Stelle Fisse – Lab “Il Bosco sotto Vetro”

bosco in vetro

Per il 2 giugno non prendete impegni!
Vi aspetto al Festival Stelle Fisse, prima edizione, che si terrà dal 1 al 4 giugno 2017 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo.

Vi racconterò come conservare, preparare e cucinare ciò che il bosco ci offre per tutto l’anno, naturalmente seguendo la stagionalità e il momento migliore per raccogliere.

Il laboratorio consiste in un momento di riconoscimento e raccolta sul campo e in un  momento di pratica per conoscere procedimenti e ricette.

I partecipanti avranno modo di imparare ricette antiche e semplici per replicarle a casa, oltre che apprendere un patrimonio millenario legato al riconoscimento di cibo selvatico edibile.

Per iscriverti e ulteriori informazioni visita il link.

Ti aspetto!

Urtica dioica L.

nettles

Arriva la primavera e con essa, oltre ai tanti fiori commestibili, spunta di nuovo una tra le erbe selvatiche più conosciute anche da chi è a digiuno di alimurgia, insieme al tarassaco: l’ortica.

L’ortica (Urtica dioica L.), della famiglia delle Orticacee, è una pianta erbacea perenne ed è la più conosciuta del suo genere.

È molto comune in Europa e in Asia. È rivestita di peli urticanti e le sue foglie sono grandi e picciolate, ovali o lanceolate. I fiori, raccolti in glomeruli che a loro volta formano delle spighe, sono dioici. Il frutto è piccolo ed è un achenio.

Il nome ortica derivererebbe dal latino urere “bruciare” a causa dei peli urticanti che si assottigliano dalla base alle punte e che, spezzandosi al vertice, iniettano l’acido formico irritante.
Dal latino urtíca, che il Corssen annette a úro “brucio”, perché la sua puntura causa bruciore (cfr. “urente”). Così in greco si dice kníde da knizô “stimolo, infiammo”, affine a knàô “graffio”, in ebraico hharut da hharaq “bruciare”, in arabo hhorraiqnon da hharraqa “bruciò”, in tedesco brennessel da brennen “bruciare”.
Il nome della specie, dioica, fa riferimento alla sua unisessualità.
Il nome comune riconosciuto ovunque è quello di ortica, ma innumerevoli sono gli appellativi dialettali: ardica, urtiga, lurdica, reddìche, ortiga garganella, urtìa, pistidduri, pungica pizzianti mascu, lardica, rittica, pistiddori, r’ddica, ardicàra, pitzianti, besìa, virdìcula, vertiga, canape della Svezia, agenita, ozziau, pitiga-pitiga, urziau, e altri.

Quando si raccoglie: dalla primavera all’autunno.
È meglio raccogliere le foglie giovani tra la fine di febbraio e l’inizio di giugno, usando forbici e guanti. Vanno prese solo le cime più fresche di ogni pianta. Quelle più vecchie, soprattutto se sono cresciute dopo giugno, contengono minuscole particelle cristalline che danno in bocca una consistenza sabbiosa: sono anche amare e hanno spesso un effetto lassativo.

Dove si raccoglie: predilige i terreni umidi, ricchi di azoto e all’ombra.

Cosa si raccoglie: le sommità, prima della fioritura, per mangiarle; l’intera pianta per usi cosmetici o infusi.

Come si raccoglie: fresca da mangiare cotta. Fresca o secca come infuso depurativo; fresca o secca come decotto contro la forfora e per rendere lucidi i capelli scuri, da applicare come ultimo risciacquo; lo stesso decotto, spruzzato sulle piante coltivate, è efficace contro i parassiti.

Sono molto diffuse piante simili all’ortica, come il Lamium, ma non sono tossiche.
L’ortica si riconosce facilmente perché è urticante. La differenza con il Lamium sta anche nel fusto, che nell’ortica è a sezione rotonda e con i peli urticante, nel Lamium è a sezione quadrata e i peletti non sono urticanti.
L’ortica è quindi da raccogliere di preferenza con i guanti.

Anticamente l’ortica veniva usata sia nella tessitura che nell’alimentazione dell’uomo e nell’allevamento degli animali da cortile.
In epoche successive fu usata soprattutto esternamente allo scopo di provocare le cosiddette orticazioni, estese irritazioni della pelle che, secondo gli indirizzi terapeutici di allora, erano un buon rimedio alle paralisi, agli stati comatosi ed alle affezioni similari.
Questo metodo fu inoltre applicato nella cura del colera e del tifo.

Anche la Scuola Medica Salernitana la teneva in gran conto: “Concilia il sonno agli agri, o toglie il vomito la pungitrice ortica (…). Frena bevuta l’antica tosse (…) e sempre ella sovviene a tutti i gravi articolari dolori”.

Nel caso si avessero le mani screpolate, nel Libro degli esperimenti di Caterina Sforza si consigliava: “Piglia succo de ortiga et un poco de sale e mestica insieme bene et ognete le mano dove sonno crepate”.

Il Durante scrive: “Tenuta ventiquattro hore nell’orina dell’infermo, se non si mantien verde significa morte (…). Le frondi con vino provocano l’orina. Il succo sana il vomito del sangue. Il seme bevuto con vino passo giova ai difetti del petto. L’acqua distillata dai fiori nel luglio discaccia i lombrici, risana i cancri. Le foglie fresche e pestate purgano le ulcere sordide. In empiastro vale nelle podagre. In gargarismi, fa ritornare a posto l’ugola caduta”.
Nel XVII secolo un gruppo di medici la usò come emostatico, in special modo nella cura delle emottisi, epistassi e metrorragie.

Spesso l’ortica aveva un significato propiziatorio. E secondo De virtutibus Herbarium, attribuito ad Alberto il Grande, l’ortica scaccia la paura.

In Germania, durante i forti temporali, si usava gettarne sul fuoco per tenere lontani i fulmini; mentre in Piemonte portarne con sé salvaguardava da ogni maleficio.

Macer Floridus la raccomandava come afrodisiaco.

Note storiche e folkloriche

In Gran Bretagna ed in Irlanda l’ortica (U. dioica subsp. Dioica) è l’unica pianta pungente comune e ha trovato posto in diverse figure retoriche in lingua inglese. Shakespeare la cita dicendo che “out of this nettle, danger, we pluck this flower, safety” (Henry IV, parte I, Atto II, Scena 3): “da questa ortica, pericolo, noi pizzichiamo questo fiore, sicurezza”.
La figura retorica di “cogliere l’ortica” probabilmente ha origine nella favola di Esopo “Il ragazzo e l’ortica”.
In Juno e il pavone di Sean O’Casey uno dei personaggi cita Esopo: “Gently touch a nettle and it’ll sting you for your pains/Grasp it as a lad of mettle and soft as silk remains” (“tocca delicatamente un’ortica e ti pungerà per i tuoi dolori/Afferrala come un ragazzo coraggioso e rimarrai morbido come seta”). La metafora può far riferimento al fatto che, se una pianta di ortica è afferrata saldamente piuttosto che sfiorata, non punge così facilmente perché i peli sono schiacciati, piatti, e non penetrano la pelle.
In lingua tedesca la frase idiomatica “sich in die Nesseln setzen” ovvero “sedersi sulle ortiche” significa “mettersi nei guai”.
In ungherese, la frase idiomatica “csalánba nem üt un mennykö” (“senza fulmine colpisce l’ortica”) significa “alle persone cattive non capitano mai cose cattive”.
La stessa frase idiomatica esiste in lingua serba: “неће гром у коприве”.

In olandese, “netelige situatie” (“situazione dell’ortica”) significa una situazione difficile.
Il nome urticaria per gli alveari deriva dal nome latino dell’ortica (da urure, “bruciare”).

L’ortica ha molte tradizioni folkloriche ad essa associate. Il folklore fa riferimento prevalentemente all’Urtica dioica, ma a volte nella tradizione è inclusa la pianta simile – ma non urticante – Lamium (v.).

Tenere delle ortiche in una stanza proteggerà chi vi è all’interno.

Tenere delle ortiche in una tasca proteggerà dai fulmini e darà coraggio.

Nella mitologia norrena infatti Thor, dio del tuono, è spesso rappresentato dalle ortiche e queste vengono bruciate nel camino per proteggere dai suoi fulmini durante i temporali.
Sempre nella mitologia norrena Loki, il dio truffatore, tesse reti da pesca con le ortiche: effettivamente, dall’ortica si ricavano delle ottime corde che erano molto utilizzate nel mondo antico.
I romani portarono l’Urtica pilulifera in Gran Bretagna per utilizzarla per alleviare i reumatismi e le artriti, colpendosi con rametti d’ortica uniti insieme, per stimolare la circolazione. Essi venivano usati anche per allontanare il freddo nell’umido clima britannico.

In Danimarca è stato scoperto un corpo risalente all’Età del Bronzo vestito con un abito in fibra di ortica.

Si sostiene che le ortiche facciano aumentare la fertilità maschile; e si possa sconfiggere la febbre facendo pizzicare una pianta di ortica dalla parte delle radici recitando i nomi del malato e della sua famiglia.

Milarepa, il grande santo e asceta tibetano, aveva la fama di aver sopravvissuto ai suoi decenni di meditazione solitaria nutrendosi di sole ortiche; con i suoi capelli e la pelle verdi aveva vissuto fino all’età di 83 anni.

Il personaggio caraibico truffatore Anansi appare in una storia sulle ortiche, in cui deve abbattere un vasto campo di ortiche per vincere la mano della figlia del re.

