacchi sugli occhi per 5 minuti.

Per attenuare la stanchezza degli occhi, imbevete delle compresse di cotone con infuso di camomilla tiepido. Ponete le compresse sugli occhi e lasciatele in posa finché non saranno fredde. Ottimo anche in caso di congiuntivite o bruciore agli occhi.

Ricette di cucina e non

Tisana estiva per bambini e ragazzi con camomilla
Ingredienti: 2 parti di foglie di lampone, una parte di ibisco, una parte di buccia d’arancia, una parte di buccia di limone, mezza parte di lemongrass, 1/2-una parte di cinorrodi di rosa canina (a seconda di quanto la volete dolce, per contrastare l’acredine dell’ibisco), un quarto di camomilla; quattro tazze di acqua bollente, quattro cucchiai di tè in foglie, 4/5 limoni medi o una tazza e mezzo/due di succo di limone – che può essere sostituito con succo d’arancia, lime, mela, etc.); dolcificante: miele, sciroppo d’acero, zucchero di cocco, stevia, etc. a piacere; una damigiana o una bottiglia; acqua ghiacciata.
Procedimento: mischiare gli ingredienti secchi per il tè in una ciotola e poi conservare in un contenitore a chiusura ermetica.
Nel fondo della bottiglia sistemare quattro cucchiai della tisana e far bollire l’acqua di quattro tazze per 8/10 minuti. Mentre la tisana è in infusione, spremere i limoni (o altra frutta).
Filtrare la tisana e aggiungere il succo fresco. Zuccherare a scelta prima di aggiungere l’acqua ghiacciata e eventualmente anche qualche cubetto di ghiaccio.

Calza per il bagnetto
Avete un calzino spaiato? Potete utilizzarlo per realizzare una calza “ripiena” per il bagnetto.
Ingredienti: due cucchiai di: fiori di lavanda (puliscono e calmano la pelle e i rossori, rilassano il sistema nervoso, aiuta a prender sonno), fiori di camomilla (rilassanti, calmanti, lisciano la pelle – attenzione! potrebbero causare reazione allergica a chi è allergico alle Composite/Asteracee -), fiori di tiglio (blando sedativo e calmante del derma), fiori di sambuco (guarisce le infiammazioni, favorisce la cicatrizzazione delle ferite, placa i bruciori da abbronzatura e i rash cutanei), petali di rosa (antinfiammatorio naturale e placa i forti battiti cardiaci), fiori di calendula (calma i rossori della pelle, le scottature, i foruncoli, il prurito), foglie e fiori di menta (rinfrescante e rinvigorente, disinfettante per la pelle), foglie e fiori di melissa (il profumo piace molto ai bambini e aiuta a distendere la mente).
Se si vuole, si possono aggiungere farina o fiocchi di avena (calmanti per allergie, irritazioni, ponfi, foruncoli), latte in polvere, riso in polvere, amido di riso. Per gli adulti si può aggiungere il sale.
Sistemare in un contenitore a chiusura ermetica e tenerlo pronto all’uso. Riempire un calzino con la “tisana” e chiuderlo con un nastro. Appenderlo al rubinetto man mano che l’acqua scende nella vasca.

Latte alla camomilla
Ingredienti: una tazza di acqua; due cucchiai di camomilla e lavanda, mischiati (tre parti di camomilla e una di lavanda; potete anche qui mischiare prima e conservare in un contenitore a chiusura ermetica); latte vegetale q.b. per riempire la tazza (ottima con il latte di anacardi)
Procedimento: portare l’acqua a bollore in un padellino. Rimuovere dal fuoco e aggiungere le erbe (sia sciolte che in un sacchettino) nell’acqua. Lasciare in infusione per 5/7 minuti o poco più per una tisana più aromatica.
Rimuovere le erbe. Aggiungere il latte vegetale e se piace miele o altro dolcificante e riscaldare a fuoco basso.
Volendo, potete anche mettere tutti gli ingredienti (acqua calda!) nel frullatore, farlo andare, e gustare. Ottimo per il mal di testa.

Gel per capelli vegan alla camomilla

Ingredienti: un cucchiaio di foglie di menta, un cucchiaino di succo di limone e uno di sciroppo d’acero, mezzo cucchiaino di gomma di xantano in polvere, una tazza d’acqua, un terzo di tazza di succo di aloe vera, due cucchiai di camomilla.
Procedimento: far bollire l’acqua e aggiungere camomilla e menta, come se faceste una tisana. Lasciar raffreddare a temperatura ambiente. Filtrare. Mischiare tutti gli ingredienti insieme e lasciar riposare per un po’. La gomma di xantano si gelificherà lentamente. Se volete potete anche farlo in un mixer così da velocizzare i tempi. Se il composto risulta troppo liquido, aggiungere ancora gomma di xantano; aggiungere acqua se è troppo compatto o gelificato.

