Stelle Fisse – Lab “Il Bosco sotto Vetro”

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Per il 2 giugno non prendete impegni!
Vi aspetto al Festival Stelle Fisse, prima edizione, che si terrà dal 1 al 4 giugno 2017 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo.

Vi racconterò come conservare, preparare e cucinare ciò che il bosco ci offre per tutto l’anno, naturalmente seguendo la stagionalità e il momento migliore per raccogliere.

Il laboratorio consiste in un momento di riconoscimento e raccolta sul campo e in un  momento di pratica per conoscere procedimenti e ricette.

I partecipanti avranno modo di imparare ricette antiche e semplici per replicarle a casa, oltre che apprendere un patrimonio millenario legato al riconoscimento di cibo selvatico edibile.

Per iscriverti e ulteriori informazioni visita il link.

Ti aspetto!

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Geum urbanum

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Il Geum urbanum L., chiamato in italiano cariofillata o in gergo “erba benedetta” (in inglese wood avensherb Bennetcolewort) dal latino herba benedicta, è una pianta perenne delle Rosaceae, la stessa famiglia delle rose, delle ciliegie, delle fragole e delle pere, che cresce in luoghi ombreggiati in Europa e in Medio Oriente. In italiano la si può chiamare, a seconda delle regioni, garofanaia o ambretta selvatica.

È una pianta erbacea vivace, ricoperta di peli rigidi, con un corto, duro, ruvido e robusto rizoma, contornato da radichette bruno-chiare, dal quale si diparte il fusto peloso, eretto, ramoso e alto fino a 100 cm.
La rosetta basale è formata da foglie con un picciolo corto, irregolarmente pennate, con la fogliolina terminale con base acuta, ma tutte di forma ovale e dentate; le foglie cauline, sessili, sono costituite da tre foglioline o da una sola foglia divisa in tre lobi.
È abbastanza facile riconoscerla proprio perché la sua foglia è così caratteristica.

L’infiorescenza apicale, variamente ramificata, è costituita da fiori caduchi, profumati, ermafroditi, grandi fino a 2 cm., con cinque sepali triangolari e cinque petali da giallo-oro a giallo pallido, da non confondere con il fiore del ranuncolo selvatico; sono anzi simili a quelli della fragola che però ha i petali bianchi e il centro giallo vivo. Vengono impollinati dalle api.
I frutti sono una massa di acheni ricoperti da peli, di colore rosso scuro, ciascuno dei quali terminante con una spina ricurva simile a un amo. Vengono così ad ancorarsi sul pelo degli animali che ne permettono la diffusione.

Si trova nelle zone fredde e temperato-fredde ed è molto diffusa soprattutto ai margini nei boschi nell’Italia settentrionale; risulta molto difficile da trovare altrove in Italia. Il suo habitat è dal mare alla zona montana (fino a 1600 metri) nei boschi di latifoglie, nelle macchie, nei terreni abbandonati, lungo i muri e in genere in luoghi freschi e ombrosi.
Fiorisce da maggio a luglio.

Alcuni sostengono che si chiami “erba benedetta” anche perché coltivata soprattutto dai benedettini nei loro monasteri, quando le erbe selvatiche erano coltivate e quindi non proprio selvatiche e entravano a far parte della cosiddetta alchimia dei semplici.
Del Geum urbanum, da non confondere con il Geum montanum che è bellissimo ed è meglio non raccoglierlo, si è utilizzata nel corso della storia umana soprattutto la radice come spezia aromatizzante nelle zuppe e in particolare, nei paesi del nord e soprattutto nel Regno Unito, per aromatizzare la birra.

Nel folklore l’erba benedetta si dice allontani gli spiriti maligni e protegga dai cani rabbiosi e dai serpenti velenosi.
Spesso associata con il cristianesimo, perché le foglie crescono in numero di tre e i petali sono cinque (il che ricorda, rispettivamente, la Trinità e le Cinque Piaghe).
A livello astrologico è una pianta collegata a Giove: legato all’elemento Terra, rappresenta l’espansività e la giovialità, la fiducia nella vita e la gioia di vivere, la crescita, la maturità e lo sviluppo, e l’arricchimento.
Nel corpo Giove governa il fegato, che produce energia attraverso l’elaborazione degli zuccheri; inoltre Giove governa la testa, visto che nell’Olimpo degli dei Giove è il capo, il signore di tutte le altre divinità.
Sono collegate a Giove tutte le erbe che hanno attinenza con il fegato e con la testa, come ad esempio il carciofo e il noce.