Un’antica rima in scozzese è proprio sull’ortica:

Gin ye be for lang kail coo the nettle, stoo the nettle
Gin ye be for lang kail coo the nettle early
Coo it laich, coo it sune, coo it in the month o’ June
Stoo it ere it’s in the bloom, coo the nettle early
Coo it by the auld wa’s, coo it where the sun ne’er fa’s
Stoo it when the days daws, coo the nettle early

Coo, cow e stoo sono tutte parole scozzesi che indicano il ridurre/tagliare ed il raccogliere (sebbene, curiosamente, un altro significato di stoo sia “pulsare” o “dolore”), mentre laich significa “abbassarsi” o “piegarsi sulla terra”.
Dato il ripetersi della parola early (“presto”), presumibilmente questo è un avviso di raccogliere l’ortica come prima cosa al mattino e di tagliarla a dovere (il che sembra contraddire il suggerimento della Royal Horticultural Society).

Una rima inglese molto conosciuta sull’ortica che punge è:

Tender-handed, stroke a nettle,

And it stings you for your pains.
Grasp it like a man of mettle,
And it soft as silk remains.

Nella fiaba “I cigni selvaggi” di Hans Christian Andersen, la principessa deve indossare una giacca di ortiche per spezzare l’incantesimo sui suoi fratelli.

Albrecht Durer (1471 – 1528) dipinse un angelo che vola verso il trono del Signore reggendo in mano un’ortica.

Un’altra poesia inglese parla dell’ortica:

Tall nettles cover up, as they have done

These many springs, the rusty harrow, the plough
Long worn out, and the roller made of stone:
Only the elm butt tops the nettle now.
This corner of the farmyard I like most
As well as any bloom upon a flower
I like the dust on the nettles, never lost
Except to prove the sweetness of a shower.
(Edward Thomas 1878-1917)

Nicholas Culpepper, nel suo Complete Herbal and English Physician sostiene che Marte governa l’ortica: “you know Mars is hot and dry, and you know as well that winter is cold and moist; then you may know as well the reason nettle-tops, eaten in the spring, consumeth the phlegmatic superfluities in the body of man, that the coldness and moistness that winter hatt behind”.
I danesi credono che dove cresce l’ortica siano sepolti gli elfi; e gli highlanders scozzesi credono che indichino sepolture umane. Gli archeologi sanno che le ortiche possono indicare che il terreno è stato “disturbato” da insediamenti, e che quindi quello è il luogo dove cominciare a scavare.
Un’altra frase inglese: “He who is afraid of every nettle should not piss in the grass” (Thomas Fuller, chierico e scrittore inglese, uno degli autori più prolifici del 17° secolo; 1608-1661).

L’ortica, erba del segno zodiacale dell’Ariete, nel linguaggio dei fiori significa crudeltà, forse per i suoi peli urticanti. Nota ai sumeri, ai greci, agli arabi e ai romani, da Persio fu consigliata per condire pezzi di guanciale di porco e da Apicio, in primavera, come depurativa. Catullo ricorda di aver curato i suoi disturbi respiratori con riposo e ortica; essa fu utilizzata per la cura degli anemici e degli artritici.
È considerata anche afrodisiaca.
Insieme alla malva, alla borargine ed alla parietaria è una pianta antropofila. Insieme a fumarie, gramigne, cicute, papaveri e loglio è citata da Shakespeare tra le “erbe selvagge che crescevano [sulle coste inglesi] insieme al buon grano” (Re Lear, IV, 4).
Nel Medioevo la utilizzavano le streghe e gli alchimisti perché, crescendo tra i ruderi, la credevano sede di anime e demoni. Rappresenta un simbolo sinistro anche in alcuni passi della Bibbia. Dello spretato si usa dire che ha buttato la tonaca alle ortiche.
A Manduria, in provincia di Taranto, vi è il detto “Cu tutti l’ervi ti pué strusciári, nfori ti li urdículi”: “tutte le erbe puoi usare come carta igienica, tranne le ortiche”; mentre nella zona grecanica salentina, per mandare al diavolo qualcuno, si dice “Amo chese panu ste chiníte”: “va a evacuare nelle ortiche”.

Quali principi attivi contiene

Proteine (anche nella pianta secca), sostanze azotate, aminoacidi essenziali (negli estratti),olio essenziale, istamina (foglie e peli), 5-idrossitriptamina, glucidi, acido formico, acetico, sitosterolo, carotenoidi (caroteni), vitamine (acido pantotenico, B2, C, D, K), acido folico, ceneri (Ca, Mg, Fe, S, P, Mn, N), tannino, mucillagini.

Usi e proprietà

Le piante del genere Urtica sono utilizzate e coltivate dall’uomo sin dall’antichità per la produzione di fibre, per le loro applicazioni medicinali e per le preparazioni alimentari.

  • Ambito tessile: l’ortica ha una lunga storia nel campo tessile per la produzione di fibre, utilizzate per vestiti, carta, teli, sacchi e cordami. In Danimarca sono stati scoperti sudari funebri, risalenti all’Età del Bronzo, prodotti con la fibra dell’ortica. La coltivazione industriale iniziò dal 19° secolo, e durante la prima guerra mondiale fu utilizzata in Europa come sostituto al cotone; ma con l’arrivo di tessuti più economici la coltivazione di ortica terminò dopo la seconda guerra mondiale. Dagli anni ‘90 industrie tessili in Germania, Austria, Lettonia e Finlandia hanno avviato alcune ricerche per riprendere la produzione dei tessuti dall’ortica.
    Gli steli legnosi degli esemplari adulti vengono macerati, disidratati e battuti, ottenendo così fibre che possono essere separate a mano per tessere stoffe (ramia) simili alla canapa o al lino.
    Le foglie verdi, che contengono grandi quantità di clorofilla, erano utilizzate per la colorazione dei tessuti delicati.
    La fibra di ortica è più forte del cotone e più sottile della canapa. In passato si usava dormire tra lenzuola fatte in fibra di ortica.
    La clorofilla di ortica è utilizzata come tinta di colore verde e nell’Unione Europea è un colorante per il cibo (E140).
  • Medicina popolare: Urtica dioica ed altre specie di Urtica sono utilizzate contro le artriti sin dall’antico Egitto. Usi medicinali dell’ortica sono riportati da Teofrasto, Plinio il Vecchio, Ippocrate e numerosi antichi greci. I soldati romani la utilizzavano per trattare la stanchezza muscolare ed i reumatismi.
    Diversi usi della pianta sono stati descritti su testi di medicina e botanica, dal Medioevo fino ai giorni nostri.
    Le applicazioni sfruttano le proprietà stimolanti ed irritanti dei peli, ed includono il trattamento di anemie, reumatismi, artriti, eczemi, asma, infezioni della pelle, dolori intestinali, oppure sono tradizionalmente impiegate come shampoo per la calvizie, o contro le emorroidi e la gotta.
    Studi moderni provano l’efficacia dell’uso medicinale di Urtica dioica e Urtica urens contro artriti, reumatismi, riniti allergiche, infezioni del tratto urniario, problemi cardiovascolari e per il trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna.

La principale azione dell’ortica si esplica a livello epatico, soprattutto nelle epatopatie, sia acute che croniche, sia infettive che tossiche che iatrogene. Ottimi risultati si hanno nella terapia delle iperlipemie, ipertrigliceridemie ed ipercolesterolemie; è anche utilizzata nella terapia del diabete.
Un’altra caratteristica di questa pianta è l’azione astringente, particolarmente utilizzata in diaree che compaiono nel corso di sindromi influenzali, nelle enteriti sia acute che subacute.
Anche il trattamento dell’obesità, del rachitismo, delle anemie sideropeniche e delle affezioni reumatiche risente favorevolmente dell’uso di questa pianta medicinale.
Si prepara in infuso, decotto, tintura madre, estratto fluido.

Per combattere l’acne si beve quotidianamente un litro di tisana di ortica, a sorsi per tutto il corso della giornata.

In cucina

Le ortiche sono usate in cucina dai tempi dei greci e dei romani in tutta Europa, e costituiscono ancor oggi un alimento diffuso nelle aree rurali. I germogli e le foglie ancora tenere si raccolgono in primavera, prima della fioritura. La cottura distrugge i peli urticanti.
L’ortica contiene una quantità significativa di minerali, come calcio, ferro e potassio; vitamine (vitamina A e vitamina C); proteine ed amminoacidi, che ne fanno un alimento ad alto valore nutritivo, adatto ad esempio a diete vegetariane. I valori nutrizionali variano a seconda del periodo di raccolta e diminuiscono con la preparazione e la cottura. È sconsigliata a pazienti diabetici, donne in gravidanza e durante l’allattamento.
Le foglie ed i germogli si usano nei risotti, nei minestroni, nelle frittate e nelle frittelle; nei paesi scandinavi costituisce l’ingrediente principale di una zuppa.
Renzo Tomellini informa che nella regione italiana della Lunigiana se ne fanno minestre, torte di verdura, risotti e ripieni; previa cottura si mischia con la farina e si possono fare diversi tipi di pasta verde.

Prima di cuocere le ortiche bisogna togliere gli steli più duri e lavar bene le foglie.

Agricoltura

Il macerato di Urtica dioica e Urtica urens viene utilizzato nell’agricoltura biologica per tenere lontani gli insetti, rafforzare la resistenza delle piante e, come pacciamatura, per migliorare la qualità dell’humus.

La pianta può servire ad accelerare l’attività batterica nella preparazione del compost. Del resto, è noto che le ortiche macerate producono un ottimo concime liquido per le piante, usato anche come repellente per gli insetti, e che la vicinanza ad altre piante rende queste più resistenti ai parassiti. Per questo l’ortica viene anche utilizzata per tenere lontani gli animaletti dagli armadi.

In campagna si usa mescolare ortiche tritate al pastone delle galline e di altri volatili da cortile per ottenere più uova e migliorare la carne (nel mondo contadino era somministrata, lessata o seccata, ai pulcini dei tacchini e alle galline ovaiole). Pare inoltre che le mucche che si nutrono anche di ortiche producano più latte.