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Ghiaccioli alla camomilla

Ingredienti: tre tazze d’acqua, un terzo di tazza di miele grezzo, un quarto di tazza e un cucchiaino (6 grammi) di fiori di camomilla freschi o secchi.
Procedimento: in un pentolino portare l’acqua a lieve bollore; togliere dal fuoco e sciogliere il miele. Aggiungere la camomilla, coprire con il coperchio e lasciare in infusione per dieci minuti. Se si usano fiori freschi, filtrare.
Riempire gli stampi per ghiaccioli, non completamente (lasciare circa 3 mm in alto).
Inserire gli stecchi e i coperchi degli stampi e far refrigerare per almeno otto ore o per una notte.
Possono essere mangiati prima di andare a dormire e per far passare il mal di gola (in tal caso nella ricetta si può aggiungere anche succo di limone).
Si conservano in freezer fino a una settimana.

I benefici delle erbe selvatiche

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Le erbe selvatiche sono spesso, anzi nella maggior parte dei casi, più ricche di nutrienti delle erbe coltivate, soprattutto di minerali.
Una ricetta che voglio condividere oggi è un integratore che può essere utilizzato in tisana o infuso o anche “spolverato” su zuppe e stufati, o aggiunto a succhi e centrifugati.

Ingredienti:
radice di bardana
foglie e radice di tarassaco
foglie e radice di ortica
foglie di piantaggine
foglie di edera terrestre
foglie di menta
foglie e fiori di trifoglio rosso
foglie di timo
foglie di salvia

Procedimento:
Far seccare le erbe indicate e una volta secche tritarle con un macinino, poco alla volta. Tritarle con un robot da cucina va anche bene, ma fate attenzione alla velocità e al tempo perché se le lame si surriscaldano modificano le erbe e i loro nutrienti e ne pregiudicano sapore e conservazione.
Una volta tritate, conservare in un contenitore a chiusura ermetica. Vale come per le altre erbe essiccate il consiglio di aprire il contenitore ogni due/tre settimane e lasciarlo aperto per qualche ora per impedire lo sviluppo di muffe, microrganismi e insomma per farle conservare meglio. Questo mix si conserva per un anno.

Utilizzo:
assumere 2/3 cucchiaini giornalmente, come fareste con un integratore.
Si possono anche aggiungere queste erbe in infusione in un aceto così da avere un aceto integratore multivitaminico e remineralizzante.

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Se invece con l’arrivo della primavera volete avviare il programma detox in vista magari della prova costume, potete preparare una tisana detossinante.

Ingredienti:
15 grammi di cime di ortica
15 grammi di foglie di tarassaco
15 grammi di radice di zenzero, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di tarassaco, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di bardana, tritata grossolanamente
due bastoncini di cannella, tritati grossolanamente

Procedimento (se ne realizzano 100 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservarli in un barattolo.
Preparare la tisana facendo un infuso di un cucchiaino per tazza in acqua bollente per 5-10 minuti.
Si possono bere da una a tre tazze al giorno, aggiungendo succo di limone fresco e miele a piacere.

Ricordatevi che i preparati detossinanti non vanno dati a bambini di età inferiore ai 12 anni. Ugualmente, non sono consigliati in caso di gravidanza o allattamento.
Naturalmente, se avete problemi di salute bisogna assumere i preparati erboristici solo sotto stretto controllo medico.

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Un’altra ricetta che voglio condividere è la ricetta ideale per il cambio di stagione dall’inverno alla primavera, per prepararsi all’importante transizione durante l’anno, periodo in cui spesso ci si sente giù e privi di energia.

Ingredienti:
12 grammi di cime di ortica
7 grammi di foglie di betulla
5 grammi di fiori di calendula
3 grammi di foglie di ribes
3 grammi di fiori di olmaria

Procedimento (se ne realizzano 30 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservare in un barattolo. Si mantiene per un anno.
Preparare una tisana con un cucchiaino per tazza di acqua bollente.
Si può assumere due/tre volte al giorno.

Alla prossima!