Anticamente l’erba benedetta veniva utilizzata come trattamento contro i veleni e i morsi di cane. Paracelso suggeriva il suo utilizzo per malattie del fegato, catarro e dolori di stomaco.
Le foglie e le radici di Geum urbanum sono state utilizzate nella tradizionale farmacopea austriaca internamente, come tisana per il trattamento dei reumatismi, della gotta, di infezioni e febbre.
Gli erboristi moderni lo utilizzano per trattare la diarrea, problemi al cuore, l’alitosi e le afte, e per prevenire le coliche.

Nei tempi antichi veniva indossata come amuleto, perché, come scritto nell’Ortus Sanitatis (pubblicato nel 1491) “Dove la radice prende dimora Satana non può far nulla e da essa vola via, per cui essa è benedetta prima di tutte le altre erbe, e se un uomo porta la radice con sé nessuna bestia velenosa può fargli del male”.
Il Dott. Prior (in Popular Names of English Plants) sostiene che il nome originario in inglese era probabilmente “St. Benedict’s Herb” che le fu assegnato per essere un antidoto, alludendo a una leggenda riferita a San Benedetto. Si racconta infatti che una volta un monaco offrì a San Benedetto un calice di vino avvelenato ma quando il santo lo benedisse il veleno, essendo una sorta di spirito maligno, volò via con tale forza che il calice in vetro si frantumò in mille pezzi, rivelando così il crimine nascosto nell’avvelenamento.
È chiaro che siamo di fronte a una pianta che si credeva avesse forti poteri protettivi: poteri di allontanare i demoni e, se la guardiamo con occhi moderni, non siamo lontani dalla verità. L’erba benedetta ha infatti dei potenti costituenti che allontanano la malattia.
È infatti antinfiammatoria, antisettica, aromatica, astringente, diaforetica e tonica.
La radice polverizzata è stata utilizzata a lungo come sostituto del chinino nel trattamento della febbre.
Aggiungendola a un insieme di erbe per farne una tisana, ad esempio con sambuco, Filipendula ulmaria e anche un po’ di tiglio, è utile per far sudare e abbassare la temperatura in caso di febbre.

L’alto contenuto di tannini fa dell’erba benedetta un’erba astringente, da usare specificatamente per trattare problemi che riguardano la bocca, la gola e il tratto gastro-intestinale. Fortifica le gengive infiammate, guarisce le afte e le stomatiti, è ottima per fare i gargarismi in caso di infezioni della bocca e della gola e riduce le irritazioni dello stomaco e dell’intestino.

In olandese l’erba benedetta è chiamata nagelkruid e il chiodo di garofano kruidnagel: del resto è risaputo tra chi si intende di erbe che la radice del Geum urbanum ricorda, soprattutto nell’odore, la cannella ma soprattutto il chiodo di garofano. Contiene infatti eugenolo, che ha proprietà antibatteriche. È proprio l’eugenolo che, in combinazione con i tannini, la rende ottima per le infezioni della bocca.
Nell’epoca dei Tudor nel Regno Unito si era soliti appendere mazzetti di Geum urbanum con tutte le radici negli armadi per allontanare le tarme.

La raccolta dell’erba benedetta avviene di preferenza alla fine dell’inverno e l’inizio della primavera poiché è in quel periodo che la fragranza è più accentuata. Se essa non è presente, semplicemente rimettete la radice e la pianta nella terra. Il Geum urbanum diventa spesso ibrido con il Geum rivale, con il risultato di una radice di qualità inferiore e profumo più leggero o quasi inesistente.

La radice va pulita con attenzione per eliminare eventuali residui di terra e maneggiata con molta cura in quanto gli oli, volatili, potrebbero perdersi durante il processo, esattamente come durante il processo di essiccazione.
Le radici vanno essiccate intere e spezzettate o macinate solo dopo, prima dell’uso. Un macinino può essere utile alla bisogna così da utilizzarle come fossero cannella in polvere. Storicamente era questo il modo in cui esse venivano utilizzate come aromatizzante per la birra dagli anglosassoni.

