Ispirazioni

Autosufficienza è libertà

Uno stile di vita rivoluzionario applicabile da tutti nel “qui e ora”

Negli ultimi anni, pratiche di vita come l’autosufficienza alimentare e l’autoproduzione stanno diffondendosi in misura consistente, seppure ancora in una ridottissima parte della società.
Al di là di quanto possa apparire in superficie – e nonostante i piccoli numeri sul totale della popolazione – il fenomeno è tuttavia molto interessante, profondo e portatore di reali novità sia in ambito politico-economico sia in quello socio-spirituale (per tacere degli effetti a livello ecologico ed ambientale).

La divulgazione – anche nel nostro paese – di discipline come la permacultura (Bill Mollison e David Holmgren), l’agricoltura biodinamica (Rudolf Steiner), l’agricoltura sinergica (Emilia Hazelip), l’agricoltura naturale (Masanobu Fukuoka) e certo non da ultimo anche quella biologica, stanno apportando una serie di conoscenze sulla coltivazione di piante alimentari, l’allevamento di animali e l’utilizzo agricolo dei terreni e dei boschi che suscitano grandi entusiasmi e speranze.

Speranze non solo legate al minor impatto ambientale di queste tecniche in un momento di estremo bisogno di “leggerezza” umana su un pianeta ormai climaticamente allo sbando, ma anche di una concreta possibilità di riscatto morale, sociale e spirituale per coloro che avranno l’ardire di avventurarsi in questo percorso di consapevolezza e ritorno alla natura.
Natura così tanto bistrattata nell’ultimo secolo da essere caduta nel dimenticatoio della coscienza umana (come se si potesse vivere facendone a meno!).

Una scelta esistenziale e sociale

È importante sottolineare che un ritorno, spesso anche solo parziale, verso un’attività agricola o di piccola autoproduzione alimentare non è un aggrapparsi anacronistico ad un idillico sogno romantico. A mio parere, si tratta invece di una sana e quanto mai attualescelta esistenziale che ci soccorre in molti ambiti e ci permette da subito una migliore qualità della vita, specie se questo “ritorno” non è vissuto con particolare dogmatismo ideologico o con aspettative arcadiche che non trovano posto nella realtà attuale, di cui peraltro non possiamo ignorare né gli influssi negativi né gli indiscutibili vantaggi.
Se da una parte è ormai ovvio e palese che uno stile di vita lontano dalla tecnologia è oggi impensabile, è altrettanto vero e facilmente dimostrabile, statistiche alla mano, che è necessario operare da subito per ridurre i consumi e vivere più sobriamente affinché, come dice una ormai nota citazione di E. F. Schumacher, tutti possano permettersi “semplicemente di vivere”. Una vita anche parcamente tecnologica e semi-divoratrice di risorse non può comunque non tener conto del prezzo che l’ambiente e le popolazioni svantaggiate (ma sempre più anche quelle occidentali, basti pensare alle patologie degenerative in aumento) pagano per essa.
La possibilità di introdurre nella propria esistenza spazi di libertà nella natura legati alla coltivazione e all’allevamento di animali piuttosto che alla cura di un alveare o di un giardino è a mio parere un’eccellente occasione per recuperare il senso della misura rispetto alle priorità della propria esistenza e un utile strumento di riflessione sulle connessioni tra umani e natura e tra popoli e popoli.

Benefici per tutti

Le potenzialità che alcune nuove tecniche colturali a basso impatto ambientale inoltre offrono all’umanità sono davvero enormi. I risultati in merito a gusto dei cibi, qualità, recupero paesaggistico, diversificazione ambientale, crescita della biodiversità sono davvero eccezionali.
Anche in quanto a rese alimentari dei terreni coltivati con questi metodi, abbiamo raggiunto traguardi assolutamente competitivi rispetto alle tecniche dell’agricoltura industrializzata, ma senza gli effetti collaterali di quest’ultima che vanno, ad esempio, dalla progressiva perdita di fertilità dei suoli alla nocività degli alimenti prodotti per i residui dei pesticidi ivi contenuti, all’inquinamento delle falde idriche da concimi chimici, per non parlare del grande punto interrogativo mortifero che aleggia sulle campagne coltivate con produzioni OGM.
La scelta di prodursi del cibo con le proprie mani è un’attività che risponde ad un atavico bisogno di Natura dell’uomo. A mio parere, è anche l’unica attività umana che il pianeta può permettersi di sostenere anche se praticata da tutti, nessuno escluso. Anzi, è pure l’unica che può consentire la sopravvivenza del genere umano.

Economie leggere

Prodursi cibo e tornare alla terra è anche un sistema per alleggerire il peso del sistema economico attuale sulla propria vita, per rendersi maggiormente indipendenti e avere la soddisfazione di produrre un’azione concreta sul meccanismo perverso che sta portando alla sclerotizzazione della psiche individuale e collettiva, e alla catastrofe degli ecosistemi.
Le accuse di “isolazionismo” e di resa che vengono talvolta indirizzate verso coloro che abbandonano stili di vita metropolitani, anche politicamente impegnati, sono ovviamente poco realistiche. L’azione concreta di togliere parte del proprio sostegno economico, energia e lavoro a quell’organizzazione socio-economica che tanto si critica a parole è un toccasana di grande effetto per la propriaautostima e serenità interiore, e ha un ruolo determinante anche come veicolo contagioso di rivoluzione non-violenta alla follia consumistica imperante. Anche un nostro seppur parziale sottrarsi al meccanismo del mercato attuale ha sicuramente effetti positivi immediati sulla nostra vita e su quella degli altri, dai più vicini ai più lontani. Altro che rinunciare alle proprie responsabilità!
È una sensazione istantanea di centratura, umiltà e rettitudine, una percezione dell’immensa potenzialità della natura da cui dipendiamo e della sua onnipresenza. È per questo che funziona e si diffonde nei nostri avveniristici non-luoghi artificiali il bisogno di metter mano nell’argilla screziata, di maneggiare sementi, di accarezzare il mantello morbido di un animale. Il bisogno innato che abbiamo di dare un senso alla nostra vita e di sentirci collegati con l’universo fenomenico trova in queste esperienze, per grandi o piccole che siano, molta più rispondenza che non in un impiego anonimo in un ufficio asettico, cemento-plastificato ed illuminato al neon di una città. Non è retorica: è l’espressione del comune e ovvio buon senso antico che oggi sembrava aver lasciato il posto al delirio psicotico del videoclip metropolitano.

Senso di comunità

La dimensione della piccola scala spesso legata alla scelta del contadino di “ritorno” o dell’hobbista di fine settimana che si decentra in campagna a curare il suo frutteto o il suo giardino è una dimensione assolutamente più consona alla serenità e senz’altro più sostenibile ecologicamente. Una società metropolitana centralizzata, globalizzata ed ecosostenibile ad alto livello tecnologico ed agro-industriale quale molti pseudo-ecologisti oggi auspicano è in effetti una futuribile realtà per pochi privilegiati che si ergeranno su una miriade di morti di fame.
Una collettività distribuita sul territorio, organizzata essenzialmente sulla piccola produzione agricola, artigianale (e culturale) e dallo stile di vita sobrio e con tecnologie semplici è al contrario estendibile a tutta l’umanità in modo equo, solidale e sostenibile.
Se poi aggiungiamo alla nostra piccola autoproduzione di alcuni beni lo scambio di altri all’interno della nostra comunità di gioiosi resistenti rurali, ecco che la maggiore liberazione che ne consegue allarga il nostro spazio vitale, relazionale ed economico e determina una maggior valenza sociale e politica delle nostre scelte.
Il tutto sostenuto a livello reddituale da professioni decentrate grazie all’utilizzo della telematica e dal supporto da parte dei piccoli comuni che possono approvare direttive favorevoli all’insediamento di famiglie giovani (o che si ritengono tali!) nei propri territori semi-disabitati, varando allo stesso tempo politiche ecologiche e di risparmio energetico (si veda l’esempio dei cosiddetti “comuni virtuosi”) capaci di creare lavoro etico a livello locale e di garantire una migliore qualità della vita agli ecosistemi ed alla popolazione.