[continua…]

Erbe selvatiche per i tuoi detersivi naturali

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La cura con le erbe selvatiche è alla radice della medicina moderna, e l’uomo l’ha utilizzata sin dagli albori della civiltà. In alcune tombe antichissime gli archeologi hanno scoperto resti di piante conosciute ancor oggi – come la Nigella nella tomba di Tutankhamon, per fare un esempio – per il loro potere di trattare condizioni anche gravi, come l’artrite, individuata nei corpi sepolti nelle tombe stesse.
Ogni cultura e ogni paese ha una storia ricchissima di cure con le erbe selvatiche: le medicine moderne, nella maggior parte dei casi, derivano da queste cure.
Un esempio che faccio sempre è il farmaco che prendeva mia nonna per l’osteoporosi, che costava la “bellezza” di 50.000 lire, che altro non era che equiseto polverizzato con eccipienti… laddove bastava una tisana di aghi, remineralizzante, che aiuta a fissare meglio il calcio, e senza eccipienti di sorta.

“La legna ti scalda tre volte: la prima volta quando la raccogli, la seconda quando la tagli, la terza quando la bruci”: è la stessa cosa con le erbe selvatiche.
Quando sei in giro per prati, campi, boschi per raccogliere erbe selvatiche ti connetti alla Natura che porta armonia e equilibrio. Del resto è risaputo che avvertire interiormente la connessione al mondo naturale porta una felicità inestimabile.
Quando sei in casa a sistemare le erbe raccolte è un gran divertimento. È come un viaggio alla scoperta ogni volta di qualcosa di nuovo, perché al rientro a casa innumerevoli e sempre diverse saranno le ricette per te stesso, per la casa, per la salute…
Quando poi la ricetta è pronta e usi la tua erba, sia come cibo che come medicina, grande è la soddisfazione di qualcosa raccolta da te, preparata da te, utilizzata da te o dai tuoi cari. Profondo senso di soddisfazione.
In sintesi, le erbe selvatiche contribuiscono alla felicità e al benessere in così tanti modi che la loro utilità intrinseca non è l’unica gioia che trasmettono 😉

Una delle ricette più semplici da realizzare con le erbe selvatiche è l’aceto.
L’aceto è un ottimo mezzo per conservare le erbe e estrarre loro componenti; e si può utilizzare nei cibi, prendere come integratore o medicina, e soprattutto utilizzarlo in molti modi in casa per le pulizie, ma anche come cosmetico per la pelle e i capelli.
L’aceto, soprattutto grezzo (non pastorizzato) come l’aceto di mele, è ottimo per i nostri organi interni. Bilancia il pH, riduce le infiammazioni, rafforza le difese immunitarie e regola il metabolismo.
Preso con il cibo aiuta nell’assorbimento dei minerali.
Esternamente, lenisce le ferite, riduce i gonfiori, e per la pelle e i capelli è un vero toccasana (tant’è che le nonne consigliavano sempre di effettuare l’ultimo risciacquo dopo lo shampoo con l’aceto per rendere i capelli forti e lucidi).

Gli aceti con le erbe selvatiche sono fatti come le tinture. Bisogna mettere l’erba a bagno nell’aceto in un rapporto di 1:2/3 (una parte di erba per due/tre di aceto).
Lasciare dalle 2 alle 4 settimane in un luogo buio e fresco, poi filtrare con un panno a maglie sottili.
Gli aceti si mantengono per almeno due anni.

Gli aceti possono essere utilizzati per realizzare delle compresse. Bisogna mettere a bagno un panno di lino o cotone in una vaschetta con l’aceto con le erbe selvatiche e lasciarlo a bagno, si può anche riscaldare se la ricetta lo prevede. Questa modalità aiuta a lenire i dolori, a curare il mal di gola, il mal di testa, e soprattutto problematiche legate alla pelle.
Il materiale erbaceo fresco, poi, può essere utilizzato per fare dei cataplasmi – erbe impastate o pestate semplicemente, applicate direttamente sulla pelle -.
I cataplasmi possono stare sulla pelle anche per due/tre giorni, ma nella maggior parte dei casi si tende a sostituire l’erba quotidianamente.