Se siete nel periodo dell’anno in cui non si possono raccogliere le radici non disperate: potete raccoglierle anche verdi, prima però che la pianta vada in fiore.

Le radici più sottili sono quelle più profumate mentre l’attaccamento delle radici alla pianta non dà alcun sapore e non ha alcun profumo.

Le foglie possono essere utilizzate crude in insalata o nelle zuppe.

Attenzione! Spesso nei boschi l’elleboro cresce vicino l’erba benedetta. L’elleboro è estremamente tossico se non addirittura mortale. Le foglie delle due piante sono molto diverse ma le radici sono molto simili, per cui raccogliete solo le radici attaccate alla pianta di modo da non sbagliare.

Colluttorio con l’erba benedetta
Riempite un barattolo di vetro per metà con radici di Geum urbanum lavate e fatte a pezzettini e ricoprite di vodka o gin (non importa che tipo di alcool utilizziate, l’importante è che abbia una gradazione di circa il 40%). Fate attenzione che tutte le radici siano ricoperte dal liquido.
Lasciate in infusione per 6 settimane al termine delle quali filtrerete con un panno di lino o un canovaccio pulito. Versate in una bottiglia di vetro scuro e etichettate.
Si usa mettendo un cucchiaino in metà bicchiere d’acqua per fare dei semplici sciacqui dopo aver lavato i denti, e così è ottimo per fortificare le gengive. In caso di infezione ne userete un cucchiaio, e anche per fare i gargarismi in caso di mal di gola, che facendo gli sciacqui due volte al giorno fa passare in 24 ore.

Tisana invernale del bosco
Ingredienti: due radici di Rumex crispus, due radici di Geum urbanum, una manciata di gelsi essiccati, due stecche di cannella, un pezzo di radice di zenzero, un cucchiaio di tè verde in foglie o di foglie di Geum urbanum spezzettate; pepe nero a piacere (opzionale); un litro d’acqua (o quattro tazze).
Procedimento: portate l’acqua a bollore con tutti gli ingredienti all’interno. Spegnete il fuoco quando arriva a bollore e sistemate la pentola con tutto il liquido dentro e il coperchio in una coperta. Se volete una tisana leggera dopo dieci minuti, se no dopo trenta minuti per una bella tisana forte, togliete il coperchio.
L’acqua sarà nera e l’aroma forte e molto piacevole. Filtrate e… buon relax!
Bevetela così com’è se vi piace il gusto amaro, se no potete addolcire con un dolcificante naturale ma anche con latte di mandorla. Così la tazza nelle vostre mani avrà tutti gli elementi di madre Natura: la terra (le radici), l’acqua, il fuoco (con cui avevate scaldato l’acqua) e l’aria (lo notate quel filo blu che sale dalla tazza? 😉 ).

Aloysia citrodora

Aloysia citrodora

L’Aloysia citrodora è un arbusto della famiglia delle Verbenaceae, a volte chiamata verbena odorosa ma da non confondere con la verbena comune (Verbena officinali). In italiano ha tanti nomi popolari: cedrina, limoncina, citronella, erba Luigia, erba Luisa, erba di Maria Luigia, erba perseguita, limonetto, lippa, Aloisio, erba fiscella.

Cedrina, limoncina e citronella sono nomi attribuiti anche ad altre erbe, per questo è importante, quando si parla di erbe (selvatiche e non) far sempre riferimento al loro nome botanico.

Il nome del genere, Aloysia, è un omaggio a Maria Luisa di Parma, moglie di Carlo IV di Spagna.

Citrodora deriva invece dal latino e significa “dal profumo di limone”.

Questa pianta ha infatti un intenso profumo di agrumi, simile a quello della melissa.

È un arbusto che può raggiungere fino a tre metri di altezza.

Le foglie sono decidue, lanceolate, lunghe fino a 7 cm.

I fiori sono piccoli e raggruppati in infiorescenze a spiga, di colore dal bianco fino al lilla pallido.

È originaria dell’America meridionale, dove si trova allo stato selvatico, ma si è inselvatichita anche in Italia fino agli 800 metri. Fu introdotta in Europa dai conquistadores nel 17° secolo.

L’erba Luigia è utilizzata prevalentemente a livello industriale in campo cosmetico per l’olio essenziale che si estrae dalle sue foglie: esso è ricco di composti volatili (geranio, citrale e limonene).

