Tiramisù selvatico per MTChallenge n. 61

E, come anticipato su Facebook, sono entrata anch’io nel tunnel dell’MTChallenge, che seguivo da mesi con il desiderio di farne parte – un po’ con la voglia di rubare ore di tempo per cimentarmi in cucina con ricette classiche e tostarelle per rivisitarle in chiave vegana, vegetariana, ma soprattutto selvatica com’è nello spirito profondo di Pikniq -.

Così, tra una canzone e l’altra, e un concerto rivelatore alla Salumeria della Musica a Milano, ha preso forma la ricetta 61 per l’MTC, ovvero sua Maestà il Tiramisù.

Il regolamento prevedeva l’utilizzo dei savoiardi – risale alla dinastia di Amedeo di Savoia il nome dato ai famosi biscotti, in inglese chiamati Lady’s Fingers, “dita di donna”, per la loro somiglianza – e del mascherpone: sì, sarebbe questa la grafia corretta, dal nome della cascina in cui pare fosse stato prodotto la prima volta, chiamata appunto Mascherpa -, quindi la mia ricetta è vegetariana ma naturalmente selvatica.

Eccola finalmente!

tiramisuwildpikniq

Tiramisù wild

Ingredienti:
per i savoiardi: 5 tuorli, 5 albumi, 65 grammi di farina, 65 grammi di fecola, la scorza di un limone bio grattugiata, una punta di vaniglia Bourbon in polvere, una punta di polvere di radice essiccata di Geum urbanum

per la crema: 500 grammi di mascherpone, 4 uova, 80 grammi di zucchero mascovado, aghi di pino (qualunque tipo va bene), polvere di radice di Polypodium vulgaris

per la guarnizione: caffè quanto basta (due caffettiere moka grandi), un bicchierino di Cointreau o Drambuie o Amaretto di Saronno, polvere di radice di Polypodium vulgaris, ghiande di quercia, faggiole (frutti del faggio), fiori di sambuco

Procedimento:
– per la preparazione dei savoiardi: separare i tuorli dagli albumi e montare a neve gli albumi con un pizzico di sale (trucco: riscaldare per 20 secondi a 600 la ciotola in microonde prima di montarli, saranno a neve più ferma). Una volta montati, mettere da parte.
Nella stessa ciotola mettere i tuorli e lo zucchero, il pizzico di vaniglia Bourbon e di Geum urbanum e la buccia di limone tritata finemente. Con una frusta elettrica mescolare ad alta velocità fino a ottenere una crema. Aggiungere fecola e farina e proseguire finché la crema non è densa ma liscia. Aggiungere gli albumi montati a neve e mescolare finché non sarà tutto ben amalgamato.
Mettere il composto in un sac-à-poche e su una teglia rivestita di carta da forno bagnata e strizzata formare tante strisce di uguale lunghezza. Ricoprire i biscotti con zucchero mascovado e cuocere a 200° per una decina di minuti finché non sono dorati.
Lasciarli raffreddare perché quando sono caldi sono morbidi e si spezzano facilmente.
Mettere da parte.
Una volta raffreddati, sistemarli in una pirofila di Pyrex o il contenitore che avete scelto per il tiramisù.
Preparare la caffettiera con una polvere formata dal 70% di polvere di radici di tarassaco e cicoria tostate e dal 30% di caffè.

Per preparare le castagne e le faggiole, vanno private dell’involucro esterno e bollite quanto basta a renderle morbide. Saranno già a pezzi, per cui una volta ammorbidite sarà sufficiente sistemarle in un pentolino antiaderente con zucchero o altro dolcificante (facendo attenzione che la fiamma sia sempre bassa e che lo zucchero non cristallizzi) a scelta e uno/due cucchiai di Cointreau o Drambuie, scaldare per due minuti e lasciare a bagno fino al momento dell’utilizzo.

savoiardi caffè

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Come preparare il “caffè” di cicoria
Il “caffè” di cicoria è un surrogato del caffè (che è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, della famiglia delle Rubiaceae, un gruppo di angiosperme che comprende oltre 600 generi e 13.500 specie. Sebbene all’interno del genere Coffea siano identificate e descritte oltre cento specie, commercialmente le diverse specie di origine sono presentate come diverse varietà di caffè: le più conosciute e diffuse sono l’arabica e la robusta; le più coltivate sono tre: Coffea arabica, Coffea canephora e Coffea liberica) realizzato con le radici di due erbe selvatiche molto diffuse: il tarassaco (Taraxacum officinale, Weber ex F.H.Wigg. 1780) e la vera e propria cicoria (Cichorium intybus L., 1753).
Nel calendario di raccolta il periodo giusto per raccogliere le radici è dal termine della stagione autunnale al termine della stagione invernale, dopo che sono cadute le foglie e i nutrienti si concentrano all’interno della parte ipogea della pianta; tuttavia per quanto riguarda tarassaco e cicoria, essendo molto diffuse e di facile reperibilità, possono essere raccolte lungo tutto l’arco dell’anno.
Queste radici, se tostate, sono proprio conosciute come un succedaneo del caffè: la ricetta fu proposta, a quanto pare, nel 1600 dal medico e botanico veneto Prospero Alpini (1553-1617), inizialmente a scopo terapeutico; utilizzato soprattutto in tempi di guerra quando le importazioni del caffè vero e proprio subirono rallentamenti, come durante il periodo napoleonico in Europa.
Per preparare il caffè di cicoria, dopo aver raccolto le radici, averle pulite, aver tolto la parte esterna con un pelaverdure, bisogna farle tostare in forno a 90° tagliate a rondelle o già tritate per 7-8 minuti. Spegnere il forno e lasciarle, controllando che non si brucino, fino a massimo altri venti minuti.
La polvere può essere utilizzata per realizzare una bevanda mettendo in un pentolino acqua e cicoria tostata fino a ebollizione, abbassando subito dopo la fiamma e continuando la cottura a fuoco bassissimo per altri 2 minuti. Se volete potete aggiungere mezza stecca di cannella.
Diversamente, che è ciò che ho fatto io, si può utilizzare la caffettiera standard avendo l’accortezza, se si usa la polvere di cicoria da sola, di riempire per metà il filtro. Nel mio caso ho utilizzato anche un 30% sul totale di polvere di caffè arabica, per cui ho riempito il filtro per più di metà, di cui due terzi di polvere di cicoria e uno (un cucchiaino raso) di caffè vero e proprio. Per il tiramisù mi è servito il contenuto di due caffettiere.

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Lasciar raffreddare il caffè in una ciotola e procedere con la preparazione della crema.

crema su savoiardi

Separare i tuorli dagli albumi e mettere gli albumi in una ciotola – precedentemente scaldata per 20 secondi a 600 in microonde o già calda – con un pizzico di sale e montare a neve ferma.
Mettere da parte. Nella stessa ciotola montare i tuorli con lo zucchero e gli aghi di pino tritati finemente come zucchero a velo (io ho realizzato uno zucchero a velo al pino marittimo che ho sempre a disposizione quindi l’avevo già pronto prima) e due cucchiaini rasi di polvere di Polypodium. Incorporiamo gradatamente con una spatola prima il mascherpone e poi gli albumi montati a neve ferma.

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Come fare il mascherpone o mascarpone che dir si voglia
Ingredienti: 500 ml. di panna fresca e un cucchiaio di succo di limone o 2 grammi di acido citrico
Procedimento: versare la panna fresca in una casseruola antiaderente e scaldare a fuoco medio, mescolando continuamente con una frusta, fino a portarla a 80°-90°C. Aggiungere il succo di limone (o l’acido citrico, prima sciolto in un cucchiaio di acqua).
Una volta amalgamati tutti gli ingredienti lavorare per cinque minuti, a fuoco dolce, e la panna comincerà ad addensarsi diventando cremosa.
Spegnete il fornello e fate riposare lontano dal fuoco a temperatura ambiente per almeno un quarto d’ora.
Successivamente versate il contenuto della casseruola in un canovaccio pulito su uno scolapasta. Lasciate riposare un’altra ora a temperatura ambiente e trasferite poi in frigo per una giornata intera.
Il giorno dopo trasferite il mascarpone in una ciotola di vetro e lasciatelo riposare ancora una mezz’ora in frigo.

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Versare il caffè sui savoiardi nella pirofila con cautela per evitare sia che rimangano troppo secchi sia che si imbevano troppo, sciogliendosi.

top tiramisu

Procedere realizzando degli strati, come segue: savoiardi imbevuti, crema, castagne e faggiole, fino a esaurimento: l’ultimo strato sarà naturalmente quello superficiale e potrete guarnirlo con cacao amaro in polvere se piace, o fiori di sambuco essiccati sparsi.

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La ricetta 61 voleva un collegamento con il cinema, e nella mia mente il collegamento è stato pressoché immediato: amore folle per il selvatico, alberi, radici, tuberi, unione dell’universo in nome del tiramisù che tutti rende felici – anche all’estero -, salviamo la Natura, amiamoci, è lui, Local Hero con la divina superlativa splendida colonna sonora di Mark Knopfler…

…e invece no!

Il film più degno di essere collegato a questo tiramisù, senza alcuna presunzione, ma che Mai ha prontamente, tra le righe di un commento, indovinato, è lui:

..vi starete chiedendo il perché…

Beh, in completa licenza poetica, c’è Harrison Ford che sta morendo dalla voglia di un dolce, arriva il mio amato Rutger Hauer che lo salva e gli dice che ha visto qualcosa che gli umani non possono neanche immaginare:

“Io ho visto un tiramisù che voi umani non potreste immaginarvi:
caffè di cicoria tostato al largo dei bastioni di faggiole,
e ho visto i fiori di sambuco balenare nel buio vicino alla polvere di Polypodium.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo se qualcuno non salva il nostro pianeta,
come lacrime nella pioggia.
Allora sarà tempo di morire”.