Una micro-liberazione macro-orientata

Come già aveva sentenziato il grande Lev N. Tolstoj “tutti pensano a cambiare il mondo ma nessuno pensa a cambiare se stesso”. E questa rimane ancora la base attuale dell’unico reale cambiamento possibile in questa società centralizzata, i cui cittadini sono talmente dipendenti dal sistema produttivo e distributivo, causa ed origine dei loro mali individuali e collettivi.
La nuova e futura società eco-centrata non verrà eretta da improbabili politici consapevoli ed onesti (si tratta, chiaramente, nella maggior parte dei casi, di un ossimoro) ma nel suo piccolo può essere una realtà già qui e ora se solo si ha l’animo o la stanchezza sufficienti per liberare i primi tasselli della propria esistenza, ad esempio iniziando a coltivarsi il proprio orto o preparandosi alcuni cibi in casa partendo dal prodotto primario. Tutto il resto è effetto a cascata inarrestabile. È vivificante ruscello di esperienze. È micro-liberazione ma costantemente macro-orientata.
Non credo ci siano altre strade per iniziare subito a sentirsi un po’ più in pace con se stessi e con il mondo. C’è molto caos e fibrillazione negli esseri umani oggi. 
C’è molta insoddisfazione.
È il rimorso per i trenta denari derivati dal tradimento della nostra stessa natura.
È la nostalgia dell’integrità umana svenduta sull’altare della comodità.
Ma uscire dal tunnel della tele-divano-dipendenza si può, prendendone coscienza ed iniziando un percorso disintossicante a base di autosufficienza morale, alimentare ed economica.

[di Valerio Pignatta, tratto da viviConsapevole – permacultura autosufficienza ecologia, n. 22, giugno/agosto 2010]

Valerio Pignatta, plurilaureato giornalista e scrittore, è redattore e collaboratore di riviste e case editrici, nonché direttore editoriale nell’ambito delle medicine non convenzionali.
Ha pubblicato diversi articoli su periodici nazionali inerenti il rapporto salute/ambiente e testi divulgativi di medicina naturale. Vive con la famiglia sul Monte Amiata dove pratica attivamente la decrescita attraverso la sobrietà dello stile di vita, la semplicità volontaria, l’autoproduzione, lo scambio ed il dono di beni e servizi.

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Scappo dalla città

Una grande varietà di forze sembrano fare pressione oggi sulle persone: lavoro, risultati, guadagno. Un enorme dispendio di tempo, la gran parte della nostra vita. È difficile sfuggire a questi ingranaggi, soprattutto se vi si è nati. Se da piccoli ci voleva un’ora di strada per andare a scuola, da adulti non apparirà strano che ci vogliano due ore per andare al lavoro. Si cerca di piegare mente e fisico alla stanchezza di questi ritmi, allenandoli a sopportarli con l’unico baluardo di un fine settimana riposante o di una serata davanti alla televisione. Ciò di cui molti non si rendono conto è che il loro tempo di vita vera è quello, il riposo, banale e necessario, dal tempo lavorativo. Nella realtà, non deformata invece da un’organizzazione sociale distorta, il tempo di vita dovrebbe essere maggiore e qualitativamente migliore di quello lavorativo. Si cita sempre il mito dei paesi del nord Europa dove si è capito da lungo tempo e le trenta-trentacinque ore settimanali di lavoro non diventano, se non in casi sporadici, le quaranta-quarantacinque e più, più una decina di pendolarismo a cui siamo ormai abituati in Italia.
Il risultato è, non a caso, una società più sana, più presente, meno stanca.
La pressione della competizione, i consumi percepiti come necessari, la corsa al lusso, la paura della perdita del lavoro, la sicurezza di uno stipendio, la necessità indotta di dover diventare qualcuno o di realizzare a tutti i costi qualcosa di importante sono falsi mitiai piedi dei quali molti di noi sacrificano tre quarti abbondanti della propria vita, per poi ritrovarsi con ben poco in termini personali.
Una delle grandi realtà di queste ultime generazioni è invece che abbiamo perso l’abitudine di scegliere, il diritto di decidere cosa fare della nostra vita e dove farlo. Certo, scegliamo ancora (e neanche tanto) se fare l’avvocato o il dentista, ma non scegliamo se lavorare o non lavorare. È scontato che dobbiamo lavorare, altrimenti non possiamo nutrirci, riscaldarci, e prenotare l’iPad. Ma ne siete proprio sicuri?
C’è chi sceglie di vivere in un appartamento e chi in una villetta a schiera, ma non scegliamo il luogo: è il lavoro che lo sceglie per noi.
Il lavoro, interpretato da molti come questo grande ostacolo che non gli permette di trasferirsi, che non gli dà tutto quello che vorrebbe, che lo impegna l’ottanta per cento del tempo della sua vita.
La maggior parte vive sognando l’età pensionabile, quando libera da questo macigno del lavoro potrà fare tutto quello che le piace (ma scoprirà che la realtà è ben diversa e che a settant’anni sarà ancora inchiodato al suo appartamento cittadino). Scegliamo dove andare in vacanza ma in realtà releghiamo la nostra vita vera (e neanche) nei weekend. Siamo mossi da un falso mito, quello dello stipendio. Siamo convinti che solo lo stipendio possa farci sopravvivere, che senza saremmo persi, moriremmo di fame e di freddo.
Siamo convinti che per avere un kilo di frutta dobbiamo dare in cambio dei soldi, decurtati dal nostro stipendio, proveniente dalla vendita del nostro lavoro a terzi. Non è un grande affare se ci pensate bene. Sul vostro lavoro ci deve guadagnare prima di tutto il vostro datore di lavoro. Sul kilo di frutta che comprate in città ci deve guadagnare il coltivatore, il mediatore, il grossista, il trasportatore, il supermercato. In pratica, tra voi ed il vostro kilo di frutta, c’è un esercito da mantenere.
Con il vostro stipendio.