I suoi usi sono molteplici: il classico utilizzo “casalingo” è la preparazione di tisane, infusi e impacchi.

In cucina si usa per fare liquori, marmellate, macedonie e come spezia o condimento.

Non bisogna eccedere nell’uso perché può provocare disturbi allo stomaco fino ad arrivare alla gastrite.

L’infuso è digestivo, carminativo e antispasmodico, viene quindi utilizzato in caso di dolori di stomaco o indigestione. È anche un blando sedativo.

L’erba Luigia ha una notevole quantità di melatonina, così promuove il sonno.

Viene raccolta due volte l’anno: in tarda primavera e inizio autunno. Vengono utilizzate le foglie giovani e le sommità fiorite.

La propagazione della pianta avviene nel mese di luglio: si prelevano dai rami e dal fusto talee di circa 8 cm. che si piantano in un miscuglio di torba e sabbia in parti uguali.

Le talee radicate si piantano nel maggio successivo.

Per alleviare arrossamenti o pruriti della cute miscelare due pizzichi di achillea, due di melissa, uno di rosa, uno di lavanda, uno di timo, uno di rosmarino e uno di erba Luigia. Lasciare il miscuglio in infusione per 4 minuti in una tazza di acqua bollente.

Le foglie secche mantengono il loro profumo a lungo e si possono mettere nei sacchettini nell’armadio o direttamente tra la biancheria e le lenzuola per diffondere la loro fragranza e allontanare le tarme o altri insetti. Possono anche naturalmente essere aggiunte a un pot-pourri.

Preparando un infuso con una maggiore quantità di foglie si avrà un profumo maggiore e potremo utilizzarlo per fare il bagno diluito nell’acqua della vasca.

Aggiungendo una manciata di foglie all’aceto di mele avremo un ottimo tonico per ammorbidire e rinfrescare la pelle.

Come la citronella, l’erba Luigia allontana zanzare e insetti, per cui d’estate si possono mettere dei mazzetti a seccare vicino gli ingressi o le finestre.

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In cucina

Si possono utilizzare le foglie per fare un aceto molto aromatico o per dare un tocco ancor più rinfrescante alla limonata.

Possono essere lavorate insieme a vaniglia e lamponi per preparare un ottimo gelato.

Aggiungendola a burro, timo e magari anche buccia di limone si può creare un burro aromatico da spalmare sia su tartine che come accompagnamento a varie pietanze, come le pannocchie di granturco arrostite.

Le foglie aggiungono un aroma di limone anche a verdure marinate, condimenti per insalate, marmellate, gelatine, budini, ma soprattutto macedonie di frutta e bevande.

Altri usi dell’Aloysia citrodora:

preparare una tisana al sole: lavare due manciate di foglie, metterle in un barattolo di vetro e lasciarlo al sole per diverse ore. Procedere alla sera come per una normale tisana. In questo modo aumenta l’aroma perché il calore del sole fa aumentare l’emissione degli oli essenziali;

preparare un aceto semplicemente tagliando o spezzando le foglie e coprendole con aceto di sidro di mele o aceto di vino bianco per 30 giorni. Si può anche aggiungere una manciata di foglie di menta per un sapore ancora più speciale;

preparare un olio aromatizzato, con lo stesso procedimento di cui sopra; se si vuole aggiungere anche la buccia di un limone senza la parte bianca (che è amara);

preparare lo zucchero aromatizzato, ottimo per i dolci, aggiungendo delle foglie tritate in un vasetto di vetro pieno di zucchero. Lasciarlo per una notte, e lo zucchero assorbirà gli oli essenziali e le loro proprietà.

L’aceto di sidro di mele con le foglie infuse è anche un ottimo tonico che aiuta ad ammorbidire e rinfrescare la pelle. Usandolo d’estate, aiuta anche a respingere insetti fastidiosi come zanzare e mosche.

Nel folklore l’erba Luigia è collegata con la purificazione e con l’amore: si diceva anticamente che, per attirare un corteggiatore, bastava cospargere il palmo della mano con qualche goccia di olio essenziale per sfregarlo poi leggermente sulla mano della persona amata. Questo contatto tra l’essenza e la pelle dell’amato era una sorta di “incantesimo amoroso”.