Un modo un po’ simpatico, insomma, per evidenziare ciò che sempre mi sta a cuore e che voglio trasmettere con la mia cucina, ovvero che bisogna preoccuparsi dell’ambiente in cui viviamo, facendo scelte consapevoli, senza necessariamente essere legati al profitto, alla pigrizia da scaffale di supermercato, con entrambi gli occhi bene aperti sulla giusta alimentazione per il nostro corpo e sul modo corretto di preservare questo pianeta.

Buon dolce!

…e alla prossima sfida! 😉

Artemisia vulgaris e le altre Artemisie

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Artemisia vulgaris L. e le altre Artemisie – dedicato a Daniela

Altri nomi: canapaccio, amarella
Sinonimi: Absintium spicatum, Artemisia affinis, Artemisia coarctata, Artemisia officinalis

Inglese: Mugwort, Wormwood
Tedesco: Gemeiner Beifuß
Francese: armoise vulgaire
Spagnolo: artemisia, ajenjo común, hierba de san Juan

Famiglia: Composite (ex Asteracee)

Il genere Artemisia è rappresentato nel nostro paese da un gran numero di specie, alcune molto abbondanti, altre rare, che crescono nelle zone di montagna, talvolta persino ai limiti delle nevi perpetue.
Le artemisie spesso si ibridizzano, per cui è facile trovare specie che non appartengono specificatamente né a uno né all’altro tipo ma hanno caratteristiche da uno e dall’altro.
Le piante di pianura, spesso invadenti, tranne l’Assenzio, si trovano insieme a ortica e farinello pressoché ovunque, in luoghi ricchi di nitrati, sugli argini stradali e nei terreni incolti.

Habitat e descrizione: grande pianta erbacea perenne, aromatica, che predilige i terreni incolti raggiungendo anche 150 cm. di altezza.
Fiorisce da luglio a settembre e si raccoglie poco prima della fioritura, in luglio. Quella che cresce su terreni asciutti e ben esposti è la migliore. Naturalmente si raccoglie quella lontana da contaminazioni prodotte dalla vicinanza dell’uomo e degli animali.
È presente in Europa, nelle zone temperate dell’Asia, dell’Africa e dell’America settentrionale.
Le foglie sono alterne e pennate, dentate; i fiori sono raccolti in pannocchie di color rosso o giallo; i frutti sono acheni schiacciati.

Artemisia vulgaris L.: questa specie cresce comunemente dal mare fino alla zona submontana, soprattutto al nord. È distinguibile subito dall’assenzio per il suo colore verde scuro e i capolini piccoli, vellutati, numerosissimi, ritti sui rami, scaglionati in grappolini piramidali.
Il fusto è dritto e scanellato, spesso rossastro, le foglie sono molto dentellate, ruvide o scure sulla faccia superiore e un po’ biancastre sulla pagina inferiore.
Il suo profumo è meno intenso di quello dell’Assenzio ma l’amarezza è più accentuata.
Bisogna fare attenzione a non confonderla con l’Artemisia campestre (Artemisia campestris L.), specie simile dalle foglie maggiormente dentellate, fusti rossastri, capolini glabri, profumo quasi nullo, e che non è un medicinale. Questo tipo di Artemisia è diffusissima ma su terreni silicei.

Note storiche: sembra debba il suo nome alla dea lunare Artemide, che la scoprì; invece, secondo Plinio, il suo nome deriverebbe dalla regina Artemisia di Alicarnasso, che ne faceva uso.
Secondo Dioscoride, la pianta sarebbe ottima contro le tarme, le cimici, le pulci e i topi.
Altri vogliono che il suo nome derivi da Diana o Artemisia, protettrice delle vergini, e che da tempi immemorabili venisse evocata per richiamare i mestrui.
Apuleio, nel De Virtutibus Herbarum, riferisce che, se un viaggiatore ne porta con sé, non sente la fatica del viaggio; inoltre scaccia i diavoli nascosti e neutralizza il malocchio.
Macer Floridus la definisce Herbarum Matrem attribuendole la proprietà di affrettare nelle donne il ciclo mestruale, di aiutare i parti e di impedire gli aborti, di liberare dai calcoli e di distruggere gli effetti di tutti i veleni.
Tommaso Campanella riferisce: “Con Artemisia e Ruta si fanno venire li menstrui ella da sé, ponendosele nelle calze”.
Emery (1719) riferisce: “L’Artemisia, così chiamata in latino, a causa della regina Artemisia, che la mise in uso, è una pianta assai alta, le cui foglie biancheggiano, e sono tagliuzzate come quelle dell’Assenzio, e odorifere. Cresce per tutto. Se ne fanno delle cinture il giorno di san Giovanni. Contiene molto sale, poco oglio, e flemma: è isterica, aperitivo, e vulneraria”.
Il dottor Antonio Campana, nella Farmacopea ferrarese, afferma: “Assenzio Pontico Officinale o Artemisia Pontica. Assenzio Romano o Artemisia Absinthium L. Questi due assenzi hanno sapore amaro; si usano come stomatici, deostruenti, emmenagoghi, antielmintici, e per le febbri intermittenti con buon successo. Si preferisce il Romano, perché più sugoso e più amaro. Si adopera in estratto, in dose, fino a uno scrupolo. Per fare un decotto, si mette in una libbra di acqua un’oncia di Assenzio, da prendersi repartitamente in polvere, la dose è da uno scrupolo a due”.
A Bologna, un’antica superstizione vuole che predìca il corso delle malattie: se ne pongono delle foglie sotto il cuscino del malato, e se questi si addormenta subito guarirà, se non prende sonno, morirà.
Le donne di Avola (Siracusa) ponevano sui tetti delle case delle croci con rametti di erba bianca (Artemisia arborescens L.) alla vigilia dell’Ascensione; così Gesù, risalendo al cielo, le avrebbe benedette. Queste croci, conservate per tutto l’anno, se messe nelle stalle calmeranno le bestie indomite.
Anche in Germania, in passato, veniva adoperata nelle malattie femminili e nell’epilessia.

Parti usate: la pianta intera.

Componenti: olio essenziale contenente cingolo, alfa-thujone, beta-thujone, canfora, cariofillene, piperitone, tannini.

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Indicazioni terapeutiche: l’Artemisia è indicata nel trattamento dell’amenorrea e della dismenorrea; è impiegata come emmenagogo, eupeptico, viene anche segnalata un’azione spasmolitica. È utilizzabile in infuso o in estratto idroalcolico. La si sconsiglia nell’allattamento. La pianta è adoperata nell’industria liquoristica per la preparazione degli amari.
Le proprietà medicamentose sono simili a quelle dell’Assenzio, che può sostituire occasionalmente nonostante sia meno attiva.
L’artemisia è una delle cosiddette “erbe di san Giovanni” degli antichi, dai francesi è infatti anche chiamata “corona di san Giovanni” o anche “erba dei cento sapori”. È stata utilizzata a lungo come antispasmodico ed entrava a far parte di tutte le “pozioni isteriche”. In questo caso si utilizza la polvere, ottenuta dalle radici raccolte a settembre, pulite a secco ed essiccate con cura, conservate al riparo dall’aria e dall’umidità. Burmann se n’è servito con successo in Germania, nel secolo scorso, contro le convulsioni dei bambini nel periodo della dentizione, nella dose di 2,5 centigrammi mescolati a 25 centigrammi di zucchero in polvere. Questa miscela deve essere data di ora in ora, aumentando la dose progressivamente fino a 10 centigrammi.
Si sono anche ottenuti ottimi risultati nelle crisi epilettoidi con la dose di 4 centigrammi per gli adulti. Somministrata in un decotto ottenuto dalla pianta, con vino o birra caldi, questa polvere avrebbe impedito lo scatenarsi di crisi epilettiche al loro inizio. Anche nella corea si otterrebbero buoni risultati.