Non è un grande affare, no? Non starete lavorando per troppe persone?
Bisogna cambiare mentalità, o cambiare, materialmente, lavoro.
O ancora meglio, vivere invece di lavorare.
Negli anni, dopo aver cambiato il mio modo di vivere e di lavorare, ho incontrato molte persone che come me hanno cambiato totalmente vita andando a vivere in campagna.
Uno degli aspetti che accomunano queste persone è l’aver cambiato radicalmente la propria mentalità nei confronti del denaro e del lavoro.
Sebbene eliminare la dipendenza psicologica dall’entità “stipendio” sia difficilissimo, è pur sempre possibile. In fondo, se vi apprestate a leggere un libro sull’autosufficienza, qualcosa in voi è già cambiato.
In pochi però godono della libertà mentale che porta a decidere per una vita parzialmente o totalmente autosufficiente. Di non avere intermediari tra loro ed il loro “kilo di frutta”.
Alcuni di questi arrivano a questa libertà mentale con una folgorazione e scappano immediatamente dalla città, riconoscendo nel sistema di vita cittadino un grosso limite alla loro vita. Altri ci mettono anni, capiscono esperienza dopo esperienza che qualcosa non va, che qualcos’altro si può cambiare e cominciano ad allontanarsi per gradi.
Tutti i metodi sono validi ed è giusto che varino a seconda di aspirazioni e possibilità. L’aspetto più importante è crederci, solo così comincerà questo percorso, veloce o lento che sia. Ho voluto raccogliere in questo libro un percorso ideale, dall’idea dell’andarsene dalla città alla gestione del lavoro, alla scelta dell’autoproduzione e dell’autosufficienza fino alla gestione di casa e famiglia in un cambiamento così radicale.
Ogni argomento è affrontato sotto diversi aspetti, prendendo in considerazione più scelte possibili e praticabili, aiutandomi in questo con le esperienze mie e delle persone che ho incontrato in una quindicina di anni nel percorso di allontanamento dalla vita cittadina. Arrivo, non a caso, da Milano, una delle città che sta generando più fuggitivi. Forse i ritmi molto frenetici, senza gli spazi enormi di altre metropoli come New York, riescono a generare di più la voglia di scappare. Ci ho messo anni di lavoro, fatica, sogni e speranze per arrivare ad un tipo diverso di vita, non è successo tutto dall’oggi al domani. Ho fatto fatica, come tanti. Ce la sto facendo, come altri che nascono per caso nel centro di una metropoli ed un giorno decidono che li piacerebbe di più fare un’altra vita. C’è stato un periodo in cui lavoravo contemporaneamente vicino viale Cassala a Sesto San Giovanni e a Busto Arsizio. Ci sono stati giorni che partivo di casa alle 7:00 e rientravo alle 23:00. Altri in cui prendevo un aereo alle 6:00 del mattino e un altro alle 22:00. C’erano domeniche con il brunch sui Navigli, happy hour scambiati per cene e guardaroba cambiati ad ogni stagione. C’erano anche i weekend e le ferie in cui relegare la vita vera, che si sono poi trasformati nei momenti in cui pensavo che forse era il caso di cambiare. Ci sono state un paio di esperienze che mi hanno fatto riflettere molto sui consumi ed i bisogni, come una volta che tornando da un viaggio in Mali dove avevamo mangiato per un mese utilizzando una sola padella ho realizzato che nella mia cucina c’erano ben quindici pentole e almeno cinque elettrodomestici che non usavo da anni. Durante quello stesso viaggio, in cui il bagaglio doveva essere limitato allo stretto indispensabile, ho pensato di avere uno zaino leggero con l’essenziale. Questo finché non mi sono trovata in piedi su una sedia con lo zaino in spalla all’aeroporto di Bamako, allagato dallo straripamento del Niger. Dopo due ore, con le braccia indolenzite dal mio “leggerissimo” bagaglio, ho iniziato a pensare a cosa realmente avessi bisogno: la metà delle cose che avevo nello zaino. Tornata a casa, sono andata ad un incontro di baratto portando scatoloni pieni di oggetti che non usavo da anni, ho cominciato a fare un orto sul balcone dell’appartamento in cui vivevo e a produrre poco a poco gran parte delle cose che mi servivano, dal pane a qualche abito. Davo per scontato che solo disponendo di una quantità notevole di denaro si potesse pensare di lasciare il lavoro e trasferirsi nel luogo preferito, che le case in bioedilizia fossero solo quelle costosissime progettate da architetti famosi. Mi sono ricreduta a Che Shale, in Kenya, dove una designer italiana, stanca dei ritmi cittadini, ha costruito con pochissimi soldi e materiali locali un piccolo albergo di dieci stanze sulla spiaggia in cui non c’è assolutamente nulla in plastica e metallo. Dalla veranda sull’albero, alle camere degli ospiti, tutto è a basso impatto ambientale, compresa la rete fognaria che sfrutta la fitodepurazione con piante locali, fino alla biancheria per gli ospiti, cucita da lei. “Ma non ti senti isolata dal mondo?” le chiedevo perplessa. “No, quando ho voglia accendo il pc, leggo un po’ di notizie, guardo le novità di design, poi chiudo ed è sufficiente… guarda qui”. Mi indica cinque kilometri di spiaggia dorata ed il suo resort ad impatto zero, il compagno che sta tenendo lezioni di kitesurf poco lontano.

Mi sono allontanata da Milano a piccoli passi. Oggi vivo sull’Appennino Tosco-Emiliano, ho un lavoro indipendente, un orto, sono autosufficiente per molti aspetti e per altri preferisco compiere scelte eco-sostenibili delegando la produzione. Non so se domani sarò in una comune autarchica in Umbria o in un ecovillaggio in Spagna o in una eco-casa sulla spiaggia di Shark Bay in Australia.
O se sarò ancora in questo posto magnifico perché magari scamperà alla colata di cemento che si sta abbattendo sull’Italia.

Di una cosa sono sicura, però: non sarò in un condominio in città, non avrò un badge da strisciare tutte le mattine.

[di Grazia Cacciola; scheda del libro qui]

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La femminilità della decrescita

La decrescita è donna. O comunque un fenomeno molto più femminile che maschile.

La decrescita è donna. O comunque un fenomeno molto più femminile che maschile. Chi scrive è un uomo, felice di esserlo, innamorato delle caratteristiche delle persone equilibrate (uomini o donne che siano) che non devono ostentare nulla per affermarsi nel mondo che le circonda. Ma si può negare la superiore sensibilità, delicatezza, raffinatezza e, sotto moltissimi aspetti, appunto, equilibrio delle caratteristiche femminili rispetto a quelle maschili? O si può negare che questo tipo di società, basata sulla competizione in ogni singolo aspetto della vita, non sia una caratteristica tipicamente maschile, non solo nel caso degli esseri umani, ma nel regno animale in generale?

Partiamo da un concetto, già considerato in questi ultimi anni da diversi studiosi: la cosiddetta “maschilità di mercato”. In cosa consiste? Nel fatto che essere virili significa essere forti, avere successo, essere capaci, affidabili, dominanti: tutte caratteristiche di quei bottegai che, nel corso degli ultimi due secoli, hanno preso il sopravvento (fino a diventare ai giorni nostri importanti politici e uomini d’affari) sia sugli aristocratici dallo stile e dai gusti femminei, sia su quegli artigiani che, soddisfatti del loro operato ma non bisognosi di accumulare ricchezze all’infinito, si accontentavano di fare le cose bene e con cura.

Le definizioni di maschilità che la nostra cultura ha sviluppato non sono solo basate sul potere di alcuni uomini su altri uomini (magari di diversa etnia o credo religioso), ma anche e soprattutto sulle donne; oltre al fatto che, come afferma il sociologo Michael Kimmel, gli uomini americani (ed occidentali in generale) sono ormai “espressione di una definizione di maschilità che trae identità dalla partecipazione alle logiche del mercato”, ossia ad “un modello di maschilità che si basa sulla competizione omosociale”.