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Ricette

  • Tisana: scottare un cucchiaino da dessert colmo di ortica con ¼ di litro d’acqua e lasciar riposare il tutto per breve tempo.
  • Tintura: spazzolare e tritare le radici scavate in primavera o in autunno ed introdurle in una bottiglia fino al collo. Versatevi sopra dell’acquavite di grano di 38°-40° e lasciarla in un luogo riscaldato.
    O anche: una parte di foglie per due parti di vodka o alcol buongusto. Rimedio che aiuta a prevenire le allergie ed è un ottimo tonico per tutto il corpo.
  • Pediluvi: quattro manciate abbondanti di radici ben lavate e spazzolate rispettivamente di ortica fresca (stelo e foglie) vanno lasciate macerare per una notte in 5 litri d’acqua e riscaldate quindi fino all’ebollizione. Immergetevi i piedi per 20 minuti alla temperatura più alta sopportabile. Le ortiche rimangono nell’acqua durante il pediluvio. La soluzione può essere riutilizzata, dopo averla nuovamente riscaldata, altre due o tre volte.
  • Shampoo: da 8 a 10 manciate di ortica fresca o essiccata vanno immerse in 5 litri d’acqua fredda e portate lentamente ad ebollizione su una piccola fiamma. Lasciar riposare il tutto per 5 minuti. Servendovi invece delle radici, ne mettete due manciate a macerare in acqua fredda per una notte; il giorno seguente riscaldate il tutto fino all’ebollizione lasciando poi riposare per 10 minuti. In questo caso per lo shampoo si dovrebbe utilizzare sapone di Marsiglia.

Ortiche lessate
1 kg di ortiche, olio, aceto, sale
Lessare in poca acqua salata le ortiche tenere o le cime e condirle con olio e aceto

Ortiche saltate
500 grammi di ortiche, olio, aglio, sale, peperoncino
Rosolare l’aglio nell’olio, saltare le ortiche già sbianchite e strizzate e condire con sale e peperoncino.

Minestra di ortiche
200 grammi di ortiche, 70 grammi di pancetta, cipolla, 2 patate, brodo, olio, Parmigiano, sale
Soffriggere in tre cucchiai di olio la pancetta di maiale a dadini, aggiungere cipolla a fette e patate a tocchetti e rosolare. Aggiungere le ortiche e farle insaporire, coprire con brodo e completare la cottura. Questa minestra si serve con pasta o riso o crostini di pane e Parmigiano grattugiato.

Puré di ortiche
Lavare le ortiche e metterle in un tegame dove saranno cotte con coperchio e a fuoco basso per circa cinque minuti, senza aggiungere acqua. Vanno scolate bene e poi si aggiunge un po’ di burro o olio, sale e pepe a piacere, e se si vuole anche cipolla o aglio tritati. Continuare a cuocere per altri cinque minuti mescolando e pestando. Questa purea può essere mangiata come contorno o spalmata su fette di pane abbrustolito. Accompagna benissimo le uova. Aggiungendo pangrattato o fiocchi di avena tritati si possono preparare delle polpette da friggere o cuocere al forno.

Salsiccia vegan di ortiche
In Scozia la salsiccia tipica, naturalmente di carne, è chiamata haggis. Questa è una versione speciale vegan e wild.
Mescolare il puré di ortiche (vedi ricetta precedente) con porro, cavolo, alga dulse fritta e farina di avena un po’ cotta (a mo’ di porridge) o in alternativa riso, orzo o anche miglio. Mettere la purea in un sacchetto di mussola o un sacchetto per latte vegetale e far bollire per un’ora. Servire con una salsa di cren o acetosella.

Artemisia vulgaris e le altre Artemisie

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Artemisia vulgaris L. e le altre Artemisie – dedicato a Daniela

Altri nomi: canapaccio, amarella
Sinonimi: Absintium spicatum, Artemisia affinis, Artemisia coarctata, Artemisia officinalis

Inglese: Mugwort, Wormwood
Tedesco: Gemeiner Beifuß
Francese: armoise vulgaire
Spagnolo: artemisia, ajenjo común, hierba de san Juan

Famiglia: Composite (ex Asteracee)

Il genere Artemisia è rappresentato nel nostro paese da un gran numero di specie, alcune molto abbondanti, altre rare, che crescono nelle zone di montagna, talvolta persino ai limiti delle nevi perpetue.
Le artemisie spesso si ibridizzano, per cui è facile trovare specie che non appartengono specificatamente né a uno né all’altro tipo ma hanno caratteristiche da uno e dall’altro.
Le piante di pianura, spesso invadenti, tranne l’Assenzio, si trovano insieme a ortica e farinello pressoché ovunque, in luoghi ricchi di nitrati, sugli argini stradali e nei terreni incolti.

Habitat e descrizione: grande pianta erbacea perenne, aromatica, che predilige i terreni incolti raggiungendo anche 150 cm. di altezza.
Fiorisce da luglio a settembre e si raccoglie poco prima della fioritura, in luglio. Quella che cresce su terreni asciutti e ben esposti è la migliore. Naturalmente si raccoglie quella lontana da contaminazioni prodotte dalla vicinanza dell’uomo e degli animali.
È presente in Europa, nelle zone temperate dell’Asia, dell’Africa e dell’America settentrionale.
Le foglie sono alterne e pennate, dentate; i fiori sono raccolti in pannocchie di color rosso o giallo; i frutti sono acheni schiacciati.

Artemisia vulgaris L.: questa specie cresce comunemente dal mare fino alla zona submontana, soprattutto al nord. È distinguibile subito dall’assenzio per il suo colore verde scuro e i capolini piccoli, vellutati, numerosissimi, ritti sui rami, scaglionati in grappolini piramidali.
Il fusto è dritto e scanellato, spesso rossastro, le foglie sono molto dentellate, ruvide o scure sulla faccia superiore e un po’ biancastre sulla pagina inferiore.
Il suo profumo è meno intenso di quello dell’Assenzio ma l’amarezza è più accentuata.
Bisogna fare attenzione a non confonderla con l’Artemisia campestre (Artemisia campestris L.), specie simile dalle foglie maggiormente dentellate, fusti rossastri, capolini glabri, profumo quasi nullo, e che non è un medicinale. Questo tipo di Artemisia è diffusissima ma su terreni silicei.

Note storiche: sembra debba il suo nome alla dea lunare Artemide, che la scoprì; invece, secondo Plinio, il suo nome deriverebbe dalla regina Artemisia di Alicarnasso, che ne faceva uso.
Secondo Dioscoride, la pianta sarebbe ottima contro le tarme, le cimici, le pulci e i topi.
Altri vogliono che il suo nome derivi da Diana o Artemisia, protettrice delle vergini, e che da tempi immemorabili venisse evocata per richiamare i mestrui.
Apuleio, nel De Virtutibus Herbarum, riferisce che, se un viaggiatore ne porta con sé, non sente la fatica del viaggio; inoltre scaccia i diavoli nascosti e neutralizza il malocchio.
Macer Floridus la definisce Herbarum Matrem attribuendole la proprietà di affrettare nelle donne il ciclo mestruale, di aiutare i parti e di impedire gli aborti, di liberare dai calcoli e di distruggere gli effetti di tutti i veleni.
Tommaso Campanella riferisce: “Con Artemisia e Ruta si fanno venire li menstrui ella da sé, ponendosele nelle calze”.
Emery (1719) riferisce: “L’Artemisia, così chiamata in latino, a causa della regina Artemisia, che la mise in uso, è una pianta assai alta, le cui foglie biancheggiano, e sono tagliuzzate come quelle dell’Assenzio, e odorifere. Cresce per tutto. Se ne fanno delle cinture il giorno di san Giovanni. Contiene molto sale, poco oglio, e flemma: è isterica, aperitivo, e vulneraria”.
Il dottor Antonio Campana, nella Farmacopea ferrarese, afferma: “Assenzio Pontico Officinale o Artemisia Pontica. Assenzio Romano o Artemisia Absinthium L. Questi due assenzi hanno sapore amaro; si usano come stomatici, deostruenti, emmenagoghi, antielmintici, e per le febbri intermittenti con buon successo. Si preferisce il Romano, perché più sugoso e più amaro. Si adopera in estratto, in dose, fino a uno scrupolo. Per fare un decotto, si mette in una libbra di acqua un’oncia di Assenzio, da prendersi repartitamente in polvere, la dose è da uno scrupolo a due”.
A Bologna, un’antica superstizione vuole che predìca il corso delle malattie: se ne pongono delle foglie sotto il cuscino del malato, e se questi si addormenta subito guarirà, se non prende sonno, morirà.
Le donne di Avola (Siracusa) ponevano sui tetti delle case delle croci con rametti di erba bianca (Artemisia arborescens L.) alla vigilia dell’Ascensione; così Gesù, risalendo al cielo, le avrebbe benedette. Queste croci, conservate per tutto l’anno, se messe nelle stalle calmeranno le bestie indomite.
Anche in Germania, in passato, veniva adoperata nelle malattie femminili e nell’epilessia.

Parti usate: la pianta intera.

Componenti: olio essenziale contenente cingolo, alfa-thujone, beta-thujone, canfora, cariofillene, piperitone, tannini.

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Indicazioni terapeutiche: l’Artemisia è indicata nel trattamento dell’amenorrea e della dismenorrea; è impiegata come emmenagogo, eupeptico, viene anche segnalata un’azione spasmolitica. È utilizzabile in infuso o in estratto idroalcolico. La si sconsiglia nell’allattamento. La pianta è adoperata nell’industria liquoristica per la preparazione degli amari.
Le proprietà medicamentose sono simili a quelle dell’Assenzio, che può sostituire occasionalmente nonostante sia meno attiva.
L’artemisia è una delle cosiddette “erbe di san Giovanni” degli antichi, dai francesi è infatti anche chiamata “corona di san Giovanni” o anche “erba dei cento sapori”. È stata utilizzata a lungo come antispasmodico ed entrava a far parte di tutte le “pozioni isteriche”. In questo caso si utilizza la polvere, ottenuta dalle radici raccolte a settembre, pulite a secco ed essiccate con cura, conservate al riparo dall’aria e dall’umidità. Burmann se n’è servito con successo in Germania, nel secolo scorso, contro le convulsioni dei bambini nel periodo della dentizione, nella dose di 2,5 centigrammi mescolati a 25 centigrammi di zucchero in polvere. Questa miscela deve essere data di ora in ora, aumentando la dose progressivamente fino a 10 centigrammi.
Si sono anche ottenuti ottimi risultati nelle crisi epilettoidi con la dose di 4 centigrammi per gli adulti. Somministrata in un decotto ottenuto dalla pianta, con vino o birra caldi, questa polvere avrebbe impedito lo scatenarsi di crisi epilettiche al loro inizio. Anche nella corea si otterrebbero buoni risultati.