Un’altra soluzione a molte problematiche di salute è l’antico oxymeli (in latino), dal greco ὀξύμελι, un rimedio molto gustoso che combina le proprietà curative dell’aceto alle erbe con il miele, insomma una sostanza miracolosa, rinomata per le proprietà antibiotiche e per rafforzare il sistema immunitario.
Gli oximeli sono realizzati riscaldando dolcemente un aceto di erbe selvatiche con la medesima quantità (rapporto 1:1) di miele, finché il miele non si dissolve. Si conserva in bottiglie sterilizzate per almeno due anni.

detersivi erbe selvatiche 2

Ricetta per uno spray per superfici – 500 ml, si conserva per due anni –
Ingredienti: 500 ml. di aceto, preferibilmente di mele, autoprodotto; 2 cucchiai di foglie e fiori di maggiorana (Origanum majorana); 1/2 cucchiai di capolini di fiori di camomilla (Matricaria chamomilla); 20 gocce di olio essenziale di lavanda.
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere l’olio essenziale e lasciar decantare in una bottiglia con il tappo “spray” (per pulire più facilmente), preferibilmente di vetro, altrimenti in uno spruzzino in plastica.
Per l’uso quotidiano è sufficiente aggiungere acqua in rapporto 1:1 allo spray (diluendolo ad hoc). Spruzzare, lasciar agire per qualche minuto, passare un panno.
Per macchie difficili o grasso, usarlo puro: se riscaldato per qualche minuto diventa veramente molto forte. Spruzzare le superfici con l’aceto di erbe bollente, lasciarlo un quarto d’ora prima di strofinare e asciugare.

Ricetta per disinfettante e deodorante per wc – 500 ml, si conserva per un anno –
Ingredienti: una manciata di foglie di rosmarino; una manciata abbondante di aghi di pino (rimuovere i rametti, servono solo gli aghi); 500 ml. di aceto di mele, meglio se autoprodotto; 50 gocce di olio essenziale di rosmarino (facoltativo); 50 gocce di olio essenziale di pino (facoltativo).
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere gli oli essenziali per un odore più persistente.
Versare un secchio d’acqua nel wc per far risalire l’acqua dal basso. Versare l’aceto non diluito nella tazza e lasciar agire per 20 minuti. Strofinare bene con lo scopino.

Ricetta per disinfettante al timo e alla calendula – 450 ml, si conserva per due anni –
Ingredienti: 500 ml di aceto di mele, meglio se autoprodotto; 100 ml di olio essenziale di timo; 15 grammi di foglie di timo o, ancora meglio, una manciata di timo appena raccolto, togliendo le radici e lasciando più foglie possibile; 15 grammi di fiori di calendula secchi o, ancor meglio, appena raccolti.
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere l’olio essenziale di timo e imbottigliare.
Utilizzare diluito in rapporto 50:50 con acqua per passarlo sulle superfici, sui lavelli, sul coperchio del wc e soprattutto ottimo per aree dove stazionano animali domestici.

[continua…]

Rumex Acetosa

Rumex acetosa

Rumex acetosa

Acetosa
Rumex acetosa L.
Nomi comuni italiani: erba brusca, acetina, solegiola
Inglese: Common sorrel, garden sorrel, sorrel, spinach dock, narrow-leaved dock
Francese: Oseille des Prés, Rumex oseille
Tedesco: Großer Ampfer, Wiesen-Sauerampfer
Spagnolo: acedera pratense, vinagrera
Famiglia: Polygonacee

Habitat e descrizione: pianta erbacea perenne alta da 30 centimetri a un metro, molto diffusa in tutta Europa, ma soprattutto in quella centrale. Presente anche nell’America del Nord e nell’Asia temperata. Fiorisce in maggio-agosto. Ha foglie picciolate e lanceolate, che formano una rosetta. I fiori, color ruggine, sono raccolti in una pannocchia. È comune nei prati, lungo i ruscelli, e nei campi incolti.

Note storiche: “È adoperata dai cuochi per le salse; si usa come refrigerante, diuretica, antiscorbutica, per cagione dell’acido libero che contiene (ossalato acidulo di potassa); le parti usuali sono: foglie e radici”. Così affermava Antonio Campana, nel 1821, a proposito dell’acetosa; e più tardi, nel 1896, si raccomandavano le foglie commestibili nel brodo d’erbe.
La medicina popolare apprezzava l’infuso di foglie di acetosa come antiartritico.
È sempre Campana che ci fornisce una ricetta per la conserva di acetosa: “P. Foglie d’acetosa, quanto vuoi. Scelte e ridotte in polpa finissima, e passate per uno straccio di crino, le mescolerai in mortajo di marmo, con zucchero raffinato e pestato, tre volte più del suo peso. Riponi il prodotto in vasi adattati. Nella stessa maniera farai la conserva di coclearia, e di altre piante antiscorbutiche, avvertendo, che queste perdono col tempo la loro attività; fa duopo perciò prepararle quando ne avrai bisogno. Dose, fino a un’oncia”.