“È proprio questa idea di maschilità”, continua Kimmel, “radicata nella sfera della produzione, della vita pubblica, che non si identifica più con il possesso della terra o con la virtù artigiana, bensì con la partecipazione e il successo nella competizione di mercato. […] La maschilità deve dunque essere dimostrata e, appena dimostrata, è nuovamente messa in discussione e va difesa un’altra volta – un processo implacabile e mai concluso che finisce per perdere di significato diventando, come affermava già Max Weber, soltanto un gioco: nel quale vince chi, alla fine della vita, possiede più giocattoli”. Insomma, “il concetto di maschilità di mercato descrive la definizione normativa della maschilità americana, con le sue caratteristiche di aggressività, competitività ed ansia”. (1)

Aggressività, competitività, ansia: tutte caratteristiche della società della crescita a tutti i costi. Crescita economica e quindi crescita di profitti, potere, status.

Una corsa infinita verso l’alto, in attesa di essere colti dalla vertigine. Caratteristiche molto maschili, dunque, o anche di quelle donne che, schiave dell’ideologia dominante e soprattutto dei modelli di successo maschili, rivendicano la loro emancipazione e “parità dei sessi” reclamando il loro diritto all’occupazione ed alla carriera, magari a pochissimi mesi dal parto di un figlio.

Perché, quindi, mi permetto di dire che la decrescita è donna? Perché, al contrario delle ansie e della competitività fine a se stessa evocate dalla maschilità di mercato, si propone di dare un freno a questo non senso, a queste dimostrazioni di insicurezza tipiche delle nostre società machiste dominate da bulli di ogni risma (risaputamente tali perché caratterizzati da grandi insicurezze e mancanze che hanno continuamente bisogno di essere compensate). Perché la decrescita, soprattutto se felice, propone la lentezza, il rispetto, la collaborazione… la durata. Non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, così come una donna, anche se occidentale, non ha bisogno in effetti di dimostrare la propria femminilità. A meno che, sempre assoggettandosi ai voleri dei “maschi di mercato”, non sia disposta a diventare un oggetto, o un modello della bellezza preconfezionata decisa a tavolino dal marketing o dalla pubblicità.

La decrescita è quanto di più femminile si possa immaginare, un antidoto alle tensioni competitive, alle eterne frustrazioni di un ideale di superman impossibile da raggiungere, alle ansie da prestazione (in qualunque campo le si vogliano intendere o temere), ancora una volta tipiche dell’uomo occidentale moderno. E cosa c’è di più bello dell’essere accolti, abbracciati con calore, rassicurati, invece che vivere la propria intera esistenza come una gara di corsa veloce? Cosa c’è di più sensato dello smettere di sfruttare risorse in rapido esaurimento, magari solo per finire la propria esistenza dimostrando a tutti che si sono accumulati “più giocattoli” di quanto abbiano potuto o saputo fare i bambinoni attorno a noi?

Nulla, a chi ha capito che accumulare giocattoli non è necessariamente il fine ultimo dell’esistenza umana. Una vita di corse, ansie e frustrazioni a tutti coloro che, invece, non hanno ancora avuto modo di tenere a freno l’aggressività del maschio dominante. In una società, però, nella quale egli è quindi tutto, tranne che dominante, in quanto schiavo di se stesso e delle sue ambizioni.

O deliri, che da un paio di secoli a questa parte, possono arrivare addirittura al voler dominare la natura. Anzi, Madre Natura.

Fonte: www.ilribelle.com

Note: 1): Michael S. Kimmel, “Masculinity as Homofobia: Fear, Shame and Silence in the Construction of Gender Identity” in S.M. Whitehead, F.J. Barrett (a cura di), “The masculinities Reader”, Polity Press, Cambridge, UK 2001. Traduzione di Elisabetta Ruspini per “Tra i generi”, Carmen Leccardi (a cura di), Edizioni Guerini 2002.

[di Andrea Bertaglio, sta qui]

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La Rete Italiana per l’Ecologia Profonda

È nata nel gennaio 2012 la Rete Italiana per l’Ecologia Profonda.

Esistono in Italia numerosi soggetti che divulgano i principi dell’Ecologia Profonda e li applicano nella società e negli stili di vita personali. Lo scopo della Rete è di rendere sinergiche le diverse attività e costituire un punto di incontro non solo filosofico ma anche umano. Alla Rete ha aderito la maggior parte delle Associazioni  e delle Persone singole, che si riconoscono in questi principi.

L’Ecologia Profonda (o Ecosofia) è un movimento filosofico e di pensiero, una visione del mondo che richiede un profondo rispetto per tutti gli esseri senzienti (e quindi anche gli ecosistemi) e per tutte le relazioni che li collegano fra loro e al mondo cosiddetto “inanimato”. Non assegna alla nostra specie un valore distaccato e particolare, ma la considera completamente parte della Natura. Vede la Terra come l’Organismo cui apparteniamo.
Il fondatore del movimento in Occidente è stato il filosofo norvegese Arne Naess, che usò il termine per la prima volta in un articolo del 1972 (The shallow and the deep).

Sono caratteristiche dell’Ecologia Profonda:
– il riconoscimento della sacralità della Terra e della Vita e della ricerca di una esistenza degna per ogni essere senziente. Il primo valore è il benessere dell’Ecosistema, da cui consegue anche quello dei componenti, e quindi il nostro;
– una visione sistemica del mondo, la necessità di non spezzettare l’universale e di evitare di cadere nei dualismi tipo mente-materia, Dio-il mondo, uomo-natura e simili; l’idea che l’intero è più della somma delle sue parti;
– la visione dell’ecologia come il sentimento profondo che ci dice che tutto è collegato, che non possiamo danneggiare una parte senza danneggiare il tutto, che facciamo parte di un unico Organismo (l’Ecosistema, o la Terra) insieme a tutti gli altri esseri viventi.
– il ritenere che per salvare il pianeta (e la sua vita) sempre più assalito, rapinato, avvelenato a causa dei comportamenti dello homo sapiens, che si ritiene arbitro e padrone assoluto del mondo, occorre un cambiamento di rotta. Occorre un nuovo paradigma culturale, fondato sui principi del limite e della sobrietà. L’impatto dell’uomo sul pianeta deve ridursi, attraverso la diminuzione della popolazione e dei suoi consumi. Deve diminuire lo stress che comporta l’attuale modello di vita. Deve diminuire lo spreco di risorse;
– l’importanza attribuita alla crescita delle coscienze, al recupero della spiritualità, al ritorno al legame profondo, offuscato dal materialismo consumista e dall’urbanizzazione, che ci unisce a tutti gli esseri viventi e che si percepisce nel contatto diretto con la natura selvaggia e incontaminata.

La Rete Italiana per l’Ecologia Profonda è quindi una aggregazione di persone che convengono che la vita sulla terra è un unicum e l’uomo è una specie come tutte le altre. Convengono anche che per salvare il pianeta (e la sua vita) occorre un cambiamento di rotta. Tale cambiamento può essere indotto dalla crescita delle coscienze, da una visione che mette il benessere degli ecosistemi al centro di tutto e da un sostanziale cambiamento del modello economico e sociale imperante.