Ricetta:

Liquore all’erba luigia

Ingredienti (per un litro): 500 ml di alcool 90° o vodka, 500 ml di acqua, 200 grammi di zucchero, 40 foglie di erba luigia, la scorza di un limone bio non trattato.

Procedimento: raccogliere le foglie fresche o essiccate. Preparare uno sciroppo di zucchero mettendo in un pentolino acqua e zucchero su fiamma bassissima fino a far sciogliere lo zucchero. Far raffreddare.

Aggiungere l’alcool o la vodka e versare il tutto in una bottiglia nella quale avrete sistemato le foglie di erba luigia.

Chiudere le bottiglie con il tappo e lasciare macerare per tre mesi in un luogo buio e fresco.

Per l’erba luigia ad oggi non è stata individuata alcuna tossicità specifica, a parte naturalmente allergie o intolleranze individuali.

Camomilla

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La camomilla (Matricaria chamomilla L.) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Asteraceae (Composite).

Il nome deriva dal greco χαμαίμηλον (chamáimēlon), parola formata da χαμαί (chamái), “del terreno” e μήλον (mḗlon), “mela”, per l’odore che somiglia a quello della mela renetta. Questa derivazione è conservata nel nome spagnolo manzanilla da manzana che significa appunto mela.
Il nome del genere, Matricaria, proviene dal latino mātrīx,mātrīcis, che significa “utero”, con riferimento al suo potere calmante nei disturbi mestruali.

La camomilla appartiene a un genere di sole 7 specie.

La pianta ha radici a fittone e un portamento cespitoso, con più fusti che partono dalla base, più o meno ramificati nella porzione superiore. L’altezza non supera in genere i 50 cm. nelle forme spontanee, mentre nelle varietà coltivate può arrivare a 80 cm.
La pianta è spiccatamente aromatica.
Le foglie sono alterne e sessili, oblunghe. La lamina è bipennatosetta o tripennatosetta, con lacinie lineari molto strette.

I fiori sono riuniti in piccoli capolini con ricettacolo conico e cavo. I fiori esterni hanno la ligula bianca, quelli interni sono tubulosi con corolla gialla. I capolini, di diametro di 1/2 cm., sono riuniti in cime corimbose. Essi hanno un odore aromatico gradevole e contengono un’essenza caratteristica costituita dal principio attivo azulene, e da una mescolanza di altre sostanze (acido salicilico, acido oleico, acido stearico, alfa-bisabololo).

 

Il frutto è una cipsela di circa un mm. di lunghezza, di colore chiaro, privo di pappo.

La specie è diffusa in Europa e Asia e naturalizzata in altri continenti.
Cresce spontanea nei prati e in aperta campagna, non oltre gli 800 m.; diventa spesso invadente comportandosi come pianta infestante delle colture agrarie.
È una specie rustica che si adatta a terreni poveri, moderatamente salini, acidi.
Il ciclo di vegetazione è primaverile-estivo, con fioritura in tarda primavera e nel corso dell’estate.

Si raccolgono solitamente i fiori, preferibilmente dopo aver perso i petali ma prima di essersi essiccati sulla pianta stessa.
Una comune metodologia di raccolta consiste nel far passare tra le dita (o tra i denti di appositi pettinini) gli steli della pianta di modo da raccoglierne solo i fiori, evitando una lunga fase di pulitura.
I capolini si essiccano disponendoli in strati sottili all’ombra; si conservano poi in recipienti ermetici di vetro al riparo da fonti di luce e umidità.
Si possono anche essiccare mazzolini delle cime della pianta con i fiori, a testa in giù in un sacchetto di carta bucherellato per non favorire lo svilupparsi di muffe e far aerare per una perfetta essiccazione. I fiori caduti dai mazzetti creano una polverina: viene utilizzata anch’essa, spesso per infusi, filtrando o meno a seconda dei gusti.

Dai fiori si producono infusi che vengono utilizzati per i loro effetti blandamente sedativi.
Oltre che alla somministrazione orale si può ricorrere all’uso di preparati di camomilla anche per nebulizzazioni, linimenti anti-stress, impacchi, colliri e colluttori (questi ultimi anche insieme alla malva).