Parti usate: l’intera pianta.

Componenti principali: ossalato acido di potassio, antrachinoni, vitamina C.

Indicazioni terapeutiche: la radice, sconsigliata nei gastritici e nei sofferenti di calcolosi (data la sua ricchezza in ossalati), è utilizzabile in decotto come lassativo e diuretico. Dosi eccessive di questa pianta possono provocare fenomeni di intossicazione che si manifestano con nausea, vomito e diminuzione della pressione arteriosa.
L’acetosa, dal sapore agro, già apprezzata dagli antichi egizi e dai romani, è un ottimo condimento per brodi di pollo, pomodori, lenticchie; in Inghilterra (dove era popolarissima nel Medioevo) è un elemento essenziale delle salse agre a base di verdure. Lo “spinacio francese”, ovvero l’acetosa in “passata” con gli spinaci, era un cibo conosciuto nel nostro paese, e le foglie giovani della pianta possono consumarsi crude in insalata.

L’acetosa (Rumex acetosa) è una pianta erbacea perenne e rustica, provvista di una grossa radice, dalla quale in primavera si sviluppa un fusto eretto, semplice o poco ramificato, di colore rossastro. Può raggiungere l’altezza di un metro.

La pianta contiene vitamina C, ossalato di ferro, acido ossalico e ferro.

Si raccoglie all’inizio della fioritura in maggio/giugno recidendola, con un coltellino o le forbici, qualche centimetro più in alto del colletto.

L’Acetosa era utilizzata in passato contro lo scorbuto, affezione che colpiva inesorabilmente gli individui carenti di vitamina C.
L’alimentazione odierna, più ricca e bilanciata, ha eliminato questa malattia, limitando l’utilizzo dell’Acetosa alle sue proprietà diuretiche e leggermente lassative.

All’esterno viene utilizzata soprattutto per attenuare infiammazioni delle mucose della bocca e retrobocca mediante sciacqui e gargarismi.
Le foglie fresche vengono usate in aggiunta alle insalate fresche cui, per il gusto acidulo ed astringente, conferiscono un sapore particolare.
Si usa anche aggiungerla alle verdure cotte, specialmente a quelle che hanno già proprietà diuretiche.

Essa è particolarmente ricca in ossalati, per cui se ne consiglia un uso moderato soprattutto a chi soffre di disturbi gastrici ed intestinali; è sconsigliata ai malati di fegato e a chi è affetto da calcolosi epatica e renale.

USO INTERNO:
La pianta intera: come diuretico e rinfrescante, 2 grammi di decotto in 100 ml. d’acqua. Due tazze al giorno, al mattino a digiuno e alla sera.
Le foglie fresche: come rinfrescante e diuretico qualche foglia, a piacere, nelle insalate fresche o insieme ad altra verdura cotta.

USO ESTERNO:
La pianta intera: per gengive e mucose della bocca infiammate, 5 grammi di decotto in 100 ml. d’acqua. Fare gargarismi e sciacqui boccali 3/4 volte al giorno.

Il decotto e l’infuso vengono utilizzati per l’anemia, come disintossicante, per l’acne e le dermatiti.
I cataplasmi delle foglie fresche per le irritazioni della pelle e le punture di insetti.
Il pediluvio per decongestionare e favorire la circolazione sanguigna dei piedi.
Le foglie fresche mangiate in primavera hanno una funzione depurativa.

Curiosità
Una particolarità dell’Acetosa è che è incompatibile con le acque minerali ed i contenitori in rame.

Avvertenze
Pur avendo tante proprietà non è tollerata da tutti, e in ogni caso va assunta con cautela perché in quantità elevate può causare intossicazione.

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Si tratta di una pianta particolarmente diffusa in tutto il territorio italiano e presenta la caratteristica di poter essere raccolta durante tutto l’anno.

Le foglie dell’acetosa si caratterizzano per una forma che ricorda una lancia e presentano anche un colore del tutto caratteristico ed un sapore notevolmente acidulo che si intensifica dalla stagione estiva in poi.
Le foglie dell’acetosa sono piuttosto rinomate anche per il fatto di contenere vitamine, in modo particolare la vitamina C e diversi sali minerali.

Per quanto riguarda i fiori, il periodo in cui sbocciano è compreso tra la tarda primavera e la fine di agosto.
La Rumex acetosa si caratterizza per essere particolarmente diffusa in tutti quei terreni pratosi, esposti al sole, ma riparati dai venti. Predilige i suoli argillosi.
La Rumex acetosella, invece, che presenta delle foglie dal sapore più amaro, predilige i terreni sabbiosi, asciutti e acidi.