È però soprattutto come emmenagogo che l’Artemisia è efficace: si utilizza il decotto delle sommità (molto amare) o meglio ancora il succo fresco da spremitura (da 15 a 80 grammi al mattino a digiuno, durante i dieci giorni che precedono la comparsa normale delle mestruazioni). Numerosi fitoterapeuti hanno potuto sperimentare l’utilità dell’Artemisia nell’amenorrea (quando non ci sia irritazione dell’utero). Talvolta basta applicare dei cataplasmi caldi delle sommità fiorite sul basso ventre per richiamare il mestruo.
Gli usi tonici, stomatici, vermifughi sono gli stessi dell’assenzio, che ha dato il suo nome a una bevanda alcolica considerata molto nociva, della quale i personaggi di Zola facevano grande uso, è l’Erba Santa degli antichi, uno dei migliori tonici amari. È una pianta che nella farmacia di famiglia non mancava mai, sempre presente nell’angolo riservato ai Semplici sia in giardino che nella dispensa. Se la sua amarezza non a tutti piace, va ricordato il vecchio detto “Amaro in bocca, dolce al cuore”. E, tecnicamente, l’assenzio è un’Artemisia (del resto il nome botanico è Artemisia absinthium L.).
Le artemisie provocano l’appetito, combattono l’atonia digestiva, la dispepsia dei nervosi. Sono particolarmente indicate ai convalescenti, agli esauriti, ai clorotici, nei quali stimolano le funzioni digestive, combattendo la stitichezza. Poiché spesso l’estrema amarezza, in particolare dell’assenzio, rende l’infuso imbevibile, se ne prepara un vino, versando su 10 grammi di foglie e sommità fiorite secche un litro di buon vino bianco: si lascia il miscuglio per una notte a 30° C e, dopo averlo filtrato, è pronto all’uso il giorno dopo. Se ne prende un bicchierino da liquore al giorno, prima del pasto di mezzogiorno. Questo vino non si conserva a lungo, ed è preferibile prepararlo in piccole quantità.
Le artemisie sono controindicate in tutti i casi di irritazione dello stomaco e dell’intestino, quindi ai nervosi e ai temperamenti sanguigni.
In dosi troppo elevate sono piante tossiche, e le cure quindi devono essere brevi, con intervalli tra l’una e l’altra per evitare che la pianta da benefica diventi nociva.
Ugualmente, può creare reazioni allergiche e rash cutaneo a chi è particolarmente sensibile.
L’assenzio contiene una sostanza psicotropa, e può causare insufficienza renale. Se ne fa uso interno solo dietro prescrizione di un erborista qualificato. Anticamente, data la forza di questa pianta, si credeva che inalare assenzio aumentasse i poteri psichici. Era usato per la proiezione astrale, per indurre visioni, per le divinazioni e nelle pozioni d’amore.

Per combattere la febbre l’infusione vinosa di cui sopra è stata molto utile ai fitoterapeuti antichi quando ancora non era impiegata la chinina. In tali casi se ne prendono 60 grammi al giorno, aumentando progressivamente fino a 150 grammi, sempre che le condizioni delle vie digestive lo permettano. Si può anche utilizzare il succo delle foglie fresche, all’inizio dell’accesso febbrile, ma deve piacere il sapore amaro.

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L’uso antico più noto per le artemisie e in particolare l’assenzio era come vermifugo contro gli ossiuri, tant’è che il nome popolare più conosciuto dato alla pianta era “erba da vermi”. In questo caso l’assenzio si utilizza per uso esterno, tritato e bollito nel latte con qualche spicchio d’aglio tritato, sotto forma di cataplasmi applicati sul ventre dei bambini. Anche per uso interno, sotto forma di vino o birra (10 grammi di foglie macerate per 12 ore in un bicchiere di vino o birra, per cinque giorni di seguito). La ricetta di Leclerc, che sicuramente piace di più a bambini e ragazzi, è invece la seguente: somministrare ogni mattina a digiuno, per cinque giorni, 2 o 3 grammi di polvere di foglie di assenzio, 2 grammi di polvere di liquirizia o 0,50 grammi di polvere di anice, tutto amalgamato con polpa di susine.
Toglie i vermi anche l’Artemisia maritima L.: “La detta erba”, scriveva Bernard Palissy (XVI secolo) “ha una tale virtù che quando la si fa bollire e poi se ne prende la decozione, sciogliendovi in essa della farina e facendone delle frittelle cotte nella sugna o nel burro, e quindi mangiandole, esse cacciano fuori tutti i vermi che si trovano nel corpo, tanto agli uomini che ai bambini”. L’assenzio di mare o marittimo è infatti uno dei vermifughi più conosciuti, botanicamente molto vicino al Semen-contra dell’Asia centrale. Si impiegano i minuscoli capolini, che i farmacisti di una volta vendevano come semen contra-vermes. Contrariamente alle altre artemisie però l’assenzio marittimo è un tonico molto più eccitante e pertanto va utilizzato con parsimonia in quanto la santonina, sostanza presente nella pianta, è velenosa a forti dosi. Bisogna evitare il più possibile la sua diffusione nell’organismo non oltrepassando le dosi prescritte.

Per uso esterno le proprietà antisettiche delle artemisie giustificano il loro impiego, un tempo molto frequente, sulle ulcere, le piaghe suppuranti e cancrenose. Si impiega nelle medicazioni il succo fresco, il decotto concentrato e salato, oppure la tintura, facendo macerare la pianta in due volte il suo peso in alcol.

Le artemisie allontanano gli insetti: se ne può collocare qualche ramoscello nell’armadio per scacciare le tarme, o spalmare sul corpo il succo fresco della pianta o il suo decotto, durante il periodo delle zanzare, per lavorare intorno a un alveare.
Lamer (1737) dà questa ricetta “per far morire le pulci del cane”: “prendete un pugno di assenzio, fatelo bollire nell’acqua per un’ora e mezza, poi togliete dal fuoco; raffreddatasi quest’acqua, prendete l’erba, strofinate con essa il cane a contropelo, poi lavatelo con l’acqua della bollitura. Le pulci moriranno infallibilmente”.

Tra le artemisie è da tener presente anche l’Artemisia abrotanum, pianta arbustiva fortemente aromatica. Cresce in Europa meridionale, orientale e centrale e in alcune aree dell’America settentrionale, anche se raramente allo stato spontaneo. Il nome comune inglese Southernwood si riferisce alle sue origini dell’Europa meridionale (significa “legno del sud”).
Il botanico inglese Nicholas Culpepper la utilizzava per curare molti malanni, dalla sciatica alla calvizie. Un tempo era utilizzata anch’essa per combattere le infezioni e fino al XIX secolo era un’essenza tipica dei mazzolini beneauguranti.
L’abrotano è la specie più fragranti nel genere delle artemisie e viene utilizzata spesso come siepi di bordura anche per la facile manutenzione.
Le foglie citriche si utilizzano per i dolci ma in piccole dosi. In Italia era uso comune aggiungerla alle erbe dell’arrosto, soprattutto quello di agnello, o a ripieni per la cacciagione.
Le sue foglie si sono sempre utilizzate sin dall’antichità nei pot-pourri.
Simbolo di fedeltà e affetto, l’abrotano era presente nei bouquet campagnoli, specie in epoca vittoriana, che si scambiavano gli innamorati.

Un’altra artemisia molto conosciuta è il cosiddetto dragoncello, ovvero Artemisia dracunculus.
L’uso di questa artemisia risale al 500 a.C. come dimostrano lasciti degli antichi greci, da essi era infatti considerata uno dei rimedi “semplici”, che prevedeva l’uso di un’unica erba. Era anche raccomandato da Ippocrate, padre della medicina.
Soprattutto nella cucina francese è un’apprezzata erba aromatica, ma lo si utilizza anche nella cucina dell’Europa meridionale, Asia meridionale e Siberia. È infatti originaria della Russia sudorientale, e fu introdotta nell’America settentrionale dai coloni. Nel XV secolo in Inghilterra si coltivava solo nei giardini reali, nel secolo successivo poi il suo uso si diffuse ovunque.
La varietà russa Artemisia dracunculus dracunculoides ha un aroma molto più pungente, ma in cucina le foglie risultano meno saporite. Il nome della specie significa “piccolo drago”, alcuni sostengono a causa dell’odore pungente; altri a causa delle sue radici serpeggianti. Probabilmente a causa del soprannome che le fu dato in tempi antichi, “erba del drago”, ebbe notorietà come cura per i morsi di animali velenosi.
Secondo la dottrina erboristica delle Segnature “le radici a forma di serpente curano il morso del serpente velenoso, di insetti e cani con la rabbia”.
I nativi americani la usavano per varie malattie: gli Hopi la bollivano e la arrostivano tra le pietre; i Pawnee ne facevano invece stuoie e tappeti, anche per dormire.
Il dragoncello entra a far parte di numerose ricette “famose” tra cui le fines herbes tipiche della Provenza e la senape di Digione; la salsa bèarnaise e la rémoulade, e in Francia è uno degli ingredienti principali del burro alle erbe.
Si aggiunge alla macedonia, ottima con melone, pesche o albicocche. Dona un aroma leggermente piccante a dolci a base di limone o agrumi in generale.
Ha la capacità di rinvigorire le piante vicine, per cui si consiglia di piantarla vicino peperoni e melanzane. Inoltre, le secrezioni delle sue radici tengono lontani i nematodi.
“È altamente cordiale e amichevole per testa, cuore e fegato” (John Evelyn, 1666).

In cucina

Il vermouth
Il vermut o vermut o vermouth in francese e vèrmot in piemontese, è un vino liquoroso aromatizzato nato a Torino nel 1786.
La legge italiana regola la sua gradazione e composizione per cui viene definito vermouth un prodotto di gradazione alcolica non inferiore al 15,5% e non superiore al 22% in volume e che deve contenere artemisie, che sono l’elemento caratterizzante.
Deve essere composto da almeno il 75% di vino bianco dolcificato e aromatizzato. Sia la percentuale di zucchero che la gradazione alcolica, pur essendo regolamentate, variano a seconda del tipo di vermouth.
Il nome “vermut” fu scelto da Antonio Benedetto Carpano, che inventò la bevanda e la chiamò così riadattando la parola tedesca Wermut che è il nome, in tedesco, dell’artemisia maggiore (assenzio).
Rispetto alle bevande nate nello stesso periodo, il vermouth ebbe il merito di permettere l’utilizzo di vini giovani ad alta gradazione surrogando le sapidità tipiche dell’invecchiamento attraverso l’aggiunta di una particolare miscela di erbe aromatizzanti, come dice la normativa “addizionato di sostanze aromatiche e amaricanti permesse”.
Gli aromi derivano da foglie o piante intere di artemisia o assenzio (aroma principale prescritto dalla L. 108 del 16/03/1958, ad esclusione di alcuni tipi destinati all’esportazione), camedrio, cardo santo, centaurea minore, coca, issopo, maggioranza, melissa, dittamo, timo, salvia; fiori di camomilla, luppolo, sambuco, zafferano, chiodi di garofano; frutti di anice stellato, finocchio, coriandolo, cardamomo, arancio (buccia), macis, noce moscata, fava tonka, vaniglia; radici di angelica, calamo aromatico, enula campana, galanga, genziana, imperatoria, ireos, zenzero, zedoaria; scorze di cannella, china, melograno; legno di quassia; succo di aloe.
Il vermouth si beve soprattutto come aperitivo ed entra nella composizione di molti cocktail, tra i quali il più famoso è forse il Martini.