Il legame tra Ecologia profonda e Decrescita felice è molto forte. Le idee dell’Ecologia Profonda sono il presupposto filosofico per comprendere il senso di quelle modifiche del pensiero generale che sono in grado di portare, sul piano pratico, prima a una decrescita economica e poi a una situazione stazionaria, quindi a salvare la Terra dai gravissimi pericoli che sta correndo attualmente. Di converso la Decrescita felice costituisce la attuazione sul piano economico e sociale dei principi dell’Ecologia profonda. Il termine felice inoltre sta a sottolineare anche l’assonanza relativa al convincimento che una nuova visione renda la vita migliore e più soddisfacente per tutti gli esseri viventi del pianeta, uomo compreso!

La Rete si è anche dotata di un sito internet

https://sites.google.com/site/reteitalianaecologiaprofonda/

e di una pagina Facebook “Rete italiana ecologia profonda”.

La Rete è a disposizione di quanti fossero interessati ad approfondire il tema, anche per presentazioni e seminari.

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Mangiare erba non significa brucare

È naturalmente il corpo di Venere il parco più sexy dell’universo. Non tanto quello della Venere genitrix di cui scrive Lucrezio nell’incipit del De rerum natura, ma quello della dea, “bbonissima” come e più del pane, di cui scrivono tutti gli altri e, in particolare, William Shakespeare nel Venus and Adonis“I’ll be a park and thou shalt be my deer” fa dire infatti il poeta all’olimpica e superlasciva femmina che si offre ad Adone – il quale per altro non la vuole, tutto preso com’è (anche lui) dai piaceri di quella vera e propria fissazione che è la caccia al cinghiale – “Feed where thou wilt, on mountain or in dale: / Graze on my lips, and if those hills be dry, / Stray lower; where the pleasant fountains lie”. Sono versi che solo a tentare di tradurli vengono i brividi: “Io sarò il tuo bosco (il tuo campo, il tuo prato, il tuo campo), e tu il mio cerbiatto; / Cibati dove più ti piace, per monti e per valli, / Bruca sulle mie labbra; e se troppo aridi fossero quei colli / girovaga più in basso dove si distendono le fonti del piacere”. Versi innocenti e spudorati insieme, digradanti, curvilinei, morbidi e teneri e umettati, eccitati dalla speranza di una jouissance di cui, naturalmente, nemmeno la dea dell’Amore riuscirà a godere [ma le parole che Shakespeare impiega per delineare la prospettiva di un tale godimento sono, comunque, “da sballo”, specialmente se chi le ascolta è un cacciatore trasformato in preda protetta: “Entro questi confini è grande il sollievo / erbe dolci e grasse, alti e deliziosi pianori / dossi sinuosi, macchia ombrosa e dura / per darti riparo dalle piogge tempestose: / convinciti dunque a essere il mio cerbiatto e io sarò questa natura che ti ho detto: / nessun cane verrà qui a spaventarti, anche se saranno in mille ad abbaiare”]. Adone muore, ucciso dalla sua preda e, tanto per cambiare, trasformato in fiore.

A chi per lui divinamente spasima non resta che maledire amore e ammettere l’ineguagliabile e sempre spietata dolcezza del desiderio erotico. Che a formulare questa cocente equazione dell’amore e del dolore causato dal sottrarsi inevitabile dell’oggetto del desiderio sia proprio la dea dell’amore ha dato del filo da torcere a più di uno psicanalista, per non parlare dei loro analizzanti. Ma questi, è chiaro, sono prati mentali: se pur erba vi cresce dovrà essere quella metaforica della consapevolezza. I coltivi della realtà, invece, o i terreni incolti, le radure, i prati per i quali camminiamo noi in cerca di erbe da mangiare, non hanno il colore dell’avorio purissimo che ha il corpo di Venere, ma, imbre iuvante, un bel colore verde, oppure, se la pioggia è stata deludente, o se il terreno è tufaceo, un colore ingannevole come l’oro, o aspro e ferrigno come il vento che lo stordisce. Tali, o pressappoco tali, dovevano essere i giardini dell’Eden dove gli uomini trovarono il loro primo sostentamento.

In Genesi, 1,29-30, Dio affronta il problema dell’alimentazione assegnando erbe e frutti degli alberi all’uomo e lasciando agli animali soltanto le erbe: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli uccelli che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”.
Una più netta distinzione di competenze eduli propone l’Inno ad Ammon-Ra:

Sei colui che ha creato tutte le cose, l’unico
che ha creato ciò che esiste,

dai cui occhi sono usciti tutti gli uomini,
dalla cui bocca hanno avuto origine gli dèi,
che produce il foraggio che nutre le greggi,
e gli alberi da frutto per gli uomini,
che crea ciò di cui vivono i pesci nella corrente,
e gli uccelli sotto il cielo,
che dà aria all’embrione nell’uovo,
che nutre i piccoli del verme,
che crea ciò di cui vivono le zanzare, e i serpenti e le mosche,
che crea ciò di cui hanno bisogno i topi nei loro buchi
e nutre gli uccelli su ogni albero.
Salute a te che hai creato tutto questo,
unico, con molte mani,
che veglia quando tutti gli uomini dormono,
e cerca il bene per il suo bestiame.
Ammone, il duraturo, Harakhte.

[Papiro di Bulaq, n. 117; Museo del Cairo. Età di Amenofi II, IV stanza. Vedi Letteratura e poesia dell’antico Egitto, a cura di E. Bresciani, Einaudi, Torino, 2007, pagg. 408-409. Questa netta separazione viene ripresa nel Salmo 104 (14mo versetto): “Tu [o Signore] fai crescere l’erba per il bestiame / e le piante perché la gente ne mangi, / fai uscire il cibo dalla terra / e il vino per allietare il cuore degli uomini / e l’olio per renderne radioso il volto, / e il pane per dar vigore al suo cuore”.
Preziosa, oltre all’accenno all’uso cosmetico dell’olio d’oliva, è la distinzione tra erba e piante destinata a pesare negativamente anche su quelle “piante” che crescono in mezzo all’erba e i cui frutti, maturando a stretto contatto con la terra, partecipano quindi del suo putrido grigiore (rispetto alla luminosità dei frutti degli alberi che maturano sospesi nell’aria). Perfino le fragoline di bosco, a noi oggi carissime, in tutti i sensi della parola, rimasero a lungo avvolte in questo disprezzo. Solo i miserabili potevano avere l’ardire (cioè il coraggio della disperazione) di cibarsene].

Proseguendo, il racconto biblico registra un ripensamento radicale, non si sa bene se di Dio stesso o, più plausibilmente, delle persone incaricate di tradurre in parole il suo volere, le quali, avendo capito Roma per Toma, ci informano che i sopravvissuti al diluvio non solo continueranno a mangiare l’erba, ma che adesso potranno cibarsi anche di carne (se macellata secondo criteri che si sono irrigiditi coi secoli) che fino a quel momento era sembrata out of the question: “Iddio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra, e incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e che ha vita vi servirà di nutrimento: vi do tutto questo come vi detti l’erba verde; solo non mangerete carne che abbia ancora la vita sua, cioè il suo sangue” ” (Genesi, 9,1-7).

