I benefici delle erbe selvatiche

1331454127p4988b1.jpg

Le erbe selvatiche sono spesso, anzi nella maggior parte dei casi, più ricche di nutrienti delle erbe coltivate, soprattutto di minerali.
Una ricetta che voglio condividere oggi è un integratore che può essere utilizzato in tisana o infuso o anche “spolverato” su zuppe e stufati, o aggiunto a succhi e centrifugati.

Ingredienti:
radice di bardana
foglie e radice di tarassaco
foglie e radice di ortica
foglie di piantaggine
foglie di edera terrestre
foglie di menta
foglie e fiori di trifoglio rosso
foglie di timo
foglie di salvia

Procedimento:
Far seccare le erbe indicate e una volta secche tritarle con un macinino, poco alla volta. Tritarle con un robot da cucina va anche bene, ma fate attenzione alla velocità e al tempo perché se le lame si surriscaldano modificano le erbe e i loro nutrienti e ne pregiudicano sapore e conservazione.
Una volta tritate, conservare in un contenitore a chiusura ermetica. Vale come per le altre erbe essiccate il consiglio di aprire il contenitore ogni due/tre settimane e lasciarlo aperto per qualche ora per impedire lo sviluppo di muffe, microrganismi e insomma per farle conservare meglio. Questo mix si conserva per un anno.

Utilizzo:
assumere 2/3 cucchiaini giornalmente, come fareste con un integratore.
Si possono anche aggiungere queste erbe in infusione in un aceto così da avere un aceto integratore multivitaminico e remineralizzante.

20322-la-tisana-allortica.jpg

Se invece con l’arrivo della primavera volete avviare il programma detox in vista magari della prova costume, potete preparare una tisana detossinante.

Ingredienti:
15 grammi di cime di ortica
15 grammi di foglie di tarassaco
15 grammi di radice di zenzero, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di tarassaco, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di bardana, tritata grossolanamente
due bastoncini di cannella, tritati grossolanamente

Procedimento (se ne realizzano 100 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservarli in un barattolo.
Preparare la tisana facendo un infuso di un cucchiaino per tazza in acqua bollente per 5-10 minuti.
Si possono bere da una a tre tazze al giorno, aggiungendo succo di limone fresco e miele a piacere.

Ricordatevi che i preparati detossinanti non vanno dati a bambini di età inferiore ai 12 anni. Ugualmente, non sono consigliati in caso di gravidanza o allattamento.
Naturalmente, se avete problemi di salute bisogna assumere i preparati erboristici solo sotto stretto controllo medico.

tisana

Un’altra ricetta che voglio condividere è la ricetta ideale per il cambio di stagione dall’inverno alla primavera, per prepararsi all’importante transizione durante l’anno, periodo in cui spesso ci si sente giù e privi di energia.

Ingredienti:
12 grammi di cime di ortica
7 grammi di foglie di betulla
5 grammi di fiori di calendula
3 grammi di foglie di ribes
3 grammi di fiori di olmaria

Procedimento (se ne realizzano 30 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservare in un barattolo. Si mantiene per un anno.
Preparare una tisana con un cucchiaino per tazza di acqua bollente.
Si può assumere due/tre volte al giorno.

Alla prossima!

[continua…]

Erbe selvatiche per i tuoi detersivi naturali

detersivi erbe selvatiche

La cura con le erbe selvatiche è alla radice della medicina moderna, e l’uomo l’ha utilizzata sin dagli albori della civiltà. In alcune tombe antichissime gli archeologi hanno scoperto resti di piante conosciute ancor oggi – come la Nigella nella tomba di Tutankhamon, per fare un esempio – per il loro potere di trattare condizioni anche gravi, come l’artrite, individuata nei corpi sepolti nelle tombe stesse.
Ogni cultura e ogni paese ha una storia ricchissima di cure con le erbe selvatiche: le medicine moderne, nella maggior parte dei casi, derivano da queste cure.
Un esempio che faccio sempre è il farmaco che prendeva mia nonna per l’osteoporosi, che costava la “bellezza” di 50.000 lire, che altro non era che equiseto polverizzato con eccipienti… laddove bastava una tisana di aghi, remineralizzante, che aiuta a fissare meglio il calcio, e senza eccipienti di sorta.

“La legna ti scalda tre volte: la prima volta quando la raccogli, la seconda quando la tagli, la terza quando la bruci”: è la stessa cosa con le erbe selvatiche.
Quando sei in giro per prati, campi, boschi per raccogliere erbe selvatiche ti connetti alla Natura che porta armonia e equilibrio. Del resto è risaputo che avvertire interiormente la connessione al mondo naturale porta una felicità inestimabile.
Quando sei in casa a sistemare le erbe raccolte è un gran divertimento. È come un viaggio alla scoperta ogni volta di qualcosa di nuovo, perché al rientro a casa innumerevoli e sempre diverse saranno le ricette per te stesso, per la casa, per la salute…
Quando poi la ricetta è pronta e usi la tua erba, sia come cibo che come medicina, grande è la soddisfazione di qualcosa raccolta da te, preparata da te, utilizzata da te o dai tuoi cari. Profondo senso di soddisfazione.
In sintesi, le erbe selvatiche contribuiscono alla felicità e al benessere in così tanti modi che la loro utilità intrinseca non è l’unica gioia che trasmettono 😉