Tra le artemisie va ricordato anche il Genepì o Génépy, nome comune di diverse artemisie che crescono sulle Alpi occidentali, ovvero Artemisia umbelliformis, Artemisia genipi o Artemisia glacialis. Per infusione e distillazione si ricava un liquore che porta lo stesso nome.
Inizialmente si pensava che l’Artemisia genipi fosse un fiore di genere maschile, e che avesse la sua controparte di fiore femminile nell’Artemisia mutellina (chiamata anche genepì bianco). Entrambe sono cespugli di piccole dimensione.
La glacialis invece non è adatta per ricavarne un infuso poiché gli oli essenziali necessari per il liquore sono ottenuti solo nel seme.
L’Artemisia genipi è una specie protetta e il fiore utilizzato per ottenere il liquore è oggi coltivato, soprattutto in Val d’Aosta e Piemonte, a quote più basse rispetto all’habitat originario della pianta allo stato spontaneo, che risulta tra i 2200 e i 3000 metri s.l.m..

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Risotto all’artemisia alla maniera giapponese

L’Artemisia vulgaris viene paragonata, guardando le foglie, al crisantemo, che è commestibile e che in Giappone chiamano shingiku. La vulgaris è molto simile allo shingiku ma in Giappone non esiste, esiste un’altra varietà, la princeps, che lì è chiamata Yomogi. È molto usata nella cucina giapponese soprattutto per aromatizzare dolci, porridge, biscotti e come verdura nelle zuppe. La Yomogi ha foglie più piccole, più lobate alla punta, ma è in tutto identica alla vulgaris. I giapponesi preparano con lo Yomogi un ottimo risotto: ecco la ricetta (vegan).

Ingredienti (per due persone): 3/4 di tazza di riso tipo Arborio o similare, 1/4 di tazza di riso glutinoso a chicco corto, sette tazze di acqua o metà brodo vegetale e metà acqua; una radice piccola di zenzero tagliata con la mandolina a fette sottili; tre manciate di Artemisia vulgaris pulita e asciutta.

Procedimento: lavare il riso passandolo sotto l’acqua finché l’acqua non è più lattiginosa, scolare e mettere da parte. Portare l’acqua con lo zenzero a bollore in una pentola capiente. Quando bolle versare il riso e abbassare la fiamma, cuocendo con il coperchio. Cuocere per 40/45 minuti finché il riso non è cotto, ma ci dev’essere ancora liquido, girando spesso per evitare che si attacchi.
Tagliare finemente le foglie di artemisia e unirle al riso, e girare. Tagliare le foglie poco prima di metterle nella pentola, altrimenti gli oli essenziali al taglio svaniranno subito e l’aroma andrà perso. Coprire la pentola e cuocere altri 8/10 minuti. Rimuovere dal fuoco e aspettare altri dieci minuti. Servire in coppette profonde, accompagnando con una prugna umeboshi.

(c) Eleonora Matarrese

Corniolo

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Il corniolo è un albero alto da 2 a 5 metri, a volte arbusto fino ai 5 metri, con la vecchia scorza grigio-giallastra che si stacca in piccole scaglie, soprattutto alla base del fusto. I giovani getti sono verde pallido, quadrangolari, e si staccano dal ramo quasi ad angolo retto.
Le foglie sono di 4/10 centimetri, opposte, picciolate, ovali o ellittiche, acuminate in cima, intere, lisce e quasi glabre, pubescenti lungo le nervature, che sono in numero di 3/6 paia, incurvate e regolarmente convergenti verso la punta. In autunno le foglie ingialliscono.
I fiori sono gialli, molto piccoli (4/5 millimetri) a 4 petali separati, riuniti in ombrelle sessili circondate da 4 grandi brattee in croce.

I fiori di corniolo sono visitati dalle api dall’inizio della primavera.
Varrone, nel I secolo a.C. (De Agricoltura, III, 16), assicura che la visita di questi fiori e di quelli, quasi contemporanei, del mandorlo, le rende quasi sempre malate. Si guariscono, aggiunge, con l’urina. Questa pretesa nocività del corniolo per le “mosche da miele” è stata affermata da numerosi autori fino al XVIII secolo. Secondo R. Moreaux (1963) i fiori del corniolo sono poco nettariferi ma procurano alle api “un prezioso e abbondante polline”.

I frutti, color rosso vivo, carnosi, diventano più scuri alla maturazione: hanno la forma simile all’oliva, 10-13 millimetri circa, solitari oppure per 2 o 4. Il nocciolo è uno e allungato. Hanno un alto contenuto di vitamina C, zuccheri, pectine, tannini (questi ultimi noti per le proprietà astringenti ed emostatiche).

I fiori sono precoci e compaiono prima delle foglie verso marzo e aprile; i frutti agosto e settembre.
Il genere Cornus L. comprende circa 45 specie, per la maggior parte delle regioni temperate dell’emisfero Nord.

Cresce sui terreni sassosi, nelle siepi, soprattutto su fondo calcareo. È comune in tutta la penisola dalla regione marina alla submontana. È comune in Francia, in particolare nel sud e nel sud-est, e nel centro e sud Europa, fino a sud del Belgio. Manca nella penisola iberica.

Le corniole sono tra i migliori frutti selvatici, ma sono stati dimenticati.
Alla fine dell’estate, quando si tratta di un’annata buona, se ne possono raccogliere in gran quantità da una sola pianta (o, più facilmente, raccoglierle da terra dove cadono con un’uniformità che sarebbe toccante per un amatore di bacche, dato che inoltre persistono intatte per qualche giorno).

Il corniolo maschio veniva coltivato anticamente per i suoi frutti nei paesi calcarei. Lo si moltiplica per trapianto dei getti, o per margotta in inverno, o per bottura in primavera al momento della fioritura. Quest’ultimo metodo è il migliore, richiede un terreno fresco e ombroso. Si trapianta poi l’inverno successivo in vivaio, per due o tre anni, in terreno leggero e fertile, ben drenato, di preferenza calcareo, e soleggiato. Con una simile terra e uguale esposizione si mette poi a dimora definitiva. Cresce rapidamente in giovinezza.
L’arbusto – che si può trasformare in alberello scegliendo i fusti migliori e tagliando i ramoscelli – vive molto a lungo: parecchi secoli, se in condizioni particolarmente favorevoli. Lo si utilizza a volte per farne delle siepi.
Il suo legno, durissimo, è considerato tra i migliori per fare manici di attrezzi.
La longevità del corniolo è molto grande. Dopo essere seccato rigetta sempre dalle radici. Veniva anche scelto per indicare i confini delle proprietà boschive.

Il nome della specie, “maschio” (Cornus mas) è senza dubbio in opposizione con un arbusto a legno tenero chiamato da Plinio (XVI, 43) Cornus fœmina che potrebbe essere un Caprifoglio; questo Corniolo (nome di origine controversa; deriverebbe, secondo alcuni, dal latino cornum “corna” in allusione alla durezza del legno. Cornumcornus sono già i nomi della pianta presso Virgilio, Varrone, Columella etc.) dal legno prezioso, con frutti saporiti, lo si trova spesso sui pendii soleggiati dei boschi radi di latifoglie, sulle scarpate delle ferrovie dove, temerario, accende le sue piccole costellazioni gialle molto prima dell’inizio della primavera, ben prima della forsizia.
Nelle Marche i cornioli sono chiamati volgarmente “grugnali”.

Della stessa famiglia fa parte la cosiddetta “sanguinella”, ovvero Cornus sanguinea L., molto più diffusa del corniolo.
Malgrado la sua abbondanza nelle nostre campagne, la sanguinella non è mai stata impiegata nella medicina popolare.
I pochi documenti antichi le danno una cattiva reputazione, dovuta senza dubbio alla tinta sanguigna dei rami, delle foglie autunnali; all’odore sgradevole della giovane corteccia, ai frutti sospetti.
“Con la corteccia, il midollo e i semi di sanguinella e rospi si faceva, ogni sabato ebraico, un veleno meraviglioso” scrive P. de Lancre nel 1613 (Tableau de l’inconstance des mauvais anges et démons, pag. 136).
Nel Poitou, in Francia, era proibito ai pastori colpire il loro gregge con delle verghe di questo arbusto che, l’analogia è evidente, avrebbe causato loro un “colpo di sangue” (Rolland, Fl. popul., IX, pag. 128).
“In Toscana” – dice il Mattioli – “quelli che sono morsi dai cani colpiti da rabbia si guardino, per un anno, dal toccare il legno di corniolo o di maneggiare la sanguinella poiché (…) se maneggiassero un ramo di questo legno fino a farsi scaldare le mani, subito diventerebbero rabbiosi”.
Numerosi autori antichi hanno ripreso questa storia e hanno contribuito ad aumentare la diffidenza verso un arbusto senza grande malizia.
La gemmoterapia pone oggi i germogli di sanguinella tra gli anticoagulanti e vi riconosce un rimedio per alcuni disturbi sanguigni. È una prova che vi è ancora molto da scoprire fra le piante dimenticate o bandite dalla medicina.
I frutti della sanguinella non sono commestibili: allo stato fresco provocano la diarrea.
La loro polpa e il loro nocciolo contengono una grande quantità (dal 20% al 50%) di olio maleodorante, buon combustibile e adatto alla fabbricazione del sapone. Si consumava in Italia come olio da lampade.
Il legno è simile a quello del corniolo ma di minor valore e la sua densità è meno elevata. La sanguinella non raggiunge mai le dimensioni del corniolo e i fusti superano raramente la grossezza di un pugno (sono rari quelli con 50 centimetri di circonferenza). I giovani fusti servono a lavori di intreccio, e i rami a fare delle corde a trecce grossolane.