Un passo in avanti (o indietro) che, non moltissimi secoli dopo, avrebbe potuto dare una legittimazione metafisica (anche se, ovviamente, non richiesta) alle affermazioni di uno dei più grandi luminari della scienza medica nell’antichità, e cioè Galeno, secondo il quale “gli esseri umani non traggono nutrimento dall’erba, benché ciò avvenga negli animali, e però noi, in simile guisa, ne traiamo dalle radici, anche se non tanto quanto dalla carne; su quest’ultima le nostre facoltà naturali hanno dominio pressoché completo: essa viene assimilata, modificata e trasformata in utilissimo sangue, mentre solo una minima parte delle radici conviene al nostro organismo, e anche questa viene assimilata con difficoltà e grande fatica: si tratta, per la maggior parte, di sostanze superflue che scivolano via attraverso l’apparato digerente e solo in piccolissima parte confluiscono nelle vene e nel sangue” (Delle facoltà naturali, I, x).

Perentoriamente avrebbe dissentito Plutarco, il cui trattato Del mangiare carne è una vera e propria filippica contro quelli che imbandiscono “mense di corpi morti e corrotti”, danno “nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano”. Il ragionamento di Plutarco si muove in senso contrario a quello dello scrittore della Bibbia: “Qualcuno potrebbe dire che i primi uomini a mangiare carne furono sollecitati dalla fame (…) non perché vivessero tra desideri illegittimi, né perché disponessero del necessario in abbondanza, essi pervennero a questa pratica, sfrenatamente abbandonandosi a inammissibili piaceri contro natura (…). Ma voi, uomini d’oggi, da quale follia e da quale assillo siete spronati ad aver sete di sangue (…). Perché commettete empietà contro Demetra legislatrice e disonorate Dioniso benigno, dio della vite coltivata, come se non vi venissero da loro doni a sufficienza?”.

Siffatti documenti dicono chiaramente che il dissidio tra i sostenitori della dieta vegetariana e i bisteccaioli è di vecchissima data. Nell’antichità mangiare carne diventava sovente un’occasione per spararle grosse: nel libro VII dell’Iliade, il gigantesco Aiace Telamonio si vede servire “l’immenso tergo del sacro bue” donatogli da Agamennone, in segno d’onore per il duello da lui sostenuto contro Ettore ed interrotto dal calar della notte. Ma queste sono bazzecole in confronto a quel che non potè l’appetito di quel superbo atleta che fu Milone di Crotone (VI secolo a.C.), il quale, secondo una leggenda messa in giro da Ateneo (Deipnosofisti, 10, 412), dopo aver atterrato ed ucciso un bue con un pugno, se lo caricò sulle spalle, lo portò a casa, lo fece arrostire e se lo mangiò, da solo, tutto intiero. Lo stesso – parlo del trasporto e non del pranzo – aveva fatto con il proprio monumento a Olimpia, secondo un’altra leggenda messa in giro questa volta da Pausania (Descrizione della Grecia, libro VI, XIV, 5-9).

In pieno Rinascimento, in campo opposto, brilla invece la figura di Leonardo da Vinci, la cui reputazione di artista vegetariano era così singolare e proverbiale che, in una lettera del 1516, scritta dal viaggiatore fiorentino Andrea Corsali, l’autore ci informa di essersi imbattuto, alla foce del fiume Indo, in popolazioni “che non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue (…) come il nostro Leonardo da Vinci”. C’è da chiedersi se l’imbarazzo di dover dipingere una famosa cena a base di agnello non abbia in qualche modo contribuito, insieme al tormento estetico, a far sì che la realizzazione dell’affresco di Santa Maria delle Grazie si trascinasse per la bellezza di quattro anni (1495-1498).

Fatto sta che, per Leonardo, chi si cibava di carne animale doveva considerarsi alla stessa stregua di un cannibale, e come tale viene violentemente attaccato in un testo che accompagna uno studio anatomico conservato a Windsor. Con irata meraviglia Leonardo si domanda: “Or non produce natura tanti semplici frutti che tu ti possa saziare? E se non ti contenti de sempli, non pòi tu con la mistion di quelli, fare infiniti composti, come scrisse il Plàtina?”.
Una campana non dissimile suona in Inghilterra, alla fine del Seicento, per opera di John Evelyn che dedica un intero libro alle erbe da insalata: Acetaria, a Discourse of Sallets (“Cose acetose: il libro dell’insalata”). “L’uso delle piante” egli scrive “è di tale importanza per tutto il corso della nostra esistenza che non è possibile vivere adeguatamente e civilmente, e anzi vivere tout court senza di loro (…) e quanto più innocente, gustosa e salutifera è una tavola imbandita di prodotti ortolani di quella lordata dalla carne sanguinolenta di animali macellati: di certo per natura l’uomo non è un animale carnivoro (con buona pace di Galeno!): non è affatto attrezzato per inseguire ed ammazzare prede; non ha zanne acuminate e seghettate, né artigli ricurvi con cui lacerare e fare a pezzi: è dotato di mani gentili adatte alla raccolta della frutta e della verdura e di denti buoni per masticare questi cibi”. E poi, con una sterzata retorica di grande efficacia, conclude: “Del resto dell’uso di mangiare carne non si sente parlare dai tempi del Diluvio Universale…” (pagg. 110-111).

Un secondo conflitto, assai meno minaccioso del primo, percola, da queste pagine. Consiste nel diverso giudizio che gli scrittori esprimono nei riguardi delle piante spontanee e di quelle coltivate. Prima di affrontarlo credo che convenga ricordare brevemente che, in ambito giudeo-cristiano, agli inizi quanto meno di questa lunghissima ed infelicissima tradizione, l’agricoltura nasce come il risultato di una maledizione: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato “Non ne devi (proprio) mangiare”, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te, e mangerai l’erba campestre. Con il sudore della tua fronte ti procurerai il pane…” (Genesi, 3, 17-19). Sissignori, l’ira del Signore non conosce freni: l’uomo viene retrocesso al livello delle bestie (spine, cardi, erba campestre), dai quali potrà distinguersi solo mettendosi a lavorare come una bestia, per un pugno di spighe di grano.
Se però questa maledizione riusciamo per un istante a metterla da parte, scopriamo che in ambiti culturali diversi il passaggio dal raccogliere al coltivare è visto come una grande occasione per celebrare l’acutezza del cervello umano. Testimonianze di questo genere, che potremmo chiamare protoumanistiche, non sono rare in ambito greco-romano. L’orgoglio che esse comportano affiora anche in testi inaspettati, e comunque non dedicati allo specifico agroalimentare. Ne scegliamo due, lontanissimi tra di loro. Si legge nell’Antigone sofoclea, proprio all’inizio del secondo coro, che uno dei risultati di cui quel gran prodigio che è l’uomo può vantarsi consiste nel fatto di essere riuscito a spossare la più antica degli dèi, l’immortale Terra, l’infaticata, sollevando le zolle con aratri sollevati da cavalli. Secoli dopo, in un testo certamente meno fondamentale e, forse per questo, da un certo punto di vista, ancora più persuasivo, i Medicamina faciei feminae (“I cosmetici delle donne”), proprio all’inizio del poemetto, Ovidio esprime tutto il suo compiacimento per l’utilizzo cosmetico – altro che sudore della fronte! – delle piante coltivate: “La coltivazione ha imposto allo sterile suolo di pagare i prodotti di Cerere, e sono scomparsi i rovi spinosi; la coltivazione corregge anche nei frutti i gusti acerbi, e l’albero inciso per l’innesto riceve le doti di un altro” (vv. 3.6).