Una delle ricette più semplici da realizzare con le erbe selvatiche è l’aceto.
L’aceto è un ottimo mezzo per conservare le erbe e estrarre loro componenti; e si può utilizzare nei cibi, prendere come integratore o medicina, e soprattutto utilizzarlo in molti modi in casa per le pulizie, ma anche come cosmetico per la pelle e i capelli.
L’aceto, soprattutto grezzo (non pastorizzato) come l’aceto di mele, è ottimo per i nostri organi interni. Bilancia il pH, riduce le infiammazioni, rafforza le difese immunitarie e regola il metabolismo.
Preso con il cibo aiuta nell’assorbimento dei minerali.
Esternamente, lenisce le ferite, riduce i gonfiori, e per la pelle e i capelli è un vero toccasana (tant’è che le nonne consigliavano sempre di effettuare l’ultimo risciacquo dopo lo shampoo con l’aceto per rendere i capelli forti e lucidi).

Gli aceti con le erbe selvatiche sono fatti come le tinture. Bisogna mettere l’erba a bagno nell’aceto in un rapporto di 1:2/3 (una parte di erba per due/tre di aceto).
Lasciare dalle 2 alle 4 settimane in un luogo buio e fresco, poi filtrare con un panno a maglie sottili.
Gli aceti si mantengono per almeno due anni.

Gli aceti possono essere utilizzati per realizzare delle compresse. Bisogna mettere a bagno un panno di lino o cotone in una vaschetta con l’aceto con le erbe selvatiche e lasciarlo a bagno, si può anche riscaldare se la ricetta lo prevede. Questa modalità aiuta a lenire i dolori, a curare il mal di gola, il mal di testa, e soprattutto problematiche legate alla pelle.
Il materiale erbaceo fresco, poi, può essere utilizzato per fare dei cataplasmi – erbe impastate o pestate semplicemente, applicate direttamente sulla pelle -.
I cataplasmi possono stare sulla pelle anche per due/tre giorni, ma nella maggior parte dei casi si tende a sostituire l’erba quotidianamente.

Un’altra soluzione a molte problematiche di salute è l’antico oxymeli (in latino), dal greco ὀξύμελι, un rimedio molto gustoso che combina le proprietà curative dell’aceto alle erbe con il miele, insomma una sostanza miracolosa, rinomata per le proprietà antibiotiche e per rafforzare il sistema immunitario.
Gli oximeli sono realizzati riscaldando dolcemente un aceto di erbe selvatiche con la medesima quantità (rapporto 1:1) di miele, finché il miele non si dissolve. Si conserva in bottiglie sterilizzate per almeno due anni.

detersivi erbe selvatiche 2

Ricetta per uno spray per superfici – 500 ml, si conserva per due anni –
Ingredienti: 500 ml. di aceto, preferibilmente di mele, autoprodotto; 2 cucchiai di foglie e fiori di maggiorana (Origanum majorana); 1/2 cucchiai di capolini di fiori di camomilla (Matricaria chamomilla); 20 gocce di olio essenziale di lavanda.
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere l’olio essenziale e lasciar decantare in una bottiglia con il tappo “spray” (per pulire più facilmente), preferibilmente di vetro, altrimenti in uno spruzzino in plastica.
Per l’uso quotidiano è sufficiente aggiungere acqua in rapporto 1:1 allo spray (diluendolo ad hoc). Spruzzare, lasciar agire per qualche minuto, passare un panno.
Per macchie difficili o grasso, usarlo puro: se riscaldato per qualche minuto diventa veramente molto forte. Spruzzare le superfici con l’aceto di erbe bollente, lasciarlo un quarto d’ora prima di strofinare e asciugare.

Ricetta per disinfettante e deodorante per wc – 500 ml, si conserva per un anno –
Ingredienti: una manciata di foglie di rosmarino; una manciata abbondante di aghi di pino (rimuovere i rametti, servono solo gli aghi); 500 ml. di aceto di mele, meglio se autoprodotto; 50 gocce di olio essenziale di rosmarino (facoltativo); 50 gocce di olio essenziale di pino (facoltativo).
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere gli oli essenziali per un odore più persistente.
Versare un secchio d’acqua nel wc per far risalire l’acqua dal basso. Versare l’aceto non diluito nella tazza e lasciar agire per 20 minuti. Strofinare bene con lo scopino.

Ricetta per disinfettante al timo e alla calendula – 450 ml, si conserva per due anni –
Ingredienti: 500 ml di aceto di mele, meglio se autoprodotto; 100 ml di olio essenziale di timo; 15 grammi di foglie di timo o, ancora meglio, una manciata di timo appena raccolto, togliendo le radici e lasciando più foglie possibile; 15 grammi di fiori di calendula secchi o, ancor meglio, appena raccolti.
Procedimento: preparare un aceto con l’infusione delle erbe selvatiche indicate (vedi sopra). Aggiungere l’olio essenziale di timo e imbottigliare.
Utilizzare diluito in rapporto 50:50 con acqua per passarlo sulle superfici, sui lavelli, sul coperchio del wc e soprattutto ottimo per aree dove stazionano animali domestici.