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La bella corniola, il frutto che sembra avere polpa di ribes su nocciolo di oliva, è un frutto selvatico speciale.
Aveva un tempo grande importanza alimentare e resta stimato nelle regioni europee e asiatiche dove quest’albero abbonda.
I medici antichi come Dioscoride e Galeno vedevano nella corniola un frutto astringente adatto a porre rimedio ai flussi eccessivi: diarrea, dissenteria, mestruazioni troppo abbondanti.
Jean Bauhin ne prescriveva un vino, e nel XVII secolo il Rob de cornu: succo di corniole denso e senza zucchero, serviva nelle diarree nella dose di mezza oncia.
La gelatina di corniole, le corniole candite allo zucchero che apparvero alla fine del Medioevo, erano sia delle ghiottonerie che dei medicamenti.
Questi frutti possono essere associati alle preparazioni medicinali antidiarroiche e antidissenteriche (radice di fragola, di potentilla, o foglie di salvia, etc.) ma oggi sono più ricercate per la confettura che per il medicamento.

Nel 1600 Olivier de Serres consigliava di candire le corniole con zucchero sciolto nello stesso succo dei frutti “con il quale, senza altro liquido, si fa lo sciroppo chiamato corniat; e di farne una gelatina la cui ricetta non è cambiata: si mettono le corniole – raccolte mature – in un recipiente; si coprono appena d’acqua, si portano a ebollizione e si lasciano cuocere 30 minuti; poi si passano al setaccio. Si fa ricuocere il succo ottenuto con ugual peso di zucchero fino a dorarlo e si mette in vasi dove la gelatina si conserverà “a lungo in bellezza e bontà, per aver diletto, servire ai sani e ai malati”.
Sembra, tuttavia, secondo questo autore, che il primo utilizzo delle corniole al suo tempo fosse il nutrimento dei maiali…

Bartolomeo de’ Sacchi, più conosciuto come Platino di Cremona e per il suo Trattato sui modi di conservare la salute, e la scienza della cucina (1498) che per la sua Storia dei Papi del 1479, ci ha lasciato la ricetta di una salsa di corniole, condimento che si serviva allora con le carni e con i piatti salati più diversi: era fatta di polpa di corniole cotta per due ore nel mosto di uva acerba con pepe e sale, poi tutto passato al setaccio abbastanza grosso.
In Germania, Austria e Russia si candiscono le corniole ma con il sale. Leclerc (Les fruits de France, II edizione, pag. 201) ci dà la ricetta: si raccolgono i frutti più belli prima che diventino maturi, quando cominciano a diventare rossi; si lasciano appassire leggermente, si mettono in un recipiente come un barattolo, si coprono d’acqua, vi si aggiunge del sale a saturazione, e si condiscono a piacere con aromi.

La corteccia del corniolo ha proprietà febbrifughe: il suo decotto (60 grammi per litro d’acqua), secondo Leclerc, si è dimostrato efficace persino nella malaria.
Galeno prescriveva invece le foglie e i germogli per affrettare la cicatrizzazione delle grandi piaghe.

Il legno del corniolo è uno dei più duri, tenaci, omogenei e pesanti. È bianco-rossastro e si scurisce verso il rosso nel duramen, con l’età.
Plinio (XVI, 76) dice che serve a fare dei raggi di ruote, dei cunei per tagliare il legno e “dei perni utilizzati come quelli di ferro” (perni già raccomandati da Catone il Vecchio a quelli che fabbricavano i frantoi per le olive).
I mugnai di ogni tempo l’hanno ricercato per i denti di ingranaggi delle loro macchine; i contadini l’hanno usato in mille impieghi: manici di utensili, forche, denti di erpice e di rastrello, pioli di scale, traverse di rastrelliere e di steccati, cerchi di botti, etc.
Era il legno dei giavellotti romani: cornuscornum indicava allo stesso tempo l’albero e, poeticamente, l’arma in Virgilio (Eneide 9, 698) e Ovidio (Metamorfosi 8,408).
Di dimensioni sempre ridotte (i suoi pezzi oltrepassano raramente i 15 centimetri di diametro), è tuttavia servito ai tornitori che apprezzavano la sua omogeneità e la sua attitudine alla levigatura. Se ne fanno spesso ancora dei manici di utensili, nelle campagne, e chi li ha usati sa che è quasi infrangibile.
Questo legno ha però il difetto di torcersi all’essiccazione: si deve usare solo quando è molto secco. Per prevenire le fenditure dei fusti destinati a fare dei manici si toglie la corteccia lasciandone alle estremità un anello di qualche centimetro di larghezza: dopo qualche mese al secco e all’ombra, si può metterli in opera.

I nostri avi preparavano numerose ricette che andremo a guardare insieme: ci si stupirà di quanto si può inventare con un frutto così piccolo.
I vecchi terapeuti ne prescrivevano il succo o il decotto vinoso in caso di diarrea e metrorragia.

Le corniole si denocciolano un po’ più difficilmente rispetto alle ciliegie e le olive, per questo ci si può dotare di un denocciolatore manuale per riuscirci meglio; diversamente possono essere denocciolate dopo un’attenta essiccazione: non devono, infatti, essere troppo mature per evitare la formazione di muffe e batteri e soprattutto affinché non si modifichi il loro sapore diventando acetico o ferroso.
La soluzione migliore per il loro utilizzo, anche per chi ha poco tempo, è dar loro una prima cottura e passare poi la polpa nello schiacciapatate. Poi, a fuoco dolce, con 750 grammi di zucchero per chilogrammo di polpa, cuocerle per poco tempo, poiché la conserva ispessisce presto. Questa conserva ha un gusto acidulo, molto gradito da chi ama questo sapore. Si può mescolare in cottura qualche frutto di stagione, come le mele.
Anticamente si preparavano le “olive di corniole”, salando le corniole come le olive, ovvero conservandole in brina (salamoia). Questa ricetta, come tante altre legate alla fermentazione acidolattica, è ancor oggi apprezzata nell’Europa centrale e orientale.
Si raccolgono le corniole prima della maturazione, quando incominciano a diventar rosse, scegliendo le più grosse: riempire un barattolo ricoprendole fino a saturazione di salamoia. Volendo, aggiungere erbe selvatiche per insaporire, ad esempio finocchietto, critmo, artemisia e un po’ di alloro (anche le bacche vanno bene ma lasciano un sentore un po’ più amaro delle foglie). Vanno consumate quando prendono il colore delle olive.

Composta di corniole

Ingredienti: un kg di corniole, 500 grammi di zucchero di canna mascovado bio, due mele selvatiche, buccia di un limone bio, petali di fiori selvatici profumati (anche secchi: sambuco, tiglio, rosa, gelsomino, robinia pseudoacacia, etc.)
Procedimento: lavare i frutti e asciugarli. Farli bollire alcuni minuti e togliere i noccioli, magari con l’aiuto di un passaverdure. Rimettere sul fuoco, fiamma bassa, e procedere come una normale marmellata, avendo cura di non far attaccare la polpa al fondo della pentola. Se necessario, aggiungere un po’ d’acqua tiepida.

Liquore di corniole

Ingredienti: un litro di alcol a 90°, un kg di corniole, 400 grammi di zucchero, buccia di un limone bio

Procedimento: lavare e asciugare bene i frutti, metterli in un barattolo e ricoprire di alcol. Lasciarli macerare per almeno due settimane e massimo un mese.
Preparare lo sciroppo con acqua, zucchero e la scorza del limone. Volendo si può mettere mezzo baccello di vaniglia (già “scorticato” dei semi) o un pezzo piccolo di cannella.
Unire lo sciroppo alle corniole, filtrare, richiudere il barattolo e far riposare almeno due mesi.

Salsa di corniole

Ingredienti: due kg di corniole, aceto q.b., sale q.b., pepe q.b.

Procedimento: schiacciare i frutti e eliminare i noccioli (con l’aiuto di un passaverdure). Mettere la polpa in una padella antiaderente con aceto, sale e pepe a piacere e lasciar bollire per due ore.
Riempire vasetti di vetro, chiuderli ermeticamente e capovolgere o far bollire per dieci minuti.
Valido sostituto del ketchup.

Bellavedova

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La Hermodactylus tuberosus (L.) Salisb., con la nuova nomenclatura semplicemente Iris tuberosa L., è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Iridacee, con rizoma orizzontale e tubercoli allungati.
Il fusto, portante il fiore, è eretto e cilindrico.
I fiori sono unici, avvolti alla base della spata, con i tepali esterni di color bruno e più chiari ai bordi.
I tepali interni sono di colore verde-giallastro. Fiorisce in febbraio e marzo.
I frutti sono capsule derivate da un ovario uniloculare.
Le foglie inferiori sono lanceolate e decolorate, le altre sono verdi e lunghe qualche decimetro.