Il dibattito se le piante debbano potersi considerare tutte coltivabili o meno risale quanto meno a Teofrasto che è di opinione negativa e tira in ballo il filosofo Ipponatte, il quale è invece di opinione positiva. Teofrasto gli dà una mezza ragione e tira fuori un argomento che è di capitale importanza: “Dichiara dal canto suo Ipponatte che di ogni pianta esiste una specie coltivata e una specie selvatica, e che coltivata vuol dire semplicemente che la pianta è stata oggetto di cure, mentre selvatica vuol dire che queste cure non le ha ricevute. Egli ha in parte ragione, in parte torto. È vero senza dubbio che, lasciata a se stessa, una pianta si deteriora e diventa selvatica, ma non è vero che, grazie alle cure, una pianta diventi necessariamente migliore, come è stato detto” (Storia delle piante, III, II, 1-2).

Alla prova dei fatti, la forza di questa asserzione, sul piano dei sapori e delle virtù medicamentose, è verificabile ancor oggi, anzi soprattutto oggi che la coltivazione è preponderante e sostenuta da tecniche talmente invasive e chimicamente scellerate che non sono più infrequenti i casi in cui la pianta coltivata è all’origine di veri e propri avvelenamenti biologici. Come con gli hamburger.
Un facile confronto: provate a fare un’insalata con la rucola che avete raccolto voi stessi in un campo e paragonatene il gusto con quella che avete fatto cento volte con la rucola lavata e sterilizzata comprata al supermercato o anche all’erbivendolo sotto casa. Il commento che vi verrà spontaneamente alle labbra è facilmente prevedibile: “Non c’è paragone”.

Oltre che motivo di orgoglio, la coltivazione delle piante e delle erbe commestibili deve anche dirsi il risultato di una volontà politica ed economica. Risale ai tempi di Carlo Magno e del suo erede immediato Ludovico il Pio, il capitolare De Villis, ovvero una raccolta di 70 direttive per il governo e la gestione dei latifondi di proprietà dell’imperatore. Il testo è una selva di “vogliamo”: “Vogliamo che i nostri judices (massima autorità operante sul territorio) versino l’intera decima di ogni raccolto alle chiese”; “Vogliamo che ogniiudex tenga nel suo ministerio le misure dei moggi…”; “Vogliamo che ogni anno, durante la quaresima (…) facciano recapitare, come prescritto, il ricavato delle nostre coltivazioni dopo che ci avranno fatto conoscere per l’anno in corso a quanto ammonta la produzione” e così via. Preziosissima è l’ultima voce del catalogo in cui troviamo indicata “ogni possibile pianta che vogliamo sia coltivata nell’orto”, elenco che include oltre alle erbe facilmente immaginabili – come il fagiolo ed il rosmarino – il cardo, la rucola, la malva, la scilla, la cicoria, la menta, il mentastro, il papavero, la pastinaca, eccetera, ma non però la camomilla con cui ci avevano detto che le donne franche si schiarivano i capelli.

Non è che chi non veda, anche tra i più ostinati fautori del raccogliere, che l’idea di coltivare erbe di campo, che va di pari passo con l’attività (non si può dire industria) conserviera, non è affatto balzana, come non lo erano, del resto, molte delle idee che uscirono dalla capa dell’esimio imperatore, e tra le quali non figura però quella che lo condusse al ripudio di Ermengarda: ripudio che ci è costato, a dir poco, un Adelchi scritto dal Manzoni in lingua… longobarda! (cioè in un linguaggio talmente artefatto (il merti = “lo meriti”) che detrae gravemente da quel “godimento del testo” – e della sua eventuale messa in scena, come fece Carmelo Bene, ad esempio – cui si parteciperebbe volentieri, se l’Adelchi fosse stato scritto in quella lingua che lo stesso Manzoni avrebbe così felicemente, in seguito, contribuito a forgiare: l’italiano).

Leggendo il De Villis, oltretutto, si scopre che i carolingi, che saremmo propensi ad immaginare come carnivori a tutto raggio (con il biondo imperatore sempre a cavallo dietro a qualche cinghiale, come Adone e Asterix) fossero in realtà invischiati in una sorta di tresca amorosa con le piante eduli e officinali. Ne coltivavano di sicuro più di noi e si commuovevano al vederle crescere, così tenere e rugiadose, fino al punto che uno di loro, dal nome quanto mai singolare di Walafrido Strabo, ci ha scritto su delle bellissime poesie in esametri latini, e anzi un intero poemetto, un Hortulus, in sostanza, un orticello, e poco importa che l’ispirazione più che dall’odore del letame (che l’autore, peraltro, nell’incipit, ammette candidamente di maneggiare) gli venisse dal Virgilio delleGeorgiche. Vi si leggono cose strabilianti a proposito, tra l’altro, del papavero.
Peccato che ad Alessandro Manzoni, che forse però si intendeva più di Longobardi che di Franchi, non sia venuta in mente quest’idea carolingia dell’orticultura. Avrebbe potuto farne parte ai contadini del contado di Lecco, stremati dalla carestia, e risparmiarsi le superpaternalistiche e umilianti (per lui) osservazioni che sciorina davanti agli occhi di Fra’ Cristoforo, nel capitolo IV dei suoiPromessi Sposi: “…la fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per il resto della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere”. Ora questa fanciulla scarna, non si dubita che patisse la fame, ma l’insalata l’aveva certamente nell’orto (come Maramao), e se anche raccoglieva quella dei campi, lo faceva perché così era invalso da tempo immemorabile e non per recente acquisizione.

Certo è che, comunque stessero (e stiano) le cose, quest’idea carolingia del coltivare le erbe aveva sì a che fare con l’idea di un regime alimentare, ma a giudicare dalla presenza di piante non commestibili, come la scilla, ad esempio, anche con la rinnovata speranza di trovare nelle erbe rimedi alle magagne dell’organismo, insomma con la medicina. E nulla, o quasi, aveva a che fare con un programma di raffinatezza gastronomica. Per il manifestarsi di quest’ultima bisognerà attendere il Rinascimento e i suoi strascichi tipo esportazione. La distanza tra spontaneo e coltivato, sia sul piano nutritivo sia sul piano del gusto, doveva essere, oltretutto, assai minore in epoca ortolana di quanto non lo sia nella nostra epoca transgenica. Oggi, in effetti, tale distanza sembra incolmabile.

Già citato l’accenno leonardesco agli “infiniti composti” che si possono fare seguendo le formule del Platina – che a sua volta le aveva travasate da un inedito – ai tempi – manoscritto del Maestro Martino – e nelle quali, tuttavia, la distinzione tra spontaneo e coltivato è sensibilmente attutita. Nicholas Culpeper, che è medico e non pensa alla cucina, scrivendo in Inghilterra nel Seicento, nota invece la diversa efficacia officinale di ciò che cresce nei prati per conto proprio e di ciò che si fa crescere negli orti. Sul piano gastronomico la palla rimbalza di nuovo in Italia o quasi, nel senso che viene raccolta da un italiano all’estero, il modenese Giacomo Castelvetro (1546-1616), costretto all’esilio (come già lo zio Ludovico, il celebre studioso di Aristotele) dai “rabbiosi morsi della crudele et empia Inquisizione romanesca”. Nel suo Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe, di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano si attenua ulteriormente la distanza tra spontaneo e coltivato e con piglio ormai decisamente culinario si pone l’enfasi, come il titolo dichiara esplicitamente, su ciò che conviene acconciare così com’è e ciò che, invece, è meglio sbollentare, lessare, gratinare eccetera. Il che significa, tra l’altro, che la pratica della coltivazione era acquisita per certe specie e quella della raccolta per altre… come voleva Teofrasto!