[continua…]

Recupero e riciclo – e le verdure sempre a portata di mano –

Come anticipato sul mio profilo Facebook a seguito di un interessante articolo di Terra Nuova, quest’anno il primo tra i miei propositi è quello di ossessionarvi sulla necessità di tornare alla Natura. Coltivando la terra, per esempio. Riciclando il possibile. Non sprecando.

Ma non solo.

Partiamo con alcuni esempi.
Oggi ho raccolto l’ultimo prezzemolo rimasto e un po’ di finocchietto selvatico.

Screen Shot 2016-01-01 at 20.33.25

Il prezzemolo si può tranquillamente congelare (avendo cura di tagliuzzarlo e sistemarlo in sacchetti per alimenti o in contenitori di plastica), il finocchietto io lo preferisco essiccato.
Tra le modalità di conservazione degli alimenti conosciute sin dall’antichità e utilizzate per millenni fino all’avvento dell’energia elettrica – e quindi di frigorifero, freezer, congelatore, e altri elettrodomestici  e conseguentemente nuove modalità di conservazione – la più elementare era l’essiccazione.

L’essiccazione è un metodo di conservazione degli alimenti che permette di mantenere le loro proprietà organolettiche e, cosa ancor più importante, i loro nutrienti, pressoché inalterati. Il cibo essiccato infatti, soprattutto se essiccato a casa, non viene sottoposto a procedimenti chimici, all’aggiunta di conservanti e sostanze artificiali (una per tutte su cui combatto da tempo è l’utilizzo dell’anidride solforosa nelle albicocche, nei fichi e in altra frutta che acquistano, ignari, ai supermercati).
Il processo di essiccazione altro non è che l’eliminazione dell’acqua e in questo modo si inibisce lo sviluppo di microbi, l’ossidazione, la degradazione dei cibi e, sorpresa, si conservano molto a lungo.
Per la maggior parte degli alimenti avviene anche un processo che fa aumentare il loro aroma, il loro profumo.

Naturalmente i produttori di essiccatori, per portare l’acqua al loro mulino, vi diranno che l’essiccazione naturale non è sana e vi sono delle controindicazioni.
Certo, soprattutto in alcune zone d’Italia il sole non è presente tutto l’anno; e se non si sa come fare si rischia di perdere tutto il raccolto/il cibo per via di muffe, ossidazione – che fino ad essiccazione completa, ovvero fino alla perdita completa dell’acqua da parte dell’alimento, può comunque svilupparsi – e insetti.
Non vi nego che anche io la prima volta che dalla Puglia ho provato, la mia prima estate in Brianza, a metter fuori cassette piene di pomodori san Marzano per farli seccare, ne sono uscita dopo neanche 48 ore con un maleodorante e tristissimo ammasso di muffe…

Il metodo corretto però c’è, e in particolare per quello che voglio raccontarvi oggi.
Questa sera, per un primo dell’anno detox dopo le abbuffate natalizie, ho pensato bene di preparare una zuppa di verdure. Purtroppo non avevo molte verdure fresche in casa perché ormai “vivo” nel mio ristorante; avevo però la soluzione a portata di mano.

Screen Shot 2016-01-01 at 20.34.31.png

Quando pelo le patate, le carote, le cipolle, dopo aver energicamente spazzolato la buccia – o nel caso delle cipolle aver eliminato la parte esterna “asciutta” – per eliminare qualunque residuo di terra, le taglio a pezzettini e le metto in una cassetta di legno – quelle del fruttivendolo – con uno strato di carta assorbente. Io ho la fortuna di avere un bagno di servizio interamente dedicato a “essiccatore naturale”, con ganci alle pareti per ogni tipo di erba e sistemi di essiccazione homemade ma di sicura efficacia. Per chi vuol cimentarsi può contattarmi per qualche idea progettuale a costo zero e che in un’ora è già pronta; per chi non ha voglia e tempo è sufficiente sistemare la cassetta, debitamente coperta con altra carta assorbente o con una retina – tipo quella delle zanzariere – sopra gli armadietti della cucina, ma non sopra i fuochi e il lavandino; o sopra un armadietto magari in sala.
L’importante è controllare una tantum e soprattutto nelle prime 24 ore lo stato di essiccazione delle verdure.
Quando saranno pronte, sarà sufficiente sistemarle in vasetti di vetro. Io per i primi mesi li chiudo con carta assorbente e un elastico, per scongiurare lo svilupparsi di muffe per eventuale umidità residua.
Altrimenti si possono già chiudere con il coperchio ma con l’accortezza di aprirlo una/due volte al mese e lasciar poggiato per 24/48 ore.
Se piace, si possono anche conservare in sacchetti di carta o tela, ma io non lo trovo comodo perché nel mio caso dovrei avere un armadio dedicato solo a questi sacchetti…

Un’altra modalità di conservazione che unisce “l’utile al dilettevole” si può ricavare dal sedano o dalla fantastica erba girardina o castalda, entrambi nomi regionali dell’Ægopodium podagraria, una tra le piante nella cima della mia lista “Preferite”. Ha un aroma che ricorda molto il sedano ma in versione più dolce e stuzzicante.
Basta farli essiccare, per assurdo io essicco anche poche foglie per volta lasciandole in un vassoietto con la carta assorbente sul piano della cucina esposto alla luce.
Una volta essiccate le foglie vanno tritate, si può fare anche a mano tanto sono sottili.
Sistemare la polverina in un vasetto e utilizzare al posto del sale.