La camomilla è dotata di buone proprietà antinfiammatorie, locali e interne, e costituisce un rimedio calmante tipico dei fenomeni nevralgici (sciatica, trigemino, lombaggine e torcicollo). Questo, grazie a certi componenti dell’olio essenziale (alfa-bisabololo, guaiazulene, camazulene e farnesene), a una componente flavonoide (soprattutto apigenina, quercetina, apiina e luteolina) e ai lattoni matricina e des-acetil-matricarina.
Il suo potere antiflogistico, a parità di principio attivo (in peso), è stato comparato a quello del cortisone.
Altri flavonoidi presenti (eupatuletina, quercimetrina) e le cumarine sono responsabili delle proprietà digestive e spasmolitiche.
Queste combinazioni di principi attivi ne fanno un buon risolvente nella dismenorrea, nei crampi intestinali dei soggetti nervosi, negli spasmi muscolari e nei reumatismi.
Le tisane ottenute con la camomilla inoltre provocano l’espulsione dei gas intestinali in eccesso.
In omeopatia la camomilla viene inoltre consigliata per i problemi legati alla dentizione, alla sindrome premestruale e a varie malattie infantili come otiti, coliche e numerosi problemi comportamentali.

Sono infine note a tutti le proprietà nutrizionali della camomilla per capelli e cuoio capelluto; si utilizza anche per schiarire i capelli biondi che con il tempo tendono al castano: per questi scopi si deve preparare un infuso di fiori di camomilla, lasciarlo raffreddare, filtrarlo e poi utilizzarlo regolarmente dopo lo shampoo, per almeno una o due volte a settimana.

Ad uso interno: in infuso per sedare spasmi allo stomaco e all’intestino e coliche renali e biliari. Favorisce la digestione e calma la nausea e il vomito. Aiuta a abbassare la febbre e a superare il raffreddore e calma nevralgie e dolori di testa.

Uso esterno: per curare scottature, prevenire ulcere e infezioni e per disinfettare le ferite.
Per gargarismi in caso di mal di gola.
L’olio di camomilla è usato per frizionare le parti colpite da dolori articolari e nevralgie.

Curiosità

Camomilla romana
È comune nell’Europa occidentale e coltivata specialmente nella provincia di Roma.
Viene anche chiamata camomilla inglese.
È più pregiata della camomilla comune per il miglior aspetto, ma in realtà i suoi principi sono meno attivi.
Contiene un’essenza di colore azzurro chiaro (cerulina) dall’odore gradevole.
Viene utilizzata soprattutto nella preparazione dei liquori.

La camomilla comune si aggiunge ai cosmetici come antiallergenico e si utilizza in decotto come schiarente per i capelli.

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Ricette base

Infuso: 2/4 grammi di fiori, una tazza di acqua bollente. Va preso dopo i pasti e prima di coricarsi.

Contro l’insonnia fa molto bene la tisana: un pizzico di fiori di camomilla, un pizzico di fiori di tiglio, 4/5 foglie di menta piperita, 100 gr. di acqua bollente; zuccherare a piacere.

Olio di camomilla: 20 grammi di fiori secchi, 100 grammi di olio evo. Scaldare per due ore a bagnomaria; lasciar raffreddare; colare e spremere con un panno leggero; aggiungere 10 grammi di canfora. Linimento contro le infiammazioni e i dolori.

Tintura di camomilla: 100 grammi di fiori, 500 grammi di alcool a 60°. Lasciar macerare per dieci giorni e filtrare. In pozione: 5/10 grammi.

Elisir di camomilla: 25/30 grammi di fiori, 300 grammi di alcool. Lasciare a macero per 10 giorni. Filtrare, aggiungere 300 grammi di acqua e 450 grammi di zucchero. Bere a bicchierini prima o dopo i pasti.

Per la digestione difficile: preparare un infuso con 5/10 grammi di infiorescenze di camomilla in un litro d’acqua bollente (circa 5/6 infiorescenze per tazza). Berne da 3 a 6 tazze calde al giorno.

Per la gastrite: lasciate in infusione un cucchiaio da dessert di camomilla per 15 minuti in una tazza di acqua bollente. Aggiungere il succo di mezzo limone e filtrare. Berne 1/2 tazze al giorno in caso di bisogno.

Per l’inappetenza: bere mezz’ora prima dei pasti un bicchiere di tisana non dolcificata ottenuta lasciando in infusione due pizzichi di camomilla e due di angelica per 10 minuti in acqua bollente.