È però soprattutto come emmenagogo che l’Artemisia è efficace: si utilizza il decotto delle sommità (molto amare) o meglio ancora il succo fresco da spremitura (da 15 a 80 grammi al mattino a digiuno, durante i dieci giorni che precedono la comparsa normale delle mestruazioni). Numerosi fitoterapeuti hanno potuto sperimentare l’utilità dell’Artemisia nell’amenorrea (quando non ci sia irritazione dell’utero). Talvolta basta applicare dei cataplasmi caldi delle sommità fiorite sul basso ventre per richiamare il mestruo.
Gli usi tonici, stomatici, vermifughi sono gli stessi dell’assenzio, che ha dato il suo nome a una bevanda alcolica considerata molto nociva, della quale i personaggi di Zola facevano grande uso, è l’Erba Santa degli antichi, uno dei migliori tonici amari. È una pianta che nella farmacia di famiglia non mancava mai, sempre presente nell’angolo riservato ai Semplici sia in giardino che nella dispensa. Se la sua amarezza non a tutti piace, va ricordato il vecchio detto “Amaro in bocca, dolce al cuore”. E, tecnicamente, l’assenzio è un’Artemisia (del resto il nome botanico è Artemisia absinthium L.).
Le artemisie provocano l’appetito, combattono l’atonia digestiva, la dispepsia dei nervosi. Sono particolarmente indicate ai convalescenti, agli esauriti, ai clorotici, nei quali stimolano le funzioni digestive, combattendo la stitichezza. Poiché spesso l’estrema amarezza, in particolare dell’assenzio, rende l’infuso imbevibile, se ne prepara un vino, versando su 10 grammi di foglie e sommità fiorite secche un litro di buon vino bianco: si lascia il miscuglio per una notte a 30° C e, dopo averlo filtrato, è pronto all’uso il giorno dopo. Se ne prende un bicchierino da liquore al giorno, prima del pasto di mezzogiorno. Questo vino non si conserva a lungo, ed è preferibile prepararlo in piccole quantità.
Le artemisie sono controindicate in tutti i casi di irritazione dello stomaco e dell’intestino, quindi ai nervosi e ai temperamenti sanguigni.
In dosi troppo elevate sono piante tossiche, e le cure quindi devono essere brevi, con intervalli tra l’una e l’altra per evitare che la pianta da benefica diventi nociva.
Ugualmente, può creare reazioni allergiche e rash cutaneo a chi è particolarmente sensibile.
L’assenzio contiene una sostanza psicotropa, e può causare insufficienza renale. Se ne fa uso interno solo dietro prescrizione di un erborista qualificato. Anticamente, data la forza di questa pianta, si credeva che inalare assenzio aumentasse i poteri psichici. Era usato per la proiezione astrale, per indurre visioni, per le divinazioni e nelle pozioni d’amore.

Per combattere la febbre l’infusione vinosa di cui sopra è stata molto utile ai fitoterapeuti antichi quando ancora non era impiegata la chinina. In tali casi se ne prendono 60 grammi al giorno, aumentando progressivamente fino a 150 grammi, sempre che le condizioni delle vie digestive lo permettano. Si può anche utilizzare il succo delle foglie fresche, all’inizio dell’accesso febbrile, ma deve piacere il sapore amaro.

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L’uso antico più noto per le artemisie e in particolare l’assenzio era come vermifugo contro gli ossiuri, tant’è che il nome popolare più conosciuto dato alla pianta era “erba da vermi”. In questo caso l’assenzio si utilizza per uso esterno, tritato e bollito nel latte con qualche spicchio d’aglio tritato, sotto forma di cataplasmi applicati sul ventre dei bambini. Anche per uso interno, sotto forma di vino o birra (10 grammi di foglie macerate per 12 ore in un bicchiere di vino o birra, per cinque giorni di seguito). La ricetta di Leclerc, che sicuramente piace di più a bambini e ragazzi, è invece la seguente: somministrare ogni mattina a digiuno, per cinque giorni, 2 o 3 grammi di polvere di foglie di assenzio, 2 grammi di polvere di liquirizia o 0,50 grammi di polvere di anice, tutto amalgamato con polpa di susine.
Toglie i vermi anche l’Artemisia maritima L.: “La detta erba”, scriveva Bernard Palissy (XVI secolo) “ha una tale virtù che quando la si fa bollire e poi se ne prende la decozione, sciogliendovi in essa della farina e facendone delle frittelle cotte nella sugna o nel burro, e quindi mangiandole, esse cacciano fuori tutti i vermi che si trovano nel corpo, tanto agli uomini che ai bambini”. L’assenzio di mare o marittimo è infatti uno dei vermifughi più conosciuti, botanicamente molto vicino al Semen-contra dell’Asia centrale. Si impiegano i minuscoli capolini, che i farmacisti di una volta vendevano come semen contra-vermes. Contrariamente alle altre artemisie però l’assenzio marittimo è un tonico molto più eccitante e pertanto va utilizzato con parsimonia in quanto la santonina, sostanza presente nella pianta, è velenosa a forti dosi. Bisogna evitare il più possibile la sua diffusione nell’organismo non oltrepassando le dosi prescritte.

Per uso esterno le proprietà antisettiche delle artemisie giustificano il loro impiego, un tempo molto frequente, sulle ulcere, le piaghe suppuranti e cancrenose. Si impiega nelle medicazioni il succo fresco, il decotto concentrato e salato, oppure la tintura, facendo macerare la pianta in due volte il suo peso in alcol.

Le artemisie allontanano gli insetti: se ne può collocare qualche ramoscello nell’armadio per scacciare le tarme, o spalmare sul corpo il succo fresco della pianta o il suo decotto, durante il periodo delle zanzare, per lavorare intorno a un alveare.
Lamer (1737) dà questa ricetta “per far morire le pulci del cane”: “prendete un pugno di assenzio, fatelo bollire nell’acqua per un’ora e mezza, poi togliete dal fuoco; raffreddatasi quest’acqua, prendete l’erba, strofinate con essa il cane a contropelo, poi lavatelo con l’acqua della bollitura. Le pulci moriranno infallibilmente”.

Tra le artemisie è da tener presente anche l’Artemisia abrotanum, pianta arbustiva fortemente aromatica. Cresce in Europa meridionale, orientale e centrale e in alcune aree dell’America settentrionale, anche se raramente allo stato spontaneo. Il nome comune inglese Southernwood si riferisce alle sue origini dell’Europa meridionale (significa “legno del sud”).
Il botanico inglese Nicholas Culpepper la utilizzava per curare molti malanni, dalla sciatica alla calvizie. Un tempo era utilizzata anch’essa per combattere le infezioni e fino al XIX secolo era un’essenza tipica dei mazzolini beneauguranti.
L’abrotano è la specie più fragranti nel genere delle artemisie e viene utilizzata spesso come siepi di bordura anche per la facile manutenzione.
Le foglie citriche si utilizzano per i dolci ma in piccole dosi. In Italia era uso comune aggiungerla alle erbe dell’arrosto, soprattutto quello di agnello, o a ripieni per la cacciagione.
Le sue foglie si sono sempre utilizzate sin dall’antichità nei pot-pourri.
Simbolo di fedeltà e affetto, l’abrotano era presente nei bouquet campagnoli, specie in epoca vittoriana, che si scambiavano gli innamorati.

Un’altra artemisia molto conosciuta è il cosiddetto dragoncello, ovvero Artemisia dracunculus.
L’uso di questa artemisia risale al 500 a.C. come dimostrano lasciti degli antichi greci, da essi era infatti considerata uno dei rimedi “semplici”, che prevedeva l’uso di un’unica erba. Era anche raccomandato da Ippocrate, padre della medicina.
Soprattutto nella cucina francese è un’apprezzata erba aromatica, ma lo si utilizza anche nella cucina dell’Europa meridionale, Asia meridionale e Siberia. È infatti originaria della Russia sudorientale, e fu introdotta nell’America settentrionale dai coloni. Nel XV secolo in Inghilterra si coltivava solo nei giardini reali, nel secolo successivo poi il suo uso si diffuse ovunque.
La varietà russa Artemisia dracunculus dracunculoides ha un aroma molto più pungente, ma in cucina le foglie risultano meno saporite. Il nome della specie significa “piccolo drago”, alcuni sostengono a causa dell’odore pungente; altri a causa delle sue radici serpeggianti. Probabilmente a causa del soprannome che le fu dato in tempi antichi, “erba del drago”, ebbe notorietà come cura per i morsi di animali velenosi.
Secondo la dottrina erboristica delle Segnature “le radici a forma di serpente curano il morso del serpente velenoso, di insetti e cani con la rabbia”.
I nativi americani la usavano per varie malattie: gli Hopi la bollivano e la arrostivano tra le pietre; i Pawnee ne facevano invece stuoie e tappeti, anche per dormire.
Il dragoncello entra a far parte di numerose ricette “famose” tra cui le fines herbes tipiche della Provenza e la senape di Digione; la salsa bèarnaise e la rémoulade, e in Francia è uno degli ingredienti principali del burro alle erbe.
Si aggiunge alla macedonia, ottima con melone, pesche o albicocche. Dona un aroma leggermente piccante a dolci a base di limone o agrumi in generale.
Ha la capacità di rinvigorire le piante vicine, per cui si consiglia di piantarla vicino peperoni e melanzane. Inoltre, le secrezioni delle sue radici tengono lontani i nematodi.
“È altamente cordiale e amichevole per testa, cuore e fegato” (John Evelyn, 1666).