Viene utilizzato come antidiarroico, antinfiammatorio, astringente e vulnerario.

In Puglia, dove è sempre stato utilizzato e dove ancor oggi cresce fiorente, viene chiamato bocca di lupo, ermodattilo vero, iride vellutata, iride verde pavonazza, o più comunemente bellavedova. In dialetto, nel leccese “pete te quarantána”, a Martina Franca “pèr de quaranten”, a Ceglie Messapica “vóngol de Quarémma”.

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Il nome ermodattilo significa dita di Ermes, ed è suggerito dalla forma dell’apparato radicale costituito da un rizoma quasi orizzontale con tubercoli allungati disposti a ventaglio come le dita di una mano.

La bellavedova ha un brevissimo periodo di fioritura, tra febbraio e marzo.
Il fiore si mangia al naturale: insieme al rizoma, nell’area in particolare di Martina Franca, si consuma durante la Quaresima.

Comunissima nelle radure delle macchie salentine, fin sulle spiagge, un’altra iridacea è Iris sisyrinchium L., giaggiolo dei poveretti, castagnola, i cui bulbi si usano lessati e per condimento come il rizoma dell’Iris germanica L., giaggiolo, iride pavonazza, giglio di santa Caterina, esattamente come nel nord Italia il giglio martagone.

In inglese viene chiamato “iris dalla testa di serpente” (Snake’s-Head iris) o Velluto Fior di Luce (Velvet Fleur-de-Luce).

Erbe selvatiche per i tuoi detersivi naturali

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La cura con le erbe selvatiche è alla radice della medicina moderna, e l’uomo l’ha utilizzata sin dagli albori della civiltà. In alcune tombe antichissime gli archeologi hanno scoperto resti di piante conosciute ancor oggi – come la Nigella nella tomba di Tutankhamon, per fare un esempio – per il loro potere di trattare condizioni anche gravi, come l’artrite, individuata nei corpi sepolti nelle tombe stesse.
Ogni cultura e ogni paese ha una storia ricchissima di cure con le erbe selvatiche: le medicine moderne, nella maggior parte dei casi, derivano da queste cure.
Un esempio che faccio sempre è il farmaco che prendeva mia nonna per l’osteoporosi, che costava la “bellezza” di 50.000 lire, che altro non era che equiseto polverizzato con eccipienti… laddove bastava una tisana di aghi, remineralizzante, che aiuta a fissare meglio il calcio, e senza eccipienti di sorta.

“La legna ti scalda tre volte: la prima volta quando la raccogli, la seconda quando la tagli, la terza quando la bruci”: è la stessa cosa con le erbe selvatiche.
Quando sei in giro per prati, campi, boschi per raccogliere erbe selvatiche ti connetti alla Natura che porta armonia e equilibrio. Del resto è risaputo che avvertire interiormente la connessione al mondo naturale porta una felicità inestimabile.
Quando sei in casa a sistemare le erbe raccolte è un gran divertimento. È come un viaggio alla scoperta ogni volta di qualcosa di nuovo, perché al rientro a casa innumerevoli e sempre diverse saranno le ricette per te stesso, per la casa, per la salute…
Quando poi la ricetta è pronta e usi la tua erba, sia come cibo che come medicina, grande è la soddisfazione di qualcosa raccolta da te, preparata da te, utilizzata da te o dai tuoi cari. Profondo senso di soddisfazione.
In sintesi, le erbe selvatiche contribuiscono alla felicità e al benessere in così tanti modi che la loro utilità intrinseca non è l’unica gioia che trasmettono 😉

Una delle ricette più semplici da realizzare con le erbe selvatiche è l’aceto.
L’aceto è un ottimo mezzo per conservare le erbe e estrarre loro componenti; e si può utilizzare nei cibi, prendere come integratore o medicina, e soprattutto utilizzarlo in molti modi in casa per le pulizie, ma anche come cosmetico per la pelle e i capelli.
L’aceto, soprattutto grezzo (non pastorizzato) come l’aceto di mele, è ottimo per i nostri organi interni. Bilancia il pH, riduce le infiammazioni, rafforza le difese immunitarie e regola il metabolismo.
Preso con il cibo aiuta nell’assorbimento dei minerali.
Esternamente, lenisce le ferite, riduce i gonfiori, e per la pelle e i capelli è un vero toccasana (tant’è che le nonne consigliavano sempre di effettuare l’ultimo risciacquo dopo lo shampoo con l’aceto per rendere i capelli forti e lucidi).

Gli aceti con le erbe selvatiche sono fatti come le tinture. Bisogna mettere l’erba a bagno nell’aceto in un rapporto di 1:2/3 (una parte di erba per due/tre di aceto).
Lasciare dalle 2 alle 4 settimane in un luogo buio e fresco, poi filtrare con un panno a maglie sottili.
Gli aceti si mantengono per almeno due anni.

Gli aceti possono essere utilizzati per realizzare delle compresse. Bisogna mettere a bagno un panno di lino o cotone in una vaschetta con l’aceto con le erbe selvatiche e lasciarlo a bagno, si può anche riscaldare se la ricetta lo prevede. Questa modalità aiuta a lenire i dolori, a curare il mal di gola, il mal di testa, e soprattutto problematiche legate alla pelle.
Il materiale erbaceo fresco, poi, può essere utilizzato per fare dei cataplasmi – erbe impastate o pestate semplicemente, applicate direttamente sulla pelle -.
I cataplasmi possono stare sulla pelle anche per due/tre giorni, ma nella maggior parte dei casi si tende a sostituire l’erba quotidianamente.

Un’altra soluzione a molte problematiche di salute è l’antico oxymeli (in latino), dal greco ὀξύμελι, un rimedio molto gustoso che combina le proprietà curative dell’aceto alle erbe con il miele, insomma una sostanza miracolosa, rinomata per le proprietà antibiotiche e per rafforzare il sistema immunitario.
Gli oximeli sono realizzati riscaldando dolcemente un aceto di erbe selvatiche con la medesima quantità (rapporto 1:1) di miele, finché il miele non si dissolve. Si conserva in bottiglie sterilizzate per almeno due anni.

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Ricetta per uno spray per superfici – 500 ml, si conserva per due anni –
Ingredienti: 500 ml. di aceto, preferibilmente di mele, autoprodotto; 2 cucchiai di foglie e fiori di maggiorana (Origanum majorana); 1/2 cucchiai di capolini di fiori di camomilla (Matricaria chamomilla); 20 gocce di olio essenziale di lavanda.
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere l’olio essenziale e lasciar decantare in una bottiglia con il tappo “spray” (per pulire più facilmente), preferibilmente di vetro, altrimenti in uno spruzzino in plastica.
Per l’uso quotidiano è sufficiente aggiungere acqua in rapporto 1:1 allo spray (diluendolo ad hoc). Spruzzare, lasciar agire per qualche minuto, passare un panno.
Per macchie difficili o grasso, usarlo puro: se riscaldato per qualche minuto diventa veramente molto forte. Spruzzare le superfici con l’aceto di erbe bollente, lasciarlo un quarto d’ora prima di strofinare e asciugare.

Ricetta per disinfettante e deodorante per wc – 500 ml, si conserva per un anno –
Ingredienti: una manciata di foglie di rosmarino; una manciata abbondante di aghi di pino (rimuovere i rametti, servono solo gli aghi); 500 ml. di aceto di mele, meglio se autoprodotto; 50 gocce di olio essenziale di rosmarino (facoltativo); 50 gocce di olio essenziale di pino (facoltativo).
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere gli oli essenziali per un odore più persistente.
Versare un secchio d’acqua nel wc per far risalire l’acqua dal basso. Versare l’aceto non diluito nella tazza e lasciar agire per 20 minuti. Strofinare bene con lo scopino.

Ricetta per disinfettante al timo e alla calendula – 450 ml, si conserva per due anni –
Ingredienti: 500 ml di aceto di mele, meglio se autoprodotto; 100 ml di olio essenziale di timo; 15 grammi di foglie di timo o, ancora meglio, una manciata di timo appena raccolto, togliendo le radici e lasciando più foglie possibile; 15 grammi di fiori di calendula secchi o, ancor meglio, appena raccolti.
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere l’olio essenziale di timo e imbottigliare.
Utilizzare diluito in rapporto 50:50 con acqua per passarlo sulle superfici, sui lavelli, sul coperchio del wc e soprattutto ottimo per aree dove stazionano animali domestici.

[continua…]

Rosa canina: i cinòrrodi

Rosa canina L.

Rosa canina L.

La rosa canina (Rosa canina L., 1753) è la specie di rosa spontanea più comune in Italia, molto frequente nelle siepi e ai margini dei boschi. La specifica “canina” le è stata data da Plinio il Vecchio, che affermava che un soldato romano fu guarito dalla rabbia con un decotto di radici. È l’antenata delle rose coltivate.