Era già conosciuta nei tempi antichi come pianta officinale e come verdura, tant’è che Carlo Magno cercò di propagare la sua diffusione nei giardini dei chiostri. Veniva infatti spesso utilizzata per realizzare degli impacchi in grado di abbassare la febbre alta e di porre rimedio all’inappetenza.
I medici medioevali pensavano addirittura di poter curare la peste ed il colera con l’acetosa.

Oggi essa viene usata spesso per stimolare l’appetito, la diuresi e la digestione. Inoltre, per via della notevole presenza di ferro, è in grado di svolgere un’ottima funzione depurativa e di arricchire il sangue.
È anche utilizzata per trattare sinusite e cancro.

Se ne fanno salse; viene utilizzata come gli spinaci. La linfa è usata come smacchiatore.

In inglese è chiamata Cuckoo’s-meate perché un’antica credenza sosteneva che il gallo si schiarisse la voce mangiandola. In Scozia è chiamata gowkemeat.

In Francia si mette nei ragoût, nelle fricassee e nelle zuppe, formando l’ingrediente principale dell’amata Soupe aux herbes.

All’epoca di Enrico VIII questa pianta in Inghilterra aveva una gran reputazione per il suo uso culinario, ma con l’introduzione della French sorrel, con foglie larghe e succulente, perse gradatamente la sua posizione come erba da insalata e da tisana, e per molti anni non è più stata coltivata.

John Evelyn sosteneva che l’acetosa “forniva una sapidità così immediata all’insalata che non dovrebbe mai mancare. Nel 1720 egli scrisse: “L’acetosa stimola l’appetito, allevia il calore, calma il fegato e rafforza il cuore; è un antiscorbutico, combatte la putrefazione e nella realizzazione di insalate conferisce una sapidità senza eguali, così da sopperire alla mancanza di arance e limoni”. Insieme con il sale, dà sapidità così da rendere non solo le altre piante ed erbe, ma anche l’uomo stesso, piacevole e gradevole”.

Culpepper ci dice: “L’acetosa è importante per tutte le malattie calde, per raffreddare qualsiasi infiammazione ed il calore del sangue nelle febbri pestilenziali o colleriche, o di malattia o svenimenti, derivanti da fonti di calore, e per risvegliare gli spiriti spenti, con attacchi furiosi violenti o infuocati delle febbri malariche: placa la sete, procura appetito nello svenimento o nella decomposizione dello stomaco; resiste la putrefazione del sangue, uccide i vermi, ed è un cordiale al cuore, cosa per cui il seme è ancora meglio, poiché secca e lega… Entrambi, radici e semi, così come l’erba, sono ritenuti potenti per resistere al veleno dello scorpione… Le foglie, avvolte a guisa di cavolo e arrostite sulla brace, e applicati su ascessi ed ulcere, o piaghe dolenti di peste, li fanno maturare e rompere.
L’acqua distillata di Acetosa è di gran buon uso per tutte le finalità suddette”.

In Inghilterra le foglie sono oggi mangiate raramente, le mangiano soprattutto i bambini ed i contadini per placare la sete; in Irlanda invece sono ancora consumate dai contadini con il pesce ed il latte.
La gente di campagna in Inghilterra la usa battuta in una poltiglia, miscelata con aceto e zucchero, come una salsa verde per accompagnare la carne fredda, e le ha dato un nome popolare: Greensauce (“salsa verde”).

A causa della loro acidità le foglie, trattate come spinaci, sono un condimento divino con lo stufato di agnello, vitello o con le animelle. Le foglie possono essere aggiunte nelle minestre di rapa e spinaci.
Quando sono bollite da sole, sono un ottimo accompagnamento per l’arrosto d’oca o maiale, al posto della salsa di mele.

Come stufare l’acetosa per le fricassee e le carni arrosto
Lavare l’acetosa e metterla in un vaso d’argento o di pietra, versando acqua finché non copre le foglie. Cuocere a fuoco basso, più lentamente possibile, e quando è abbastanza, mettere un po’ di burro e girare bene.

Se non cotta con attenzione, l’acetosa rischia di non andar d’accordo con le persone che hanno la gotta, a causa dell’ossalato, acido di potassio che contiene; ma questo può essere eliminato se viene immersa due o tre minuti in acqua bollente, prima della cottura (e quest’acqua va buttata via).
In Scandinavia l’acetosa è stata utilizzata in tempi di carestia per fare il pane: le foglie contengono un po’ di amido e mucillaggini, e la radice è piuttosto farinosa.