In cucina

Il vermouth
Il vermut o vermut o vermouth in francese e vèrmot in piemontese, è un vino liquoroso aromatizzato nato a Torino nel 1786.
La legge italiana regola la sua gradazione e composizione per cui viene definito vermouth un prodotto di gradazione alcolica non inferiore al 15,5% e non superiore al 22% in volume e che deve contenere artemisie, che sono l’elemento caratterizzante.
Deve essere composto da almeno il 75% di vino bianco dolcificato e aromatizzato. Sia la percentuale di zucchero che la gradazione alcolica, pur essendo regolamentate, variano a seconda del tipo di vermouth.
Il nome “vermut” fu scelto da Antonio Benedetto Carpano, che inventò la bevanda e la chiamò così riadattando la parola tedesca Wermut che è il nome, in tedesco, dell’artemisia maggiore (assenzio).
Rispetto alle bevande nate nello stesso periodo, il vermouth ebbe il merito di permettere l’utilizzo di vini giovani ad alta gradazione surrogando le sapidità tipiche dell’invecchiamento attraverso l’aggiunta di una particolare miscela di erbe aromatizzanti, come dice la normativa “addizionato di sostanze aromatiche e amaricanti permesse”.
Gli aromi derivano da foglie o piante intere di artemisia o assenzio (aroma principale prescritto dalla L. 108 del 16/03/1958, ad esclusione di alcuni tipi destinati all’esportazione), camedrio, cardo santo, centaurea minore, coca, issopo, maggioranza, melissa, dittamo, timo, salvia; fiori di camomilla, luppolo, sambuco, zafferano, chiodi di garofano; frutti di anice stellato, finocchio, coriandolo, cardamomo, arancio (buccia), macis, noce moscata, fava tonka, vaniglia; radici di angelica, calamo aromatico, enula campana, galanga, genziana, imperatoria, ireos, zenzero, zedoaria; scorze di cannella, china, melograno; legno di quassia; succo di aloe.
Il vermouth si beve soprattutto come aperitivo ed entra nella composizione di molti cocktail, tra i quali il più famoso è forse il Martini.

Tra le artemisie va ricordato anche il Genepì o Génépy, nome comune di diverse artemisie che crescono sulle Alpi occidentali, ovvero Artemisia umbelliformis, Artemisia genipi o Artemisia glacialis. Per infusione e distillazione si ricava un liquore che porta lo stesso nome.
Inizialmente si pensava che l’Artemisia genipi fosse un fiore di genere maschile, e che avesse la sua controparte di fiore femminile nell’Artemisia mutellina (chiamata anche genepì bianco). Entrambe sono cespugli di piccole dimensione.
La glacialis invece non è adatta per ricavarne un infuso poiché gli oli essenziali necessari per il liquore sono ottenuti solo nel seme.
L’Artemisia genipi è una specie protetta e il fiore utilizzato per ottenere il liquore è oggi coltivato, soprattutto in Val d’Aosta e Piemonte, a quote più basse rispetto all’habitat originario della pianta allo stato spontaneo, che risulta tra i 2200 e i 3000 metri s.l.m..

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Risotto all’artemisia alla maniera giapponese

L’Artemisia vulgaris viene paragonata, guardando le foglie, al crisantemo, che è commestibile e che in Giappone chiamano shingiku. La vulgaris è molto simile allo shingiku ma in Giappone non esiste, esiste un’altra varietà, la princeps, che lì è chiamata Yomogi. È molto usata nella cucina giapponese soprattutto per aromatizzare dolci, porridge, biscotti e come verdura nelle zuppe. La Yomogi ha foglie più piccole, più lobate alla punta, ma è in tutto identica alla vulgaris. I giapponesi preparano con lo Yomogi un ottimo risotto: ecco la ricetta (vegan).

Ingredienti (per due persone): 3/4 di tazza di riso tipo Arborio o similare, 1/4 di tazza di riso glutinoso a chicco corto, sette tazze di acqua o metà brodo vegetale e metà acqua; una radice piccola di zenzero tagliata con la mandolina a fette sottili; tre manciate di Artemisia vulgaris pulita e asciutta.

Procedimento: lavare il riso passandolo sotto l’acqua finché l’acqua non è più lattiginosa, scolare e mettere da parte. Portare l’acqua con lo zenzero a bollore in una pentola capiente. Quando bolle versare il riso e abbassare la fiamma, cuocendo con il coperchio. Cuocere per 40/45 minuti finché il riso non è cotto, ma ci dev’essere ancora liquido, girando spesso per evitare che si attacchi.
Tagliare finemente le foglie di artemisia e unirle al riso, e girare. Tagliare le foglie poco prima di metterle nella pentola, altrimenti gli oli essenziali al taglio svaniranno subito e l’aroma andrà perso. Coprire la pentola e cuocere altri 8/10 minuti. Rimuovere dal fuoco e aspettare altri dieci minuti. Servire in coppette profonde, accompagnando con una prugna umeboshi.

(c) Eleonora Matarrese

Aloysia citrodora

Aloysia citrodora

L’Aloysia citrodora è un arbusto della famiglia delle Verbenaceae, a volte chiamata verbena odorosa ma da non confondere con la verbena comune (Verbena officinali). In italiano ha tanti nomi popolari: cedrina, limoncina, citronella, erba Luigia, erba Luisa, erba di Maria Luigia, erba perseguita, limonetto, lippa, Aloisio, erba fiscella.

Cedrina, limoncina e citronella sono nomi attribuiti anche ad altre erbe, per questo è importante, quando si parla di erbe (selvatiche e non) far sempre riferimento al loro nome botanico.

Il nome del genere, Aloysia, è un omaggio a Maria Luisa di Parma, moglie di Carlo IV di Spagna.

Citrodora deriva invece dal latino e significa “dal profumo di limone”.

Questa pianta ha infatti un intenso profumo di agrumi, simile a quello della melissa.

È un arbusto che può raggiungere fino a tre metri di altezza.

Le foglie sono decidue, lanceolate, lunghe fino a 7 cm.

I fiori sono piccoli e raggruppati in infiorescenze a spiga, di colore dal bianco fino al lilla pallido.

È originaria dell’America meridionale, dove si trova allo stato selvatico, ma si è inselvatichita anche in Italia fino agli 800 metri. Fu introdotta in Europa dai conquistadores nel 17° secolo.

L’erba Luigia è utilizzata prevalentemente a livello industriale in campo cosmetico per l’olio essenziale che si estrae dalle sue foglie: esso è ricco di composti volatili (geranio, citrale e limonene).

I suoi usi sono molteplici: il classico utilizzo “casalingo” è la preparazione di tisane, infusi e impacchi.

In cucina si usa per fare liquori, marmellate, macedonie e come spezia o condimento.

Non bisogna eccedere nell’uso perché può provocare disturbi allo stomaco fino ad arrivare alla gastrite.

L’infuso è digestivo, carminativo e antispasmodico, viene quindi utilizzato in caso di dolori di stomaco o indigestione. È anche un blando sedativo.

L’erba Luigia ha una notevole quantità di melatonina, così promuove il sonno.

Viene raccolta due volte l’anno: in tarda primavera e inizio autunno. Vengono utilizzate le foglie giovani e le sommità fiorite.

La propagazione della pianta avviene nel mese di luglio: si prelevano dai rami e dal fusto talee di circa 8 cm. che si piantano in un miscuglio di torba e sabbia in parti uguali.

Le talee radicate si piantano nel maggio successivo.

Per alleviare arrossamenti o pruriti della cute miscelare due pizzichi di achillea, due di melissa, uno di rosa, uno di lavanda, uno di timo, uno di rosmarino e uno di erba Luigia. Lasciare il miscuglio in infusione per 4 minuti in una tazza di acqua bollente.

Le foglie secche mantengono il loro profumo a lungo e si possono mettere nei sacchettini nell’armadio o direttamente tra la biancheria e le lenzuola per diffondere la loro fragranza e allontanare le tarme o altri insetti. Possono anche naturalmente essere aggiunte a un pot-pourri.

Preparando un infuso con una maggiore quantità di foglie si avrà un profumo maggiore e potremo utilizzarlo per fare il bagno diluito nell’acqua della vasca.

Aggiungendo una manciata di foglie all’aceto di mele avremo un ottimo tonico per ammorbidire e rinfrescare la pelle.

Come la citronella, l’erba Luigia allontana zanzare e insetti, per cui d’estate si possono mettere dei mazzetti a seccare vicino gli ingressi o le finestre.

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In cucina

Si possono utilizzare le foglie per fare un aceto molto aromatico o per dare un tocco ancor più rinfrescante alla limonata.

Possono essere lavorate insieme a vaniglia e lamponi per preparare un ottimo gelato.

Aggiungendola a burro, timo e magari anche buccia di limone si può creare un burro aromatico da spalmare sia su tartine che come accompagnamento a varie pietanze, come le pannocchie di granturco arrostite.

Le foglie aggiungono un aroma di limone anche a verdure marinate, condimenti per insalate, marmellate, gelatine, budini, ma soprattutto macedonie di frutta e bevande.

Altri usi dell’Aloysia citrodora:

preparare una tisana al sole: lavare due manciate di foglie, metterle in un barattolo di vetro e lasciarlo al sole per diverse ore. Procedere alla sera come per una normale tisana. In questo modo aumenta l’aroma perché il calore del sole fa aumentare l’emissione degli oli essenziali;

preparare un aceto semplicemente tagliando o spezzando le foglie e coprendole con aceto di sidro di mele o aceto di vino bianco per 30 giorni. Si può anche aggiungere una manciata di foglie di menta per un sapore ancora più speciale;

preparare un olio aromatizzato, con lo stesso procedimento di cui sopra; se si vuole aggiungere anche la buccia di un limone senza la parte bianca (che è amara);

preparare lo zucchero aromatizzato, ottimo per i dolci, aggiungendo delle foglie tritate in un vasetto di vetro pieno di zucchero. Lasciarlo per una notte, e lo zucchero assorbirà gli oli essenziali e le loro proprietà.