Oltre ad aiutare sistema circolatorio, linfatico e in generale tutto l’organismo, visto che il sale fa male – e lo dico sempre che sono parca di sale, perché tanto chi vuole può sempre aggiungerlo – il sale di sedano o castalda insaporisce senza glutammato, esalta la sapidità naturale degli altri cibi, stimola l’appetito e anche la diuresi.

Detto questo, la prossima volta vi racconterò di come avere sempre tutte le verdure per il brodino pronte sul balcone. E non trovate come scusa che non avete tempo… 😉

Fenchelhonig

Il fenchelhonig o miele di finocchio è una preparazione storica dei paesi germanofoni e scandinavi.
Si tratta di un miscuglio di sciroppo di finocchio e miele, o di olio essenziale di finocchio e miele.
Viene utilizzato tradizionalmente come rimedio casalingo nel caso di forti raffreddori e bronchiti per aiutare ad espettorare.
Specialmente in ambito pediatrico, il fenchelhonig è stato poi utilizzato per trattare i disordini dell’apparato gastrointestinale ed i problemi legati al fegato, in quanto il finocchio ha un effetto calmante, soprattutto per i bambini. Esso infatti promuove l’attività gastrointestinale ed è un antispastico naturale. In concentrazioni più alte è espettorante. Aiuta anche contro l’aerofagia e la flatulenza.

fenchelhonig in preparazione con semi @La Cucina del Bosco

fenchelhonig in preparazione con semi @La Cucina del Bosco

Variante 1: avrete bisogno di 13 grammi di semi di finocchio e 500 grammi di miele.
In un barattolo versate il miele e all’interno porvi i semi di finocchio.
Un grammo di semi di finocchio contiene 40 mg. di olio essenziale. Per un barattolo di 500 grammi di miele avrete bisogno di 12,5 grammi di semi di finocchio, per l’intensità del fenchelhonig finale, che corrispondono a circa 5 cucchiaini.
Se preferite prima di porvi i semi di finocchio potete schiacciarli leggermente in un mortaio.
Lasciate poi “macerare” per dieci giorni in un luogo riparato, fresco e asciutto, con il coperchio chiuso. Poi, filtrate i semi ed eventuali impurità con un colino a maglie strette o uno strofinaccio (tipo quelli che si utilizzano per il formaggio) ed è pronto all’uso.
Io utilizzo il miele millefiori bio liquido, che è più facile da gestire. L’ideale sarebbe un miele biologico puro, non cotto e non trattato, il rischio però è che sia troppo “colloso”.
Per la tosse, sciogliere un cucchiaino in acqua tiepida e bere subito.
Per problematiche legate all’intestino, un cucchiaio al bisogno, e comunque sempre prima dei pasti per “permeare” l’apparato gastrointestinale. Dopo i pasti favorisce la digestione.

fenchelhonig: come si presenta il miele dopo aver tenuto in "macerazione" per 10 giorni i semi di finocchio - @ La Cucina del Bosco

fenchelhonig: come si presenta il miele dopo aver tenuto in “macerazione” per 10 giorni i semi di finocchio – @ La Cucina del Bosco

Variante 2: 500 grammi di miele e olio essenziale di finocchio.
A seconda di come lo preferite, più o meno forte, versare dalle 5 alle 12 gocce di olio essenziale di finocchio nel miele.
Questa variante rende il miele più cristallino e “pulito”.

Attenzione!
L’olio essenziale di finocchio dev’essere biologico e non trattato e non contenere additivi sintetici. Io lo acquisto in erboristeria. Bisogna spiegare all’erborista che andrà ingerito, perché l’olio essenziale che solitamente vendono serve per profumazioni, per fare saponi, ed è indicato a chiare lettere “non ingerire”.
Inoltre, dato che il miele è un prodotto crudo, può contenere il Clostridium botulinum: il fenchelhonig non va quindi dato a bambini al di sotto di un anno/un anno e mezzo, che non hanno ancora sviluppato la flora intestinale.

Questi sono i due fenchelhonig che, acquistati in Germania, sono giunti nella mia erboristeria casalinga.
Ovviamente, contengono altre componenti conservanti e per evitare che il miele si indurisca e… costano anche un bel po’, se paragonati alla versione homemade 😉

fenchelhonig in commercio @La Cucina del Bosco

Fonti:
http://de.wikipedia.org/wiki/Fenchelhonig
http://www.pharmawiki.ch/wiki/index.php?wiki=Fenchelhonig
http://www.dm.de/de_homepage/dasgesundeplus_home/dgp_produkte/dgp_produkte_pharm
a/dgp_produkte_pharma_erkaeltungssymptome/36320/dgp_fenchelhonig_s.html
http://www.jameda.de/hausmittel/fenchelhonig/

Da un così piccolo fiore.. tante bontà!