Castelvetro si rivolge ai suoi benefattori inglesi e, comprensibilmente, vista la sua condizione di esule, parla dell’Italia con una certa asprezza. Una volta sfogatosi, però, prende il sopravvento la nostalgia: e basta il ricordo di un sapore a fargli venir voglia di ispirare i suoi anfitrioni a cercare di riprodurlo. La molla pedagogica, direttamente collegata a quella dell’orgoglio per le proprie origini, scatta in lui osservando che pur essendosi gli inglesi, negli ultimi cinquant’anni, “apparati a seminare e a mangiare” piante che “prima erano (…) come cattive a mangiare sprezzate, e come nocive alla salute de’ corpi loro aborrite”, tralasciano tuttavia di seminarne molte altre che “pure non son men buone a mangiare né meno salutifere a’ corpi nostri”. E, anche nei casi in cui le piantano, lo fanno in realtà “non per voglia di cibarsene, ma sì più tosto spinti da vaghezza di riempire i colti loro di varie qualità d’erba”. How embarassing!

Sulla scia di questo più o meno plausibile primato italico di schietto stampo rinascimentale ed estesosi, durante il Cinquecento, dai campi noti dell’arte, della musica, della scienza politica e via discorrendo, a quello della gastronomia, il Castelvetro si mette a disquisire di insalate come del luogo specialissimo dove meglio si manifesta il talento nazionale. E siamo così scivolati, quasi senza accorgerci, al terzo ed ultimo punto importante: dopo il conflitto carno-vegetariano e dopo quello spontaneo-coltivo, ecco ora il conflitto italico-oltremontano. Sì, l’autore polemizza piuttosto con i tedeschi che con gli inglesi, parendogli forse di cattivo gusto criticare chi tutto sommato lo sostentava, ma, come si dice, sembra proprio che parli a suocera perché nuora intenda (o viceversa?). Sicché, tanto per incominciare, “non è assai l’aver molte buone erbe per fare che la insalata riesca buona”. L’importante è il know-how, la techné, la padronanza dell’arte.
“Laonde dico” continua “che conta molto a saperla lavare e poi condirla, essendo che molte cucinatrici e cuochi oltremontani, avendo l’erbe preste a lavare, quelle in un secchio pieno d’acqua (…), e dopo averle in quello un poco dimenate e slavacchiate, non le tirino fuori di là colle mani, ma colino l’acqua, il che fa che la rena, che attorno l’erbe vi sta, vi rimanga, onde nel mangiarsi poi l’insalata, si sente con non picciol noia sotto i denti…”.
Quanto poi al condire, anche qui l’operazione è complessa e non si può ridurre a gesti di ordinaria desolazione. Le erbe “bene sgocciolate e alquanto asciutte, (…) si pongono nel piatto ove prima un poco di sale sia, e in porvi le erbe vi si dèe andare spargendo sopra del sale e, dopo, l’olio con larga mano; e ciò fatto, si vogliono rivolgere molto bene con le dita ben monde, ovvero col coltello e con la forchetta, ch’è più graziosa maniera; e questo si fa acciò che ogni foglia pigli l’olio, non fare come i Tedeschi e altre straniere generazioni fanno, li quali, appresso avere un po’ poco l’erbe lavate, in un mucchio le mettono nel piatto e su vi gittano un poco di sale e non molto olio, ma molto aceto, senza mai rivolgerla, non avendo eglino altra mira che di piacere all’occhio: ma noi Italici abbiam più riguardo di piacere a monna bocca”.

È difficile dire se la superiorità italica vantata, esplicitamente, dal Castelvetro sia in qualche modo ragionevole. Si sa già, in realtà, quanto fossero ben forniti di erbe commestibili gli orti medioevali; e non solo, c’è da credere, quelli che godevano di una tutela imperiale. A questo si deve aggiungere che la più antica ricetta per insalata giunta fino a noi è stata proprio concepita in Inghilterra, intorno al 1390: “Prendi prezzemolo, salvia, i getti verdi della pianta dell’aglio, scalogni, cipolle, porri, borragine, menta, porri novelli, finocchio, crescione, ruta, rosmarino, portulaca: lavale bene. Mondale. Falle a pezzi con le mani e mescolale con olio crudo; versa aceto e sale, e poi servi”. A scriverla sono stati i maestri cuochi di Riccardo II (1367-1400), il quale oltre che per la fama di viandier e di gourmet di cui testimonia il ricettario The Forme of Cury ha acquisito celebrità presso i posteri grazie a William Shakespeare che le tragiche vicende di quel re scelse come argomendo di uno dei suoi drammi più rinomati.

Detto questo non è impensabile che, in Inghilterra, le erbe a tavola abbiano conosciuto degli alti e bassi e che il Castelvetro sia intervenuto in un momento di vento favorevole alle sue affermazioni. Il viaggiatore inglese Robert Dallington, nel suo A Survey of the Great Duke’s State of Tuscany. In the Year of our Lord 1596 aveva infatti enfaticamente segnalato (e socialmente colorato) una ventina d’anni prima che il Castelvetro la reclamasse come tipica del suo paese natale, questa predilezione italica per l’insalata: “A proposito di erbaggi basterà ch’io dica questo, che in Toscana l’insalata è il cibo più comune, ed è presente sulla tavola di quel paese come da noi il sale. Se ne ciba ogni qualità di persone, in ogni stagione dell’anno: i ricchi perché hanno di tutto ed i poveri perché non hanno altra scelta. E anche molti religiosi ne mangiano per via dei voti che hanno fatto…”.
Un’eco di questa, più o meno presunta, passione italica per l’insalata rimane forse nell’espressione Italian dressing che, negli Stati Uniti, indica un’emulsione per insalata a base di acqua, olio, aceto o succo di limone, sale, pepe, cipolla tritata, peperoni, zucchero (non sempre), più aglio, origano, finocchio o aneto. È necessario aggiungere che questo popolarissimo condimento d’oltre Atlantico è sconosciuto nel paese da cui prende il nome?

Armati di questi dubbi, rientriamo velocemente nei confini del discorso concludendo con due osservazioni di Emilio Faccioli per una sua introduzione al Brieve racconto del Castelvetro: “È tuttora comune a molti il piacere di coltivare in proprio le verdure di consumo familiare e tuttora esiste, benché sempre più raro, il diletto della ricerca camminante di erbe che crescono spontanee; esiste il piccolo vanto di saperle riconoscere e mostrarsi abili nel farne piatti d’invidiata squisitezza. (…) Erbe, frutti e radici sanno esercitare nell’animo di colui che le avverse vicende della vita hanno costretto a non poter goderne quanto vorrebbe e che solamente a nominarle, a rivederle e ad assaporarle nell’immaginazione, sente destarsi il ricordo del luogo nativo e delle consuetudini domestiche alle quali è legata tutta la dolcezza di un tempo perduto”.

[mio adattamento da L. Ballerini, Erbe da Mangiare, Mondadori]

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