Il succo delle foglie fa cagliare il latte, e i Lapponi lo usano come sostituto per il caglio.

La radice essiccata offre un bel colore rosso quando viene bollita, e viene utilizzata per rendere rosso come il vino il vino di orzo, quando in Francia vogliono evitare di dare il vino ai malati.

Il sale di acetosa, l’acido ossalico, è molto usato per lo sbiancamento della paglia e la rimozione di macchie di inchiostro dal lino; spesso viene venduto con il nome di “sale essenziale di limone”.

Per quanto riguarda la coltivazione, esistono due tipi principali di acetosa: la Rumex acetosa o acetosa da giardino e la Rumex scrutatus o acetosa francese. All’acetosa piace un ambiente umido, all’acetosa francese un terreno asciutto e un ambiente aperto.

Le migliori piante sono propagate da seme, seminato in marzo, anche se può essere seminato in un qualunque mese primaverile. Quando i gambi, a luglio, sono lunghi, si tagliano: le radici metteranno nuove foglie, più tenere delle precedenti, e migliori per l’uso in cucina. In questo modo si potranno avere germogli in tempi diversi e si avrà quindi sempre una scorta di giovani foglie.
Entrambe le varietà si moltiplicano dividendo le radici, cosa che può essere fatta sia in primavera che in autunno, basta innaffiarle abbastanza dopo il trapianto.

Parti utilizzate in medicina: le foglie, sia secche che fresche.
Costituenti: il sapore aspro dell’Acetosa è dovuta all’ossalato; contiene anche acido tartarico e tannini.
Azioni medicinali e usi: l’azione medicinale dell’acetosa è refrigerante e diuretica; viene impiegata come bevanda per tutti i disturbi febbrili per far scendere la temperatura.
Aiuta nei pomfi, nei foruncoli e negli ascessi: si prepara un composto di allume bruciato, acido citrico e succo di acetosa: applicato come una vernice, asciuga e fa cicatrizzare.
Sia la radice che i semi sono stimati per le loro proprietà astringenti, e sono stati impiegati per arginare emorragie.
Una lozione preparata con succo di Fumaria e succo di Acetosa cura il prurito.
Il succo di Acetosa, con un po’ d’aceto, è cura per la tigna; viene inoltre raccomandato per il mal di gola (come gargarismo).
Un decotto di fiori di Acetosa, a base di vino, cura l’ittero e le viscere ulcerate; anche la radice in decotto o in polvere viene impiegata per l’ittero, per la renella ed i calcoli.

Gerard ha enumerato otto tipi diversi di acetosa: l’acetosa da giardino, quella “compatta”, quella “a nodo”, l’acetosa delle pecore, l’acetosa romana, l’acetosa arricciata, quella brulla, quella a foglia larga, e ha detto di loro: “Le acetose sono moderatamente fredde e secche. Indubbiamente è fresca e potentemente asciutta, ma perché è acida; essa sconfigge umori anche difficili. Nel periodo estivo il succo diventa una salsa molto buona accompagnata alle carni e piacevole al gusto. Calma uno stomaco infiammato. Le foglie diventano un ottimo decotto utilizzato contro le febbri malariche. Le foglie vengono anche utilizzate per aromatizzare la birra. Vengono mangiate in una torta salata come gli spinaci.
I semi di acetosa a bagno nel vino lo rendono ancor più simile al sangue”.

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L’acetosa è stata coltivata per molti secoli. Le foglie possono essere passate e usate nelle zuppe e nelle salse; hanno un sapore simile al kiwi o alle fragoline di bosco.
Nella Nigeria settentrionale essa è conosciuta come yakuwa o sure in Hausa, o karassuin Kanuri. Viene utilizzata negli stufati in aggiunta agli spinaci. In alcune comunità dello Hausa è cotta a vapore e poi ne viene fatta un’insalata usando il kuli-kuli (un dolce tradizionale con olio di arachidi e arachidi tostate), sale, pepe, cipolle e pomodori. La ricetta varia in base ai diversi livelli economici familiari. Si prepara anche una bevanda chiamata zobo, una sorta di frullato di acetosa, fatto da un decotto del calice della pianta.

In Romania è conosciuta come măcrişştevieed è usata per fare zuppe agre, stufata con gli spinaci, aggiunta fresca insieme a lattuga e spinaci alle insalate o su panini aperti.