Disturbi mestruali: se il flusso sanguigno è troppo abbondante, mescolate in parti uguali valeriana, camomilla e menta piperita. Lasciare in infusione due pizzichi della miscela per 10 minuti in una tazza d’acqua bollente. Bere una volta al giorno.
Preparate una tisana con 20 grammi di calendula, 20 grammi di camomilla, 15 grammi di achillea, 15 grammi di melissa, 15 grammi di iperico, 15 grammi di tiglio in un litro d’acqua. Filtrare e berne tre tazze al giorno, calda, lontano dai pasti, una settimana prima dell’inizio del ciclo e continuare per alcuni giorni dopo il termine. Per disturbi della menopausa, due o tre tazze al giorno lontano dai pasti.

Per eliminare i punti neri: ogni giorno fate un impacco di camomilla sul viso pulito per almeno venti minuti. Eseguendo con regolarità la cura raggiungerete in breve tempo buoni risultati.

Preparate l’olio di camomilla scaldando a bagnomaria per tre ore 100 grammi di infiorescenze di camomilla in mezzo litro di olio evo. Filtrare e conservare in bottiglia. Frizionare al bisogno le zone della pelle interessate da infezione o infiammazione.

Lombaggine: preparate un infuso con 50 grammi di infiorescenze di camomilla in un litro d’acqua. Filtrate e applicate un impacco sulla zona interessata.

In caso di vista affaticata portate a ebollizione in un litro d’acqua 5/6 cucchiai da minestra di fiori di camomilla per 1-2 minuti, quindi spegnete e lasciate in infusione per 20 minuti. Imbevete delle garze nell’infuso e fate degli impacchi sugli occhi per 5 minuti.

Per attenuare la stanchezza degli occhi, imbevete delle compresse di cotone con infuso di camomilla tiepido. Ponete le compresse sugli occhi e lasciatele in posa finché non saranno fredde. Ottimo anche in caso di congiuntivite o bruciore agli occhi.

Ricette di cucina e non

Tisana estiva per bambini e ragazzi con camomilla
Ingredienti: 2 parti di foglie di lampone, una parte di ibisco, una parte di buccia d’arancia, una parte di buccia di limone, mezza parte di lemongrass, 1/2-una parte di cinorrodi di rosa canina (a seconda di quanto la volete dolce, per contrastare l’acredine dell’ibisco), un quarto di camomilla; quattro tazze di acqua bollente, quattro cucchiai di tè in foglie, 4/5 limoni medi o una tazza e mezzo/due di succo di limone – che può essere sostituito con succo d’arancia, lime, mela, etc.); dolcificante: miele, sciroppo d’acero, zucchero di cocco, stevia, etc. a piacere; una damigiana o una bottiglia; acqua ghiacciata.
Procedimento: mischiare gli ingredienti secchi per il tè in una ciotola e poi conservare in un contenitore a chiusura ermetica.
Nel fondo della bottiglia sistemare quattro cucchiai della tisana e far bollire l’acqua di quattro tazze per 8/10 minuti. Mentre la tisana è in infusione, spremere i limoni (o altra frutta).
Filtrare la tisana e aggiungere il succo fresco. Zuccherare a scelta prima di aggiungere l’acqua ghiacciata e eventualmente anche qualche cubetto di ghiaccio.

Calza per il bagnetto
Avete un calzino spaiato? Potete utilizzarlo per realizzare una calza “ripiena” per il bagnetto.
Ingredienti: due cucchiai di: fiori di lavanda (puliscono e calmano la pelle e i rossori, rilassano il sistema nervoso, aiuta a prender sonno), fiori di camomilla (rilassanti, calmanti, lisciano la pelle – attenzione! potrebbero causare reazione allergica a chi è allergico alle Composite/Asteracee -), fiori di tiglio (blando sedativo e calmante del derma), fiori di sambuco (guarisce le infiammazioni, favorisce la cicatrizzazione delle ferite, placa i bruciori da abbronzatura e i rash cutanei), petali di rosa (antinfiammatorio naturale e placa i forti battiti cardiaci), fiori di calendula (calma i rossori della pelle, le scottature, i foruncoli, il prurito), foglie e fiori di menta (rinfrescante e rinvigorente, disinfettante per la pelle), foglie e fiori di melissa (il profumo piace molto ai bambini e aiuta a distendere la mente).
Se si vuole, si possono aggiungere farina o fiocchi di avena (calmanti per allergie, irritazioni, ponfi, foruncoli), latte in polvere, riso in polvere, amido di riso. Per gli adulti si può aggiungere il sale.
Sistemare in un contenitore a chiusura ermetica e tenerlo pronto all’uso. Riempire un calzino con la “tisana” e chiuderlo con un nastro. Appenderlo al rubinetto man mano che l’acqua scende nella vasca.