La forma biologica della rosa canina è NP – nano-fanerofita, ovvero è una pianta legnosa con gemme svernanti, da 30 cm. a due metri dal suolo. Si tratta di un arbusto spinoso, alto 100/300 cm., con fusti legnosi privi di peli, spesso arcuati e pendenti, e radici profonde.
Le spine, rosse, sono robuste, arcuate, a base allungata e compressa lateralmente. Le foglie, caduche, sono composte da 5/7 foglioline ovali o ellittiche, con denti sul margine. Hanno stipole lanceolate. I fiori, singoli o a 2/3, sono poco profumati. Hanno un peduncolo corto e sono generalmente superati dalle foglie. I sepali sono laciniati e dopo la fioritura si piegano all’indietro e cadono in breve tempo. La corolla è formata da grandi petali bilobi, rosati soprattutto sui lobi. Gli stili, lanosi e allungati, sono fusi insieme in una colonnina cilindrica.
La rosa canina fiorisce da maggio a luglio.

I suoi frutti, carnosi e colorati rosso vivo, raggiungono la maturazione nel tardo autunno. Si chiamano cinòrrodi.

Cinòrrodo viene dal greco cino “cane” e rodos “rosa”. Vengono erroneamente chiamati in italiano cinorridi (!) o cinorrodonti.

Il cinòrrodo è un falso frutto, ossia un frutto derivante da strutture fiorali diverse dall’ovario. Tipico del genere Rosa, deriva dall’ingrossamento del ricettacolo, è carnoso e forma una coppa che contiene gli acheni, i veri frutti, di colore giallo o marrone, frammisti a peli.
La forma, il colore e le dimensioni dei cinòrrodi delle varie specie varia molto: possono essere verdi, arancioni, rossi e anche quasi neri o blu. Possono avere forma allungata o sferica ed essere ricoperti o meno da sottili aculei.
Nelle varietà di rosa definite “botaniche” (come la Rosa moyesii, in cui hanno grandi dimensioni a forma di bottiglia rossa) i cinòrrodi costituiscono una caratteristica ornamentale.
Con i cinòrrodi della Rosa canina, molto ricchi di vitamina C, si prepara una confettura e in Slovenia viene prodotta una bibita analcolica, la Cockta (bibita nazionale fruttata).
La rosa canina è una specie diffusa in una vasta area nelle zone temperate. È poi stata introdotta e si è naturalizzata anche in America settentrionale, in Australia e Nuova Zelanda.
Il suo habitat sono faggete, abetaie, pinete e querceti a foglie caduche, gli arbusteti e le siepi, fino ad una quota di 1900 metri.
Preferisce suoli abbastanza profondi, ricchi di limo e moderatamente aridi.
Viene ampiamente utilizzata per i suoi altissimi contenuti di vitamina C: 2250 mg. per ogni cento grammi di porzione edule, e per il suo contenuto di bioflavonoidi (fitoestrogeni).
I principi attivi (oltre alla vitamina C, tannini, acidi organici, pectine, carotenoidi e polifenoli) sono utilizzati dall’industria farmaceutica, alimentare e cosmetica; i frutti, seccati e sminuzzati, vengono utilizzati in erboristeria per la preparazione di infusi e decotti.
Nelle erboristerie viene utilizzato, dopo essere stato seccato e sminuzzato, come coadiuvante di altre erbe nelle malattie dei reni e della vescica, ma la caratteristica peculiare è l’alto contenuto di vitamina C (sino a 400 mg ogni 100 g), di provitamina A, di acidi organici, che naturalmente sono molto più abbondanti nel cinòrrodo fresco.
Le bacche di rosa canina hanno un contenuto particolarmente alto di vitamina C: una delle piante sul pianeta che ne contiene di più. Tuttavia, i saggi RP-HPLC (cromatografia rapida ad alta prestazione) hanno individuato un alto contenuto di acido L-ascorbico.
Durante la Seconda Guerra Mondiale gli abitanti della Gran Bretagna furono incoraggiati da lettere scritte su The Times, articoli nel British Medical Journal e pamphlet scritti da Claire Loewenfeld, una dietista che lavorava per il Great Ormond Street Hospital for Sick Children, a raccogliere bacche selvatiche di rosa canina per farne uno sciroppo per bambini ricco di vitamina C. Questo, perché i sottomarini tedeschi affondavano le navi commerciali, rendendo così difficile l’importazione di agrumi.
I cinòrrodi contengono carotenoidi, betacarotene, luteina, zeaxantina e licopene, che sono in fase di ricerca per una serie di potenziali ruoli biologici, come l’inibizione dell’ossidazione delle lipoproteine a bassa densità.
Vi è anche una meta-analisi di studi sull’uomo per esaminare il potenziale di estratti di cinòrrodi per ridurre il dolore da artrite; al momento vi sono studi clinici per ulteriori analisi di sicurezza ed efficacia perché non è stato considerato un trattamento appropriato per l’artrosi del ginocchio.
Viene indicata come astringente intestinale, antidiarroico, vasoprotettore ed antinfiammatorio; e consigliata nei casi di debilitazione.
I suoi semi vengono usati per la preparazione di antiparassitari; i petali del fiore per il miele rosato.
Il decotto è usato in cosmetica per le pelli delicate e arrossate.
Si ricava una marmellata anche dai petali (oltre che dai cinòrrodi), chiamata vartanush.
I cinòrrodi sono utilizzate per tisane, marmellate, gelatina, sciroppo, zuppa (particolarmente popolare in Svezia la nyponsoppa), bevande varie, torte, pane, vino e composte. Possono anche essere consumati crudi, come una bacca, avendo l’accortezza di eliminare i peli urticanti all’interno del frutto.
Vengono spesso usati come tisana, spesso mescolati con ibisco. Se ne produce anche un olio.
Esiste anche un particolare tipo di idromele, il Rhodomel, fatto con rosa canina.
La rosa canina può essere usata per fare il palinka, una bevanda alcolica tradizionale ungherese, popolare in Ungheria, Romania ed altri paesi che condividono la storia astro-ungarica.
I peli che si trovano all’interno delle bacche sono utilizzati come polvere pruriginosa.
Le bacche vengono anche vendute essiccate per hobbistica e per farne pot-pourri.
In Italia non viene molto utilizzata in cucina, perché quando è necessario integrare l’alimentazione con cibi ricchi di vitamina C si ricorre tradizionalmente agli agrumi; la cucina nordica, al contrario, conosce e utilizza bene una ricchezza che è a portata di mano nei greti di ogni torrente.
In Italia si può trovare la rosa canina utilizzata in associazione con altri frutti per la preparazione di marmellate e confetture particolarmente ricercate; il suo sapore dolce-acidulo è molto gradevole ed il contenuto di pectina naturale consente di risparmiare sui tempi di cottura e sullo zucchero.
Può essere anche tra gli ingredienti di succhi vitaminizzanti a base di frutta e verdure.
Vale quindi la pena di godere di questo benefico “frutto” la cui insidia sono i peli sottili e pungenti all’interno della bacca, che vanno tolti. L’operazione è semplificata se si esegue un taglio longitudinale, si pone la parte sotto acqua corrente a temperatura ambiente e con un cucchiaino si tolgono i “semi” e i peli.
Si otterranno così delle scodelline pronte a tutti gli usi, sia crudi che cotti. Mi raccomando a raccogliere con il filtro del lavandino tutti gli scarti per non otturare gli scarichi.
La rosa canina ripulita si conserva molto bene in freezer: servirà ad esempio soprattutto in inverno, sia per preparazioni in cucina che per infusi vitaminizzanti e dissetanti, o in cosmetica per una maschera con funzione schiarente, normalizzante e bioattivante.
cinòrrodi di rosa canina
cinòrrodi di rosa canina

Ricette:
Vino alla rosa canina.
cinòrrodi interi (in questo caso non occorre ripulirli perché le proprietà si estraggono per macerazione) g 300 – vino bianco secco (almeno 12° gradi) 1 litro – corteccia di cannella cm 1 – karkadè g 4.
Si mettono tutti gli ingredienti in un vaso a chiusura ermetica e vi si lasciano per 15-20 giorni scuotendo spesso. Poi si cola spremendo bene e si imbottiglia..
Vellutata di rosa canina
cinòrrodi freschi g 500 – acqua un litro e mezzo – fecola di patate g 50 – mandorle dolci spellate g 15 – limone – zucchero – sale.
Si fanno bollire per una decina di minuti i cinòrrodi (puliti) nell’acqua, si passa al passaverdura e si rimette al fuoco con il sale e il succo del limone, si aggiungono le mandorle pestate fini e la fecola stemperata in poca acqua di cottura con l’aiuto di una frusta. Si rimette al fuoco quel tanto che basta per addensare, si zucchera secondo il gusto e si serve.Marmellata di rosa canina
cinòrrodi g 500 – acqua g 375 -zucchero g 350.
Portare ad ebollizione l’acqua, aggiungere lo zucchero, farlo sciogliere bene, aggiungere i cinòrrodi puliti e lasciare bollire adagio per una decina di minuti, passare al passaverdura ed invasare la purea morbida ottenuta.
Oltre ad avere un colore meraviglioso questa marmellata sarà utilizzata nella colazione del mattino dei febbricitanti oppure, diluita con succo di arancio o di pompelmo sarà ottimo completamento dei budini di frutta o dei gelati.

Marmellata di rosa canina e uva
cinòrrodi g 500 – uva g 500 -zucchero g 250 – vino bianco g 350 – limoni 2.
La preparazione verrà particolarmente profumata con l’uva fragola. Togliere i semi all’uva lavata, cuocerla con il vino e la scorza gialla dei limoni, aggiungere lo zucchero e i cinòrrodi puliti e tagliati a fettine, cuocere ancora per dieci minuti, ridurre in purea e invasare.