Nigella sativa @ La Cucina del Bosco

Nigella sativa @ La Cucina del Bosco

Il fiore che vedete nella fotografia qui sopra è il fiore della Nigella sativa, una pianta annuale della famiglia delle Ranunculaceae originaria del sud-ovest asiatico.
Oggi voglio parlarvi approfonditamente di questa pianta perché ho fatto una scoperta a dir poco sensazionale (sempre sotto il vessillo del credo vegetariano e dell’autoproduzione 😀 ).

Il nome Nigella deriva dal latino niger: nero, il colore dei semi.
Data la sua grande diffusione, è conosciuta con moltissimi nomi:
– in hindi, kalonji;
– in ebraico קצח (kazah);
– in russo chernuschka;
– in turco çörek otu;
– in arabo حبه البركة (habbatul barakah, letteralmente “semi di benedizione”);
– in persiano سیاهدانه (siyah daneh).
Nei paesi arabi, in epoca medioevale, veniva chiamata habbe sauda ovvero “grano nero”, mentre nella cucina bengalese viene chiamata “cumino nero”, e questo porta spesso a confonderla con il vero cumino nero, Bunium persicum.
È conosciuta anche come: seme nero, fiore di finocchio, fiore di noce moscata, coriandolo romano, seme nero di cipolla o sesamo nero. Questi nomi spesso sono ingannevoli e portano a confondere la nigella con altre spezie. Ad esempio, il vecchio nome inglese usato per indicarla, Gith, è ora utilizzato per il gittaione (Agrostemma githago).
Nella lingua dell’Assam è chiamata kaljeerakolajeera e in bengalese kalo jeeray mentre il cumino nero kala jeera. Nel Kannada, è chiamata [ಕೃಷ್ಣ ಜೀರಿಗೆ] Krishna jeerige, ed è utilizzata nel mix di cinque spezie paanch phoranpanch phoron nonché nel pane naan, in cui è ovviamente riconoscibilissima.
Il nome turco çörek otu significa letteralmente “erba del pane” dall’uso che se ne fa per aromatizzare i panini çörek. Questi panini a forma di treccia sono molto diffusi in Turchia e nei paesi vicini (come i τσουρέκι – tsoureki – greci o gli armeni չորեկ – choreg -).
In Bosnia, il nome turco per la Nigella sativa è čurekot. I suoi semi sono utilizzati per aromatizzare dei dolci, in bosniaco somun, soprattutto nella città di Sarajevo nelle feste religiose musulmane.
Esiste anche un modo di dire arabo: kaala jeera hebbit il barakah che significa “seme benedetto”.

La nigella era conosciuta ed apprezzata già dagli antichi egizi: sono stati ritrovati i suoi semi in diversi siti archeologici d’Egitto (ad esempio, nella tomba del faraone Tutankhamon erano presenti delle anfore colme di olio di nigella). Sebbene il suo esatto ruolo nella cultura egiziana sia a noi sconosciuto, questi ritrovamenti ci dicono che i semi e l’olio della pianta sono stati attentamente selezionati per accompagnare il faraone dopo la vita e, quindi, dovevano avere un ruolo rilevante nella società.
La prima scritta che fa riferimento alla nigella si trova nel Libro di Isaia nel Vecchio Testamento: Isaia contrasta la coltivazione di nigella e cumino (tipiche coltivazioni egiziane) esaltando al loro posto la coltivazione del grano (Isaia 28:25, 27).
In epoca medioevale, le proprietà della nigella furono studiate da ricercatori arabo-islamici, particolarmente dallo scienziato al-Biruni e dal filosofo e fisiologo Avicenna (Ibn Sina) il quale, nel suo “Canone della Medicina”, sostiene che i semi del grano nero abbiano la proprietà di stimolare l’energia corporea e che siano ricostituenti naturali.

La nigella, che avevo seminato senza saperlo perché presente in un mix di “fiori blu” acquistato in un supermercato alternativo, cresce di 20-30 centimetri in altezza, ha foglie ramificate e lineari (ma non filiformi). I fiori, molto delicati, variano dal bianco al blu passando per l’indaco chiaro ed il celeste. Possono avere da 5 a 10 petali.
I frutti sono capsule grandi e gonfie, composte ognuna da 3-7 unità: ciascuna contiene numerosi semi.