L’aceto di sidro di mele con le foglie infuse è anche un ottimo tonico che aiuta ad ammorbidire e rinfrescare la pelle. Usandolo d’estate, aiuta anche a respingere insetti fastidiosi come zanzare e mosche.

Nel folklore l’erba Luigia è collegata con la purificazione e con l’amore: si diceva anticamente che, per attirare un corteggiatore, bastava cospargere il palmo della mano con qualche goccia di olio essenziale per sfregarlo poi leggermente sulla mano della persona amata. Questo contatto tra l’essenza e la pelle dell’amato era una sorta di “incantesimo amoroso”.

Ricetta:

Liquore all’erba luigia

Ingredienti (per un litro): 500 ml di alcool 90° o vodka, 500 ml di acqua, 200 grammi di zucchero, 40 foglie di erba luigia, la scorza di un limone bio non trattato.

Procedimento: raccogliere le foglie fresche o essiccate. Preparare uno sciroppo di zucchero mettendo in un pentolino acqua e zucchero su fiamma bassissima fino a far sciogliere lo zucchero. Far raffreddare.

Aggiungere l’alcool o la vodka e versare il tutto in una bottiglia nella quale avrete sistemato le foglie di erba luigia.

Chiudere le bottiglie con il tappo e lasciare macerare per tre mesi in un luogo buio e fresco.

Per l’erba luigia ad oggi non è stata individuata alcuna tossicità specifica, a parte naturalmente allergie o intolleranze individuali.

Corniolo

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Il corniolo è un albero alto da 2 a 5 metri, a volte arbusto fino ai 5 metri, con la vecchia scorza grigio-giallastra che si stacca in piccole scaglie, soprattutto alla base del fusto. I giovani getti sono verde pallido, quadrangolari, e si staccano dal ramo quasi ad angolo retto.
Le foglie sono di 4/10 centimetri, opposte, picciolate, ovali o ellittiche, acuminate in cima, intere, lisce e quasi glabre, pubescenti lungo le nervature, che sono in numero di 3/6 paia, incurvate e regolarmente convergenti verso la punta. In autunno le foglie ingialliscono.
I fiori sono gialli, molto piccoli (4/5 millimetri) a 4 petali separati, riuniti in ombrelle sessili circondate da 4 grandi brattee in croce.

I fiori di corniolo sono visitati dalle api dall’inizio della primavera.
Varrone, nel I secolo a.C. (De Agricoltura, III, 16), assicura che la visita di questi fiori e di quelli, quasi contemporanei, del mandorlo, le rende quasi sempre malate. Si guariscono, aggiunge, con l’urina. Questa pretesa nocività del corniolo per le “mosche da miele” è stata affermata da numerosi autori fino al XVIII secolo. Secondo R. Moreaux (1963) i fiori del corniolo sono poco nettariferi ma procurano alle api “un prezioso e abbondante polline”.

I frutti, color rosso vivo, carnosi, diventano più scuri alla maturazione: hanno la forma simile all’oliva, 10-13 millimetri circa, solitari oppure per 2 o 4. Il nocciolo è uno e allungato. Hanno un alto contenuto di vitamina C, zuccheri, pectine, tannini (questi ultimi noti per le proprietà astringenti ed emostatiche).

I fiori sono precoci e compaiono prima delle foglie verso marzo e aprile; i frutti agosto e settembre.
Il genere Cornus L. comprende circa 45 specie, per la maggior parte delle regioni temperate dell’emisfero Nord.

Cresce sui terreni sassosi, nelle siepi, soprattutto su fondo calcareo. È comune in tutta la penisola dalla regione marina alla submontana. È comune in Francia, in particolare nel sud e nel sud-est, e nel centro e sud Europa, fino a sud del Belgio. Manca nella penisola iberica.

Le corniole sono tra i migliori frutti selvatici, ma sono stati dimenticati.
Alla fine dell’estate, quando si tratta di un’annata buona, se ne possono raccogliere in gran quantità da una sola pianta (o, più facilmente, raccoglierle da terra dove cadono con un’uniformità che sarebbe toccante per un amatore di bacche, dato che inoltre persistono intatte per qualche giorno).

Il corniolo maschio veniva coltivato anticamente per i suoi frutti nei paesi calcarei. Lo si moltiplica per trapianto dei getti, o per margotta in inverno, o per bottura in primavera al momento della fioritura. Quest’ultimo metodo è il migliore, richiede un terreno fresco e ombroso. Si trapianta poi l’inverno successivo in vivaio, per due o tre anni, in terreno leggero e fertile, ben drenato, di preferenza calcareo, e soleggiato. Con una simile terra e uguale esposizione si mette poi a dimora definitiva. Cresce rapidamente in giovinezza.
L’arbusto – che si può trasformare in alberello scegliendo i fusti migliori e tagliando i ramoscelli – vive molto a lungo: parecchi secoli, se in condizioni particolarmente favorevoli. Lo si utilizza a volte per farne delle siepi.
Il suo legno, durissimo, è considerato tra i migliori per fare manici di attrezzi.
La longevità del corniolo è molto grande. Dopo essere seccato rigetta sempre dalle radici. Veniva anche scelto per indicare i confini delle proprietà boschive.

Il nome della specie, “maschio” (Cornus mas) è senza dubbio in opposizione con un arbusto a legno tenero chiamato da Plinio (XVI, 43) Cornus fœmina che potrebbe essere un Caprifoglio; questo Corniolo (nome di origine controversa; deriverebbe, secondo alcuni, dal latino cornum “corna” in allusione alla durezza del legno. Cornumcornus sono già i nomi della pianta presso Virgilio, Varrone, Columella etc.) dal legno prezioso, con frutti saporiti, lo si trova spesso sui pendii soleggiati dei boschi radi di latifoglie, sulle scarpate delle ferrovie dove, temerario, accende le sue piccole costellazioni gialle molto prima dell’inizio della primavera, ben prima della forsizia.
Nelle Marche i cornioli sono chiamati volgarmente “grugnali”.

Della stessa famiglia fa parte la cosiddetta “sanguinella”, ovvero Cornus sanguinea L., molto più diffusa del corniolo.
Malgrado la sua abbondanza nelle nostre campagne, la sanguinella non è mai stata impiegata nella medicina popolare.
I pochi documenti antichi le danno una cattiva reputazione, dovuta senza dubbio alla tinta sanguigna dei rami, delle foglie autunnali; all’odore sgradevole della giovane corteccia, ai frutti sospetti.
“Con la corteccia, il midollo e i semi di sanguinella e rospi si faceva, ogni sabato ebraico, un veleno meraviglioso” scrive P. de Lancre nel 1613 (Tableau de l’inconstance des mauvais anges et démons, pag. 136).
Nel Poitou, in Francia, era proibito ai pastori colpire il loro gregge con delle verghe di questo arbusto che, l’analogia è evidente, avrebbe causato loro un “colpo di sangue” (Rolland, Fl. popul., IX, pag. 128).
“In Toscana” – dice il Mattioli – “quelli che sono morsi dai cani colpiti da rabbia si guardino, per un anno, dal toccare il legno di corniolo o di maneggiare la sanguinella poiché (…) se maneggiassero un ramo di questo legno fino a farsi scaldare le mani, subito diventerebbero rabbiosi”.
Numerosi autori antichi hanno ripreso questa storia e hanno contribuito ad aumentare la diffidenza verso un arbusto senza grande malizia.
La gemmoterapia pone oggi i germogli di sanguinella tra gli anticoagulanti e vi riconosce un rimedio per alcuni disturbi sanguigni. È una prova che vi è ancora molto da scoprire fra le piante dimenticate o bandite dalla medicina.
I frutti della sanguinella non sono commestibili: allo stato fresco provocano la diarrea.
La loro polpa e il loro nocciolo contengono una grande quantità (dal 20% al 50%) di olio maleodorante, buon combustibile e adatto alla fabbricazione del sapone. Si consumava in Italia come olio da lampade.
Il legno è simile a quello del corniolo ma di minor valore e la sua densità è meno elevata. La sanguinella non raggiunge mai le dimensioni del corniolo e i fusti superano raramente la grossezza di un pugno (sono rari quelli con 50 centimetri di circonferenza). I giovani fusti servono a lavori di intreccio, e i rami a fare delle corde a trecce grossolane.

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La bella corniola, il frutto che sembra avere polpa di ribes su nocciolo di oliva, è un frutto selvatico speciale.
Aveva un tempo grande importanza alimentare e resta stimato nelle regioni europee e asiatiche dove quest’albero abbonda.
I medici antichi come Dioscoride e Galeno vedevano nella corniola un frutto astringente adatto a porre rimedio ai flussi eccessivi: diarrea, dissenteria, mestruazioni troppo abbondanti.
Jean Bauhin ne prescriveva un vino, e nel XVII secolo il Rob de cornu: succo di corniole denso e senza zucchero, serviva nelle diarree nella dose di mezza oncia.
La gelatina di corniole, le corniole candite allo zucchero che apparvero alla fine del Medioevo, erano sia delle ghiottonerie che dei medicamenti.
Questi frutti possono essere associati alle preparazioni medicinali antidiarroiche e antidissenteriche (radice di fragola, di potentilla, o foglie di salvia, etc.) ma oggi sono più ricercate per la confettura che per il medicamento.