Sorbetto di rosa canina
cinòrrodi puliti g 150 – miele grezzo g 200 – limone.
Si lavano e si asciugano i frutti, si pongono nel frullatore con il miele e 4-5 cucchiai di succo di limone filtrato. Si frulla sino a quando il composto è ben mantecato e si versa in una vaschetta che sarà messa in freezer a gelare. Se ne ricaverà un sorbetto spumoso, colorato e molto nutriente.

La Cockta

Si tratta di una bibita analcolica slovena, il cui principale ingrediente è il cinòrrodo della rosa canina.

Nei primi anni Cinquanta, la Slovenijavino decise di entrare nel mercato delle bibite analcoliche con una bevanda che fosse un sostituto della Coca-Ccola e che fosse basata sui prodotti tipici della Slovenia, tra cui la rosa canina (utilizzata negli infusi per curare il raffreddore) e altre erbe aromatiche locali.

Il nome deriva dall’inglese cocktail, per indicare la miscela di erbe, rosa canina, caramello, acqua e melograno che compone la ricetta. La Cockta fu presentata ufficialmente a Planica l’8 marzo 1953. Già nel primo anno furono prodotti più di un milione di litri e la bevanda si diffuse rapidamente nell’allora Jugoslavia. Negli anni Sessanta era uno dei prodotti jugoslavi più esportati. Nel 1967 venne acquistata dalla Slovin. La produzione proseguì con alti ritmi vino alla fine degli anni Sessanta, quando la Jugoslavia aprì il mercato ai prodotti occidentali. Nonostante la concorrenza dei marchi esteri, le vendite tennero fino agli inizi degli anni Ottanta, per poi ridursi con l’involuzione e la dissoluzione della federazione. Nel 2000 il marchio venne acquistato dalla Kolinska (oggi DrogaKolinska), che lo rilanciò negli anni Duemila, anche attraverso una campagna pubblicitaria che vide coinvolti famosi atleti sloveni come Srečko Katanec e Zlatko Zahovič.

La vartanush
La vartanush è una marmellata ricavata dai petali di rosa. Si tratta di una ricetta tipica armena.
Viene prodotta a Venezia dai monaci dell’ordine mechitarista armeno nell’isola di San Lazzaro. Essi coltivano molti rosai, alcuni di specie rarissime, nel giardino del convento.
La rosa migliore da cui produrre questa marmellata è la rosa canina, che fiorisce in tarda primavera. La tradizione vuole che le rose vadano raccolte al sorgere del sole.
Nyponsoppa
La nyponsoppa è un piatto tipico svedese: è una zuppa fatta con i cinòrrodi, sia freschi che essiccati, ma Magnus Nilsson, cuoco del Fäviken, la preferisce con quelli essiccati perché trova rendano meglio a livello di gusto per la giusta concentrazione. Consiglia, se si hanno a disposizione bacche fresche, di raddoppiarne la quantità nell’esecuzione della ricetta; eliminare la parte della ricetta in cui si dice di lasciare le bacche a bagno; togliere foglie o rametti se dovessero essercene, ma dice di lasciare i semi all’interno. Consiglia inoltre di cominciare con meno acqua rispetto a quella indicata per evitare che la zuppa alla fine venga troppo diluita.
Preparazione e tempistica: 20-40 minuti
Tempistica per tenerle a bagno: una notte
Porzioni: 4
Ingredienti: 400 grammi di cinòrrodi essiccati; zucchero q.b.; succo di un limone (opzionale); 1-2 cucchiai di fecola di patate (opzionale)
Procedimento: mettere a bagno i cinòrrodi essiccati per una notte in un litro (4 tazze e mezza) d’acqua.
Al mattino trasferire i cinòrrodi con la loro acqua in una pentola. Portare a bollore e cuocere finché non sono teneri.
Usare un mixer ad immersione (minipimer) per creare una purea o utilizzare un frustino per rompere le bacche. Non si riuscirà a rompere i semi, e bisogna fare attenzione perché il mixer potrebbe rompersi. Bisogna allora mettere la mistura in un colino a maglie fitte e filtrare la purea, buttando la pelle e i semi che rimangono.
Assaggiare allora la zuppa e aggiungere lo zucchero ed il succo di limone se si vuole un po’ più di freschezza. Portare a bollore su fuoco medio e attendere che la zuppa si addensi, se si vuole aggiungendo un po’ di fecola di patate mischiata con pochi cucchiai di acqua fredda.
[traduzione mia da “The Nordic Cook Book”, Magnus Nilsson, Phaidon 2015]
Bibliografia:
Sandro Pignatti, Flora d’Italia, vol. 1, Bologna, Edagricole, 1982, pag. 563
Fabio Conti, Carlo Blasi, Alessandro Alessandrini, Giovanna Abbate, An annotated Checklist of the Italian Vascular Flora, maggio 2005, pag. 154
Linneo, Species Plantarum, vol. 1, 1753, pag. 492
Chiara Giacobelli, 1001 monasteri e santuari in Italia da visitare almeno una volta nella vita, Newton Compton Editori, 2013
Magnus Nilsson, The Nordic Cook Book, Phaidon 2015
http://www.figliadellerborista.it/mangiarlerba2.htm
http://bloggruppoa.altervista.org/vartanush-la-marmellata-di-petali-di-rose/?doing_wp_cron

Raw, vegan, slurp: cioccolatini

Raw= crudo.
Vegan= non c’è bisogno di dirlo.
Slurp= leggete la ricetta e capirete il perché.

La mia più grande passione da sempre è la lettura, va da sé che la lettura di riviste e libri di cucina mi manda in estasi.
Recentemente sto leggendo delle riviste lituane, piene di idee da leccarsi i baffi e con sapori e accostamenti tanto lontani da quelli cui siamo abituati che in un certo modo ti fanno “rivisitare” le conoscenze e ti spingono a cercarne di nuove e osare.
La ricetta che mi ha ispirato stavolta è di chiara origine mediorientale, ed era stata pubblicata in una versione “lituana” mantenendo l’utilizzo dei datteri. Io invece, che avevo una bella scorta di fichi secchi preparati amorevolmente da mio nonno (per supplire alle preparazioni ancora più amorevoli della mia cara nonnina), ho pensato di sostituire i datteri – che avevo finito -.
Si tratta di cioccolatini che possono essere paragonati ai truffles o tartufi, ma hanno una texture incredibile, a metà strada tra la scioglievolezza di certe palline industriali che la pubblicità d’inverno ci presenta spesso, e il chunky del miglior fudge di origine anglosassone.
La bellezza in questo caso sta in due elementi fondamentali: il primo è che occorrono pochissimi ingredienti, e probabilmente molti tra noi già li hanno disponibili nella propria dispensa (beh, se no basta fare un salto ad acquistarli e non ve ne pentirete, parola di golosona doc), e il secondo è che ci vogliono veramente 5 minuti 5.
E poi, volete mettere qualcosa di crudo, con meno consumo energetico per l’ambiente e maggiore energia pura per il nostro organismo?

Ingredienti: una tazza di noci (io ho usato le nocciole del bosco 😉 ), una tazza di mandorle non salate, due tazze e mezza di fichi secchi (i miei erano già “conditi” con una mandorla tostata al centro e un po’ di buccia di limone), una tazza di cacao amaro in polvere, 1-2 cucchiai di caffè istantaneo o di caffè tritato molto finemente, un pizzico di sale, un pizzico di vaniglia Bourbon in polvere. Latte di soia q.b. (se necessario) e mandorle a lamelle.

mandorle tritate e nocciole - La Cucina del Bosco

mandorle tritate e nocciole – La Cucina del Bosco

Procedimento: mettere nel Bimby la tazza di noci e la tazza di mandorle e tritare, 10 secondi velocità 6/7.
Aggiungere la polvere di cacao, la polvere di caffè ed il pizzico di sale, e la vaniglia. Dare uno o due colpi di Turbo e poi trasferire in una coppa, mettere da parte.

mix di frutta secca tritata e "polveri" - La Cucina del Bosco

mix di frutta secca tritata e “polveri” – La Cucina del Bosco

fichi secchi - La Cucina del Bosco

fichi secchi – La Cucina del Bosco

Inserire i fichi secchi nel boccale e tritare, 10 secondi velocità 7. Rimuovere e mettere da parte.
Inserire nuovamente nel boccale il mix di frutta secca e cacao e, con le lame in movimento (1 minuto velocità 1/2) versare dal foro poco alla volta i fichi secchi. Continuare finché non è tutto amalgamato e se l’impasto non si attacca versare cucchiai di latte di soia, poco alla volta, finché non si raggiunge la consistenza desiderata.
Sistemare l’impasto su carta stagnola schiacciandolo, dovrà essere alto 4-5 cm. circa. Premere con le mani finché non è piatto e cospargere di mandorle a lamelle. Mettere in frigo per un’ora.

spalmare bene l'impasto... - La Cucina del Bosco

spalmare bene l’impasto… – La Cucina del Bosco

Una volta fuori dal frigo tagliare a quadrotti. Si possono sistemare in una scatola di latta (tipo quella dei biscotti danesi al burro) all’interno di un foglio di carta da forno. O anche in un barattolo di vetro con chiusura ermetica.
Si conservano in frigo per almeno 2 settimane e in freezer per almeno 2 mesi.

Attenzione: danno dipendenza!! 😉

pronti per il frigo! - La Cucina del Bosco

pronti per il frigo! – La Cucina del Bosco

p.s.: al posto dei fichi si possono utilizzare i datteri che essendo ancora più sticky renderanno il composto molto più simile al fudge. Ovviamente al posto delle nocciole si può utilizzare qualunque altro tipo di frutta secca. Enjoy!