Questi semi vengono utilizzati come spezia: hanno un sapore amaro e pungente, con un debole odore di fragole. Vengono utilizzati prevalentemente per la preparazione di liquori, caramelle e dolci in genere. Nella cucina mediorientale trovano posto nelle ricette di dolci tipici e biscotti tradizionali; spesso vengono utilizzati anche per insaporire e ricoprire particolari tipi di pane (il naan di cui sopra), o come decorazione nelle insalate. L’olio di nigella è utilizzato negli Stati Uniti come integratore dietetico e può essere tranquillamente consumato anche sul pane.
Una piccola curiosità: l’olio di nigella è l’ingrediente principale di una bevanda al gusto di cola: Evoca Cola.

semi di Nigella - @ La Cucina del Bosco
foto tratta da http://www.tuttelespeziedelmondo.it/Negozio/tabid/106/ProdID/543/Nigella.aspx

Il profeta Maometto consigliava di “usare sempre i semi del grano nero poiché essi curano tutte le malattie, tranne la morte”: per questo la nigella è stata utilizzata per secoli nella medicina tradizionale islamica per curare disturbi e malattie. La grande versatilità della pianta nel trattamento di tante e diverse sintomatologie le ha procurato, presso i popoli arabi, l’appellativo come già detto di “seme benedetto”.
Mentre l’olio di nigella è stato sempre utilizzato per trattare, con successo, dermatiti, scottature ed eczemi, nella medicina indiana i semi della nigella sono usati come antiasmatici. La pianta manifesta una duplice attività: antistaminica e vasoregolatrice. L’infuso viene impiegato contro il meteorismo, le affezioni catarrali, per favorire il flusso mestruale e nella dismenorrea. L’azione diuretica, inoltre, contribuisce a limitare la ritenzione idrica premestruale. Viene anche utilizzata come antiparassitario contro i parassiti intestinali.
Recenti studi clinici esaminati in rassegna sistematica (Phytotherapy Research, 2003) sembrano dimostrare l’attività dell’olio di Nigella sativa in varie condizioni allergiche come la rinite, l’asma e l’eczema atopico (Paolo Campagna, Farmaci vegetali, Minerva Medica, maggio 2008).

***

Vi spiego il perché del mio interesse per la Nigella: l’altro giorno per caso sono capitata sul blog Kitchen of Palestine, dove tra le tante (gustosissime!) ricette ce n’è una che impiega, appunto, i semi di “grano nero”… Ne parla dicendo che essi hanno molti benefici, sono ricchi di importanti acidi grassi non saturi, di antiossidanti, e sono un potente booster per il nostro sistema immunitario. Tra l’altro favoriscono la digestione e regolano la pressione sanguigna. Cosa chiedere di più? 🙂

Essi vengono utilizzati nella cucina mediorientale senza tritarli per condire insalate, zuppe e pane.
Però su questo blog c’è una ricetta meravigliosa che voglio tradurre e condividere con voi: il qizha. Si tratta di una pasta esattamente come il tahini, con la differenza che il tahini viene realizzato a partire dai semi di sesamo (Sesamum indicum L.) mentre il qizha è sostanzialmente il tahini di Nigella. In Palestina il qizha migliore è quello fatto a mano a Nablus.
Questa pasta è realizzata tritando sia i semi di Nigella che quelli di sesamo e si trova nei negozi di cibi mediorientali (e qui potete trovarla online!!!).
Usata per molti secoli come alimento molto nutritivo, era anche un rimedio per diverse malattie come problemi digestivi, febbre, mal di testa e problemi alla pelle. Il rimedio più immediato era aggiungere un cucchiaio di pasta in un pentolino di acqua bollente. Portare a bollore per alcuni minuti, poi lasciar riposare per un po’. Versare in una tazza e aggiungere un po’ di miele. I semi di Nigella hanno un retrogusto amaro.

Nonostante questo gusto amaro, però, gli antichi palestinesi sono riusciti a creare un dolce fatto con questa pasta, aggiungendo olio, zucchero e farina tostata e cuocendo il tutto… ecco la ricetta di oggi, tradotta da me e gentilmente offerta da Kitchen of Palestine 😉

Ingredienti: 2 tazze di farina 00, mezza tazza di zucchero, mezza tazza di olio evo (o di olio vegetale), mezza tazza di qizha, una manciata di noci tritate (opzionale), una manciata di mandorle, pelate e tagliate a lamelle (o intere), 3/4 di tazza di sciroppo di zucchero (per farlo: mezza tazza di zucchero, mezza tazza d’acqua, un cucchiaino di succo di limone: porre tutto in una padella, portare a bollore sempre mescolando finché lo zucchero non è dissolto e lo sciroppo è denso. Far raffreddare prima di utilizzarlo).

Procedimento: in una grande padella, arrostire la farina a fuoco medio e mescolare frequentemente finché non diventa dorata (ciò avviene dopo circa 10 minuti). Spegnere il fuoco e far riposare e raffreddare. Poi aggiungere zucchero, olio d’oliva, qizha.
Mischiare il tutto con entrambe le mani e creare l’impasto aggiungendo 3/4 di tazza di acqua in modo graduale finché tutto non è ben amalgamato. Aggiungere le noci e mischiarle all’impasto. Stendere l’impasto in una teglia da forno. Usando un coltello, tagliare l’impasto ormai steso in piccoli quadratini, e guarnirne ognuno con le mandorle (o se preferite ognuno con una mandorla intera).

Mettere la teglia sulla griglia più bassa del forno e cuocere per circa 10-15 minuti a 150° solo in basso finché non diventa più soda e cotta. Per la parte superiore, cuocere altri 5-10 minuti solo dall’alto (anche crisp).
Togliere la teglia dal forno, aggiungere lo sciroppo di zucchero sulla torta e far raffreddare prima di servire.