In Russia e Ucraina è chiamata shchavel (щавель) ed è usata per fare una zuppa chiamata borscht verde. Viene usata come ingrediente per le zuppe anche in altri paesi, come la Lituania, dov’è conosciuta come rūgštynė.
In Ungheria sia la pianta che le sue foglie sono conosciute come sóska. In turco è chiamata kuzukulağı che significa “orecchie d’agnello”. In polacco si chiama szczaw.
In Croazia e Bulgaria è usata nelle zuppe o con il puré, o come parte di un piatto tradizionale che contiene aringhe e altre verdure.
Nella Grecia rurale si usa con gli spinaci, i porri e i cardi nella spanakopita.
Nell’area fiamminga del Belgio è chiamata zurkel e il purè di acetosa viene conservato, per poi essere mischiato con il purè e mangiato con salsicce, polpette di carne o pancetta fritta, come piatto tradizionale invernale.

In Vietnam è chiamata Rau Chua e si usa aggiungerla fresca con la lattuga nelle insalate per il Bánh Xēo.
In Portogallo è chiamata azedaazeda-brava, che significa “aspra” o “fieramente aspra” e si usa mangiarla cruda nelle insalate o se ne fanno zuppe. Quest’uso è identico in Brasile, dove però è chiamata azedinha che significa “piccola amabile torta”.
In India, nel Telugu le foglie sono chiamate chukkakura e sono utilizzate in ricette deliziose. La zuppa Chukkakura pappu fatta con le lenticchie gialle viene chiamata toor dal(una varietà del tipico dal indiano).
In Albania si chiama lëpjeta, le foglie sono cotte a fuoco lento e poi servite fredde, marinate nell’olio d’oliva, usate in zuppe e anche come ingrediente per farcire il byrek (byrek me lakra), nome che però può essere confuso con i calici d’ibisco o il tè di ibisco.

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La minestra di acetosa
La minestra di acetosa è una zuppa a base di acqua o brodo, foglie di acetosa e sale. Al posto o insieme all’acetosa nella stessa zuppa si possono trovare gli spinaci, l’Atreplice hortensis (“bietolone rosso”, ovvero atreplice degli orti), le bietole, l’ortica, e a volte anche il tarassaco, la girardina silvestre (Aegopodium podagraria) o l’aglio orsino.
È nota nella cucina ashkenazita, bielorussa, lettone, lituana, polacca, russa e ucraina.
In inglese viene chiamata schavel, shchav, shav o shtshav, tutti nomi che provengono da ščаvь, protoslavo per acetosa.
Grazie alla sua diffusione come zuppa nella cucina dell’Est, spesso viene semplicemente chiamata borscht verde, per similitudine con il borscht standard, di colore rosso-violaceo e fatto con la barbabietola.
In Russia, dove lo shchi è la zuppa per eccellenza, la zuppa di acetosa è chiamata shchi verde (per differenziarla). Nei vecchi libri di cucina russa viene semplicemente chiamata “zuppa verde”.

La minestra di acetosa solitamente comprende ulteriori ingredienti come i tuorli d’uovo o le uova intere (sode o strapazzate), le patate, le carote, la radice di prezzemolo e il riso. Una varietà ucraina comprende anche le barbabietole. In Polonia, Ucraina e Russia la zuppa di acetosa può essere preparata utilizzando qualsiasi tipo di brodo al posto dell’acqua. Di solito è guarnita con smetana (una varietà di panna acida tipica dell’Europa orientale). Può anche essere un alimento kosher; può essere servita sia calda che fredda.

La minestra di acetosa è caratterizzata da un sapore aspro a causa dell’acido ossalico (nelle lingue slave chiamato “acido acetosa”) presente nell’erba. Il gusto “acido/agrodolce” può scomparire aggiungendo la panna acida, in quanto l’acido ossalico reagisce con il calcio e la caseina.

Bibliografia:

“A Modern Herbal”; Sorrel, Wood; Maud Grieve; 1931

“Tropical Fruits Newsletter”; Inter-American Institute for Cooperation on Agriculture; 2005

“The Purification Plan: Clear Your Body of the Toxins That Contribute to …”; Prevention Health Books; 2005

“Journal of Ethnopharmacology”; Essiac Tea: Scavenging of Reactive Oxygen Species and Effects on Dna Damage; S. Leonard, et al.; January 2006

“Journal of Medicinal Food”; Determination of Antimicrobial Activity of Sorrel (Hibiscus Sabdariffa) on Esherichia Coli O157:h7 Isolated from Food, Veterinary, and Clinical Samples; M. Fullerton, et al.; May 2011