Nel 1600 Olivier de Serres consigliava di candire le corniole con zucchero sciolto nello stesso succo dei frutti “con il quale, senza altro liquido, si fa lo sciroppo chiamato corniat; e di farne una gelatina la cui ricetta non è cambiata: si mettono le corniole – raccolte mature – in un recipiente; si coprono appena d’acqua, si portano a ebollizione e si lasciano cuocere 30 minuti; poi si passano al setaccio. Si fa ricuocere il succo ottenuto con ugual peso di zucchero fino a dorarlo e si mette in vasi dove la gelatina si conserverà “a lungo in bellezza e bontà, per aver diletto, servire ai sani e ai malati”.
Sembra, tuttavia, secondo questo autore, che il primo utilizzo delle corniole al suo tempo fosse il nutrimento dei maiali…

Bartolomeo de’ Sacchi, più conosciuto come Platino di Cremona e per il suo Trattato sui modi di conservare la salute, e la scienza della cucina (1498) che per la sua Storia dei Papi del 1479, ci ha lasciato la ricetta di una salsa di corniole, condimento che si serviva allora con le carni e con i piatti salati più diversi: era fatta di polpa di corniole cotta per due ore nel mosto di uva acerba con pepe e sale, poi tutto passato al setaccio abbastanza grosso.
In Germania, Austria e Russia si candiscono le corniole ma con il sale. Leclerc (Les fruits de France, II edizione, pag. 201) ci dà la ricetta: si raccolgono i frutti più belli prima che diventino maturi, quando cominciano a diventare rossi; si lasciano appassire leggermente, si mettono in un recipiente come un barattolo, si coprono d’acqua, vi si aggiunge del sale a saturazione, e si condiscono a piacere con aromi.

La corteccia del corniolo ha proprietà febbrifughe: il suo decotto (60 grammi per litro d’acqua), secondo Leclerc, si è dimostrato efficace persino nella malaria.
Galeno prescriveva invece le foglie e i germogli per affrettare la cicatrizzazione delle grandi piaghe.

Il legno del corniolo è uno dei più duri, tenaci, omogenei e pesanti. È bianco-rossastro e si scurisce verso il rosso nel duramen, con l’età.
Plinio (XVI, 76) dice che serve a fare dei raggi di ruote, dei cunei per tagliare il legno e “dei perni utilizzati come quelli di ferro” (perni già raccomandati da Catone il Vecchio a quelli che fabbricavano i frantoi per le olive).
I mugnai di ogni tempo l’hanno ricercato per i denti di ingranaggi delle loro macchine; i contadini l’hanno usato in mille impieghi: manici di utensili, forche, denti di erpice e di rastrello, pioli di scale, traverse di rastrelliere e di steccati, cerchi di botti, etc.
Era il legno dei giavellotti romani: cornuscornum indicava allo stesso tempo l’albero e, poeticamente, l’arma in Virgilio (Eneide 9, 698) e Ovidio (Metamorfosi 8,408).
Di dimensioni sempre ridotte (i suoi pezzi oltrepassano raramente i 15 centimetri di diametro), è tuttavia servito ai tornitori che apprezzavano la sua omogeneità e la sua attitudine alla levigatura. Se ne fanno spesso ancora dei manici di utensili, nelle campagne, e chi li ha usati sa che è quasi infrangibile.
Questo legno ha però il difetto di torcersi all’essiccazione: si deve usare solo quando è molto secco. Per prevenire le fenditure dei fusti destinati a fare dei manici si toglie la corteccia lasciandone alle estremità un anello di qualche centimetro di larghezza: dopo qualche mese al secco e all’ombra, si può metterli in opera.

I nostri avi preparavano numerose ricette che andremo a guardare insieme: ci si stupirà di quanto si può inventare con un frutto così piccolo.
I vecchi terapeuti ne prescrivevano il succo o il decotto vinoso in caso di diarrea e metrorragia.

Le corniole si denocciolano un po’ più difficilmente rispetto alle ciliegie e le olive, per questo ci si può dotare di un denocciolatore manuale per riuscirci meglio; diversamente possono essere denocciolate dopo un’attenta essiccazione: non devono, infatti, essere troppo mature per evitare la formazione di muffe e batteri e soprattutto affinché non si modifichi il loro sapore diventando acetico o ferroso.
La soluzione migliore per il loro utilizzo, anche per chi ha poco tempo, è dar loro una prima cottura e passare poi la polpa nello schiacciapatate. Poi, a fuoco dolce, con 750 grammi di zucchero per chilogrammo di polpa, cuocerle per poco tempo, poiché la conserva ispessisce presto. Questa conserva ha un gusto acidulo, molto gradito da chi ama questo sapore. Si può mescolare in cottura qualche frutto di stagione, come le mele.
Anticamente si preparavano le “olive di corniole”, salando le corniole come le olive, ovvero conservandole in brina (salamoia). Questa ricetta, come tante altre legate alla fermentazione acidolattica, è ancor oggi apprezzata nell’Europa centrale e orientale.
Si raccolgono le corniole prima della maturazione, quando incominciano a diventar rosse, scegliendo le più grosse: riempire un barattolo ricoprendole fino a saturazione di salamoia. Volendo, aggiungere erbe selvatiche per insaporire, ad esempio finocchietto, critmo, artemisia e un po’ di alloro (anche le bacche vanno bene ma lasciano un sentore un po’ più amaro delle foglie). Vanno consumate quando prendono il colore delle olive.

Composta di corniole

Ingredienti: un kg di corniole, 500 grammi di zucchero di canna mascovado bio, due mele selvatiche, buccia di un limone bio, petali di fiori selvatici profumati (anche secchi: sambuco, tiglio, rosa, gelsomino, robinia pseudoacacia, etc.)
Procedimento: lavare i frutti e asciugarli. Farli bollire alcuni minuti e togliere i noccioli, magari con l’aiuto di un passaverdure. Rimettere sul fuoco, fiamma bassa, e procedere come una normale marmellata, avendo cura di non far attaccare la polpa al fondo della pentola. Se necessario, aggiungere un po’ d’acqua tiepida.

Liquore di corniole

Ingredienti: un litro di alcol a 90°, un kg di corniole, 400 grammi di zucchero, buccia di un limone bio

Procedimento: lavare e asciugare bene i frutti, metterli in un barattolo e ricoprire di alcol. Lasciarli macerare per almeno due settimane e massimo un mese.
Preparare lo sciroppo con acqua, zucchero e la scorza del limone. Volendo si può mettere mezzo baccello di vaniglia (già “scorticato” dei semi) o un pezzo piccolo di cannella.
Unire lo sciroppo alle corniole, filtrare, richiudere il barattolo e far riposare almeno due mesi.

Salsa di corniole

Ingredienti: due kg di corniole, aceto q.b., sale q.b., pepe q.b.

Procedimento: schiacciare i frutti e eliminare i noccioli (con l’aiuto di un passaverdure). Mettere la polpa in una padella antiaderente con aceto, sale e pepe a piacere e lasciar bollire per due ore.
Riempire vasetti di vetro, chiuderli ermeticamente e capovolgere o far bollire per dieci minuti.
Valido sostituto del ketchup.

Portulaca oleracea

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La portulaca (Portulaca oleracea L.), chiamata anche in gergo porcellana, è una pianta annua della famiglia delle Portulacaceae considerata un’infestante.
Ha numerosissime subspecie, di cui la più diffusa è appunto la oleracea. Il nome botanico in latino significa “piccola porta” (“portula”) e si riferisce al fatto che la capsula che contiene i minutissimi semi si apre per mezzo di un coperchietto come una piccola porta. “Oleraceus” significa invece “pianta coltivata” e indica l’impiego alimentare della pianta e il fatto che essa è spesso presente come infestante negli orti.
Gli Arabi nel Medioevo l’hanno denominata baqla hamqa che significa “pianta pazza” o “pazzesca” a causa del modo in cui i rami si estendono per terra senza alcun controllo.
Invadente, con piccolo fittone e numerose ramificazioni cauline prostrate
Tutta la pianta è carnosa (una caratteristica della pianta è quella di avere la capacità di far riserva d’acqua nelle foglie): le foglie, di color verde chiaro brillante, sono disposte a spirale, obovate, oblunghe. I fiori, piccoli, sono gialli e disposti o terminali o alle ascelle dei rami: si aprono solo in mattine soleggiate. I fusti sono cilindrici, cavi internamente, di colore rossastro, molto ramificati.
Il frutto è una capsula contenente moltissimi semi minutissimi di colore nero, che è l’unica cosa cui bisogna fare attenzione quando si mangia poiché sono molto duri per i denti e spaccano lo smalto o si infilano tra un dente e l’altro.
Fiorisce in estate fino agli inizi dell’autunno.
È comunissima e data la grande quantità di semi che produce si propaga con facilità.
La si ritrova negli orti, vicino alle macerie, lungo le strade e i sentieri delle regioni calde, ma è reperibile anche al Nord nelle zone pianeggianti e soleggiate.
È sufficiente un solo esemplare per avere, l’anno seguente, piantine sparse in decine di metri intorno.
Si può raccogliere senza alcun timore poiché è infestante; solo la varietà ornamentale acquistata nei vivai o supermercati non va mangiata perché potrebbe essere stata concimata o spruzzata con concimi chimici.
Si spiccano i rametti più teneri fino a ottenerne una buona quantità.

Nelle diverse regioni italiane ha diverse denominazioni: procaccia o purselana in Liguria, erba grassa in Lombardia, barzellana in Sardegna, purcacchia o purcacc nel Lazio, porcacchia nelle Marche, precacchia in Abruzzo, porcacchia o perchiacca in Basilicata, pucchiacchèlla o chiaccunella in Campania, in alcune zone del Sannio “erba vasciulella” per evitare il diretto riferimento dialettale al sesso femminile, dato che la pucchiacca, in napoletano, è l’organo genitale femminile; perchiazza o sportellecchia in Toscana; andraca o purchiacca in Calabria; purciaca o purciddana in Sicilia, perchiazza o spurchiazza in Puglia (prechiazz a Taranto e precchiacche a Foggia, ‘mbrucacchia o brucacchia in Salento).