Non è uno spettacolo?

torta al qizha - @ La Cucina del Bosco

torta al qizha – @ La Cucina del Bosco [foto http://www.kitchenofpalestine.com/qizha-pie/ ]

Però io raccoglierò dai miei fiori i semi di Nigella interi, e voglio provare a fare io la qizha.
E quindi, se è una tahini, basta seguire la ricetta della tahini e cambiare i semi…

Ingredienti: un bicchiere di semi di sesamo, un bicchiere di semi di Nigella, olio di sesamo oppure olio di semi: un misurino e mezzo, un pizzico di sale (facoltativo)
Procedimento: accendere il forno a 160°. Distribuire tutti i semi su una teglia da forno ricoperta di carta da forno e tostarli per una decina di minuti (muoverli spesso per far sì che si tostino bene da tutti i lati). Devono diventare dorati, non scuri.
Far raffreddare, versarli nel boccale del Bimby aggiungendo l’olio e un pizzico di sale (facoltativo), 2 minuti velocità Turbo.
Aprire il coperchio, spatolare, altri 2 minuti velocità Turbo. Ripetere ancora una volta: bisogna ottenere una pasta fluida e non troppo densa, di modo da poterla versare dal boccale. Se così non fosse, aggiungere un cucchiaino d’olio per volta.
Conservare in un recipiente ben chiuso, si conserva in frigorifero per sei mesi.

E siccome mi e vi voglio bene, si può anche provare a fare la dukkah con il “sesamo nero” ovvero i semi di Nigella!

Ingredienti: 8 cucchiai di semi di sesamo, 4 cucchiai di semi di coriandolo, 3 cucchiai di semi di Nigella, 50 grammi di noci di macadamia, sale e pepe q.b.
Procedimento: tostare tutti i semi in padella per qualche minuto, inserirli nel boccale del Bimby insieme alle noci spezzettate. Tritare 2 minuti velocità 7. Se sono ancora troppo grossolani, 50 secondi velocità 7. Non devono diventare polvere, ma essere piccoli pezzettini.
Si conserva in un contenitore a chiusura ermetica, preferibilmente in frigo, per sei mesi.

Utilizzo della dukkah: tradizionalmente viene mangiata immergendo pane arabo non lievitato (tipo pita) prima in olio evo e quindi nella dukkah. Si può mescolare alle insalate o sulle verdure e… “la morte sua” è usarla al posto del panko, ovvero per impanare verdure o altro da friggere a mo’ di tempura. Ottima, infine, sulle uova sode.

Enjoy!

Ricette campagnole I – Linguine pomodorini confit e pesto d’olive

Non amo moltissimo la pasta ma ogni tanto un bel piatto colorato e saporito fa gola anche a me.
Non avevo molta voglia di cucinare (strano ma vero ma ero molto stanca!) e mi son detta “quasi quasi preparo spaghetti aglio olio e peperoncino”, che mi piacciono tanto e con un bel po’ di peperoncino. Ma…

Avevo preparato un pesto di olive come contorno per una grigliata del mio vicino argentino che ci ha invitati a prender parte alla cerimonia (sì, solo così può essere chiamata!) dell’asado, e ne è avanzato tanto… così ho spezzettato un po’ di pomodori datterini et voilà! Veloce, economica, come le ricette che le donne di campagna d’altri tempi sapevano fare con ciò che avevano in casa e nell’orto.
Come sempre le mie ricette hanno tremila varianti, per cui al posto del pesto di olive verdi potete usare quello di olive nere, quello di mentuccia, aggiungere le mandorle o altra frutta secca (io ci ho messo dei semi di finocchio stavolta, perché andava tutto fritto in aglio e olio, e non mi andava di far cambiare il sapore a pinoli o nocciole), al posto dei pomodorini freschi stanno benissimo anche quelli secchi, sott’olio, o dei carciofi. Insomma, come dico sempre, la cucina è un piacere anche perché si può scatenare liberamente l’inventiva, per cui.. fatevi sotto! 😉

linguine al pesto di olive e pomodorini confit - La Cucina del Bosco

linguine al pesto di olive e pomodorini confit – La Cucina del Bosco

Ingredienti: 60 grammi di linguine “doppie” a persona; due foglie di basilico.
Per il pesto: 300 grammi di olive verdi (preferibilmente di Cerignola), 60/90 grammi di olio evo, uno spicchio d’aglio, un cucchiaino di origano, due cucchiaini di semi di finocchio, sale e pepe bianco q.b..
Per i pomodorini confit: 20 pomodori datterini, sale q.b., spezie ed erbe a piacere.

condimento quasi pronto! - La Cucina del Bosco

condimento quasi pronto! – La Cucina del Bosco

Procedimento: denocciolare le olive. Togliere l’anima allo spicchio d’aglio. Tostare per mezzo minuto i semi di finocchio in una padella antiaderente.
Sulla teglia del forno disporre i pomodorini tagliati in tre, o a metà; cospargere di un filo d’olio e condire con spezie ed erbe a piacere (aglio, origano, pepe, pesteda, semi di finocchio, aneto in polvere, persino un pizzico di cannella!). Cuocere a 150° finché non saranno appassiti.

pesto di olive - La Cucina del Bosco

pesto di olive – La Cucina del Bosco

Inserire nel boccale del Bimby, dal foro del coperchio con lame in movimento, le olive e l’aglio: 20 secondi velocità 6.
Spatolare e unire 60 grammi di olio, il sale, l’origano ed i semi di finocchio, un pizzico di pepe bianco, e amalgama per un minuto velocità 3.
Se volete conservarlo coprite con i restanti 30 grammi di olio e conservate in frigo, se no utilizzatelo così com’è.

Cuocere la pasta al dente, scolarla e rimetterla nella pentola. Versare il pesto, i pomodorini e amalgamare bene.
Se si utilizza il parmigiano o il pecorino grattugiato il piatto è molto salato e si perde il contrasto tra il salato/piccante delle olive e il dolce dei pomodorini e del finocchio… ma se piace mettetelo pure!

Buon appetito!

p.s. trucco da chef? Prima di servire, spolverare un po’ di bottarga… gnam!

Mix di cuori per aperitivo

I cuori erano stati preparati per l’aperitivo di San Valentino presso Spazio per Me ma ovviamente si possono realizzare in tutte le forme.
Qui le ricette delle due proposte, una piccante e l’altra delicata, entrambe sfiziose e di sicuro effetto!

Cuori “delle tre P”: peperoni, pomodori e pesteda*

Ingredienti
per la pasta sfoglia: 200 grammi di farina 00; 200 grammi di burro congelato a pezzetti; 70 grammi di acqua ghiacciata; 10 grammi di sale
per il condimento: peperoni in agrodolce q.b.; pomodori secchi sott’olio; pesteda*
Procedimento
per la pasta sfoglia:
versare nel boccale del Bimby farina, burro, sale e acqua fredda ed impastare per circa 30 secondi a velocità 5.
Togliere l’impasto dal boccale e stenderlo con il mattarello. Ripiegare la sfoglia in 3 pezzi, sovrapponendoli.
Girare l’impasto, ripiegarlo in due, stenderlo con il mattarello.
Ripetere nove volte.
Mettere la pasta in frigo a riposare per una mezz’oretta.
Stenderla e con un tagliabiscotti o un coppapasta creare la forma desiderata.

cuori di pasta sfoglia

cuori di pasta sfoglia

Condire ogni cuore con pezzettini di peperone in agrodolce, pezzettini di pomodori secchi sott’olio, un pizzico di pesteda.

Non mettere il sale!

*

Cuoricini senape & origano
Per la pasta sfoglia seguire la ricetta appena indicata.
Per il condimento, preparare una salsina tipo vinaigrette con senape naturale in grani q.b., zucchero di canna semolato q.b., un po’ di succo di lime. Spennellare con un pennello ogni cuore con la salsina. Cospargere di origano secco.

I cuoricini vanno cotti in forno, preferibilmente ventilato, già conditi, mezz’ora circa a 175°.

cuoricini in cottura in forno

cuoricini in cottura in forno

Ottimi caldi, sono buonissimi anche gustati freddi.

Buon appetito!

cuoricini "delle tre P" prima della cottura

cuoricini “delle tre P” prima della cottura

cuoricini senape & origano

cuoricini senape & origano

pronti da mangiare!

pronti da mangiare!

 

* pesteda: insaporitore tipico della cucina valtellinese. Ringrazierò sempre Denise che me l’ha fatto conoscere 🙂
Nel dizionario etimologico grosino viene definito pestèdapestatapicchiata.
Si tratta di un battuto di aglio, sale, pepe, foglie di achillea nana (girupina) e timo serpillo (peverel) utilizzato come condimento aromatico soprattutto per i piatti tipici della tradizione culinaria locale (si pensa sia il condimento “per eccellenza” dei pizzoccheri).
Le famiglie di Grosio continuano a preparare la pesteda secondo antichi metodi segreti, tramandati solo all’interno dei nuclei familiari. Pare anche che ogni famiglia abbia la propria ricetta, per cui il gusto può variare.
Si tratta alla fine di un mix di spezie, dai grosini chiamato “la pozione”, che oltre ad insaporire i cibi ha anche il potere di rinvigorire lo spirito ed il corpo… infatti una volta provata non se ne può più fare a meno!
L’achillea nana è tipica di queste zone così come il timo serpillo.
Qualcuno ci aggiunge bacche di ginepro, altri un po’ di brandy o la grappa, la ricetta “base” ha il vino valtellinese…
Addirittura per custodire questo sapore antico è stato fondato il comitato della pesteda grosina, che ha il compito di far conoscere “la pozione”.

Ma possiamo farla anche in casa!
Ingredienti:
aglio, sale grosso, pepe nero, qualche bacca di ginepro, achillea nana, timo, vino rosso scuro qualche cucchiaio.
Procedimento: inserire tutti gli ingredienti nel Bimby e frullare un minuto a velocità 6.
Si conserva in frigo in un barattolo di vetro.
Si può usare al posto del sale.