Di probabili origine asiatica, nell’antico Egitto era utilizzata come pianta medicinale.
Compare nella letteratura medica cinese attorno al 500.
Nel Medioevo fu coltivata nel bacino del Mediterraneo, soprattutto in Spagna. In Arabia Saudita, negli Emirati Arabi e nello Yemen sono coltivate diverse varietà di portulaca (sottospecie sativa). In particolare negli Emirati Arabi la varietà coltivata viene venduta come ortaggio e viene utilizzata in insalata.
In particolar modo nell’Italia meridionale la portulaca selvatica veniva venduta nei mercati negli anni Cinquanta/Sessanta. Ad esempio nella provincia di Napoli era raccolta insieme alla rucola e venduta da ortolani ambulanti: rucola e pucchiacchella era un binomio inscindibile tra gli ingredienti di una buona insalata.
Nella cucina romana la portulaca appartiene a quel misto di verdure selvatiche crude consumate in insalata con il nome di misticanza o “insalata di mescolanza”. Anticamente questa insalata era portata a casa dai frati che passavano a chiedere l’obolo alle famiglie, e infatti in Corsica la portulaca viene ancor oggi chiamata “erba fratesca”.
Nella cucina siciliana a’ purciddana è usata nella preparazione di insalate, come l’insalata ferragostana con pomodori, cetrioli, cipolle condite con olio, aceto e sale; oppure l’insalata con verdure lesse, dove le foglie e i giovani germogli di portulaca sono usati con patate bollite e cipolle al forno. Si usa inoltre preparare delle piccole frittelle, in cui le cime della portulaca vengono immerse in una pastella di farina e acqua e vengono poi fritte singolarmente in olio ben caldo e servite come stuzzichini e antipasti.

Le foglie crude e i germogli, dal sapore acidulo, si utilizzano nelle insalate. Sono inoltre utilizzate per preparare minestre saporite e rinfrescanti e si possono conservare sottaceto. Ottime nelle frittate e nei ripieni.

Proprietà e uso medicinale

Dal punto di vista medicinale, la portulaca ha proprietà depurative, dissetanti, diuretiche e anti-diabetiche. È sempre stata utilizzata per curare diarrea, vomito, enterite acuta, emorroidi e emorragie post-partum.
Negli ultimi anni sono state scoperte notevoli proprietà nutritive e medicinali: è una fonte vegetale di acidi grassi polinsaturi del tipo Omega-3, che svolgono un ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, di cui contiene modeste quantità e di acido alfa-linoleico; possiede inoltre un elevato contenuto di proteina cruda e di polisaccaridi idrosolubili, una buona tolleranza alla salinità e una discreta capacità di accumulo di metalli pesanti.
Elabora mucillagine, saponina, sali organici, vitamina C.
Viene utilizzata a livello popolare come depurativa, diuretica; in passato anche come antiscorbutica.

Uso esterno
Un impacco di foglie è usato in caso di foruncoli, punture d’api ed eczema.

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Ricette

La portulaca può essere consumata così com’è, cruda, sola o insieme a pomodori e porri oppure cotta per preparare frittate o come insalata, parte di misticanze, per minestre.
I rametti più carnosi, tagliati a pezzettini, vengono mantenuti sottaceto e usati al pari dei capperi o come antipasto o contorno.
Si può mangiare come gli spinaci nelle minestre o come ingrediente di paste ripiene e gnocchi.

Frittata di portulaca
Ingredienti: tre manciate di portulaca, tre uova, Parmigiano grattugiato, maggiorana, olio evo, sale
Procedimento: lasciate la portulaca sotto sale per 5 minuti, poi lavatela e tagliatela a piccoli pezzi.
Sbattete le uova, aggiungete il Parmigiano e la maggiorana. Amalgamate al composto d’uova anche la portulaca e quindi friggete in una padella unta d’olio fino a ottenere una frittata dorata. Ottima come ripieno per panini.

Insalata di portulaca e uova sode (o con rape rosse)
Ingredienti: 400 grammi di portulaca, quattro uova sode (oppure due grosse rape rosse già bollite), olio evo, aceto, mostarda di Dijon, cipollotto fresco tritato (o cipolla rossa di Acquaviva o di Tropea)
Procedimento: lavare, asciugare e tagliare la portulaca. Preparare una vinaigrette con 5/6 cucchiai d’olio, due di aceto, un cucchiaino di mostarda, del cipollotto tritato, origano, sale e pepe q.b.
Mescolare bene, poi decorare le uova sode tagliate a spicchi (o le rape rosse nella variante vegan).
Versare sopra la vinaigrette solo al momento di servire.

Salsa alla portulaca
Ingredienti: un mazzetto abbondante di portulaca, yogurt a piacere, aglio due spicchi, olio evo, sale non iodato q.b.
Procedimento: lavare bene la portulaca, tagliarla finemente e schiacciarla in un mortaio con l’aglio, l’olio e il sale.
Aggiungere sette o otto cucchiai di yogurt, due cucchiai di olio di oliva e rimescolare.
Ottima per condire la pasta o su dei crostini.

Cavolo e portulaca
Ingredienti (per 4 persone): cavolo o cavolfiore bio, un mazzetto di portulaca, cipolla rossa di Acquaviva o di Tropea, sale non iodato, olio evo q.b.
Procedimento: in una pentola preparare un soffritto con olio evo q.b. e cipolla tagliata a listarelle molto sottili. Cuocere a fuoco lento per far appassire la cipolla. Aggiungere il cavolo tagliato a listarelle sottili o le cimette di cavolfiore. Continuare la cottura per venti minuti a fuoco lento e con il coperchio. Aggiungere le foglie di portulaca ben lavate e far cuocere per altri dieci minuti. Salare a piacere poco prima di spegnere il fuoco, e girare. Se piace, aggiungere del peperoncino.
Può essere usato come contorno o come piatto unico.

Bevande
La portulaca è ottima nei centrifugati e negli smoothies, e li rende anche più cremosi. Potete provarne uno con mirtilli, kiwi, pesche, o frutta tropicale.
La portulaca può essere surgelata e se ne può fare un ottimo sorbetto dal sapore acidulo e molto dissetante.
Con le sue foglie si può preparare una tisana che aiuta in caso di mal di testa, fa abbassare la febbre, lenisce il mal di gola e in generale combatte gli stati infiammatori.

Altri utilizzi
Come con la maggior parte del cibo selvatico, anche con la portulaca si possono preparare tantissime ricette. Si può lattofermentare, si può preparare l’aceto, il pesto, lo tzatziki utilizzandola al posto dei cetrioli; può essere aggiunta anche cruda alle uova strapazzate. Si possono preparare dei pancake sia dolci che salati; si può condire la pizza proprio prima di servirla.
È ottima come condimento per il gazpacho, o per condire una vellutata di zucchine o di asparagi.
Nei sandwich o nei panini aggiunge una nota croccante. Si può preparare la salsa verde utilizzandola insieme o al posto del prezzemolo.

E se ne avete proprio tanta, e avete la fortuna di avere un pollaio, nutrite le galline: le loro uova saranno più ricche di Omega-3!

I benefici delle erbe selvatiche

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Le erbe selvatiche sono spesso, anzi nella maggior parte dei casi, più ricche di nutrienti delle erbe coltivate, soprattutto di minerali.
Una ricetta che voglio condividere oggi è un integratore che può essere utilizzato in tisana o infuso o anche “spolverato” su zuppe e stufati, o aggiunto a succhi e centrifugati.

Ingredienti:
radice di bardana
foglie e radice di tarassaco
foglie e radice di ortica
foglie di piantaggine
foglie di edera terrestre
foglie di menta
foglie e fiori di trifoglio rosso
foglie di timo
foglie di salvia

Procedimento:
Far seccare le erbe indicate e una volta secche tritarle con un macinino, poco alla volta. Tritarle con un robot da cucina va anche bene, ma fate attenzione alla velocità e al tempo perché se le lame si surriscaldano modificano le erbe e i loro nutrienti e ne pregiudicano sapore e conservazione.
Una volta tritate, conservare in un contenitore a chiusura ermetica. Vale come per le altre erbe essiccate il consiglio di aprire il contenitore ogni due/tre settimane e lasciarlo aperto per qualche ora per impedire lo sviluppo di muffe, microrganismi e insomma per farle conservare meglio. Questo mix si conserva per un anno.

Utilizzo:
assumere 2/3 cucchiaini giornalmente, come fareste con un integratore.
Si possono anche aggiungere queste erbe in infusione in un aceto così da avere un aceto integratore multivitaminico e remineralizzante.

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Se invece con l’arrivo della primavera volete avviare il programma detox in vista magari della prova costume, potete preparare una tisana detossinante.

Ingredienti:
15 grammi di cime di ortica
15 grammi di foglie di tarassaco
15 grammi di radice di zenzero, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di tarassaco, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di bardana, tritata grossolanamente
due bastoncini di cannella, tritati grossolanamente

Procedimento (se ne realizzano 100 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservarli in un barattolo.
Preparare la tisana facendo un infuso di un cucchiaino per tazza in acqua bollente per 5-10 minuti.
Si possono bere da una a tre tazze al giorno, aggiungendo succo di limone fresco e miele a piacere.

Ricordatevi che i preparati detossinanti non vanno dati a bambini di età inferiore ai 12 anni. Ugualmente, non sono consigliati in caso di gravidanza o allattamento.
Naturalmente, se avete problemi di salute bisogna assumere i preparati erboristici solo sotto stretto controllo medico.

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Un’altra ricetta che voglio condividere è la ricetta ideale per il cambio di stagione dall’inverno alla primavera, per prepararsi all’importante transizione durante l’anno, periodo in cui spesso ci si sente giù e privi di energia.

Ingredienti:
12 grammi di cime di ortica
7 grammi di foglie di betulla
5 grammi di fiori di calendula
3 grammi di foglie di ribes
3 grammi di fiori di olmaria

Procedimento (se ne realizzano 30 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservare in un barattolo. Si mantiene per un anno.
Preparare una tisana con un cucchiaino per tazza di acqua bollente.
Si può assumere due/tre volte al giorno.

Alla prossima!

[continua…]