Latte alla camomilla
Ingredienti: una tazza di acqua; due cucchiai di camomilla e lavanda, mischiati (tre parti di camomilla e una di lavanda; potete anche qui mischiare prima e conservare in un contenitore a chiusura ermetica); latte vegetale q.b. per riempire la tazza (ottima con il latte di anacardi)
Procedimento: portare l’acqua a bollore in un padellino. Rimuovere dal fuoco e aggiungere le erbe (sia sciolte che in un sacchettino) nell’acqua. Lasciare in infusione per 5/7 minuti o poco più per una tisana più aromatica.
Rimuovere le erbe. Aggiungere il latte vegetale e se piace miele o altro dolcificante e riscaldare a fuoco basso.
Volendo, potete anche mettere tutti gli ingredienti (acqua calda!) nel frullatore, farlo andare, e gustare. Ottimo per il mal di testa.

Gel per capelli vegan alla camomilla

Ingredienti: un cucchiaio di foglie di menta, un cucchiaino di succo di limone e uno di sciroppo d’acero, mezzo cucchiaino di gomma di xantano in polvere, una tazza d’acqua, un terzo di tazza di succo di aloe vera, due cucchiai di camomilla.
Procedimento: far bollire l’acqua e aggiungere camomilla e menta, come se faceste una tisana. Lasciar raffreddare a temperatura ambiente. Filtrare. Mischiare tutti gli ingredienti insieme e lasciar riposare per un po’. La gomma di xantano si gelificherà lentamente. Se volete potete anche farlo in un mixer così da velocizzare i tempi. Se il composto risulta troppo liquido, aggiungere ancora gomma di xantano; aggiungere acqua se è troppo compatto o gelificato.

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Ghiaccioli alla camomilla

Ingredienti: tre tazze d’acqua, un terzo di tazza di miele grezzo, un quarto di tazza e un cucchiaino (6 grammi) di fiori di camomilla freschi o secchi.
Procedimento: in un pentolino portare l’acqua a lieve bollore; togliere dal fuoco e sciogliere il miele. Aggiungere la camomilla, coprire con il coperchio e lasciare in infusione per dieci minuti. Se si usano fiori freschi, filtrare.
Riempire gli stampi per ghiaccioli, non completamente (lasciare circa 3 mm in alto).
Inserire gli stecchi e i coperchi degli stampi e far refrigerare per almeno otto ore o per una notte.
Possono essere mangiati prima di andare a dormire e per far passare il mal di gola (in tal caso nella ricetta si può aggiungere anche succo di limone).
Si conservano in freezer fino a una settimana.

Smirnio

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Lo Smirnio, Smyrnium olusatrum L., è una pianta erbacea biennale con fusto eretto, scanalato-striato, privo di peli, alto anche più di un metro, appartenente alla famiglia delle Umbelliferæ (Apiaceæ).
I fiori hanno piccoli petali gialli e sono riuniti in ombrelle con molti raggi. Fiorisce da gennaio a maggio.
I frutti rugosi e neri sono acheni con tre coste.
Le foglie inferiori hanno la guaina allargata e sono divise in tre parti di forma generale ovale, ma divise in foglioline a margine dentato; le superiori sono sessili, collegate direttamente alla guaina.
Cresce negli incolti umidi, sui ruderi e sulle macerie.
È depurativo e diuretico.

Viene anche chiamato, in gergo, alessandrina, corinoli comune, lessandria o macerone. Nel leccese viene chiamato lácciu riéstu (lácciu sta per “l’acc” ovvero “il sedano”), o ngirlenzirniazavírnazirnazírniazirro a Martina Franca. Le ombrelle fiorifere sono chiamate, sempre nel lccese, spirni.
Il nome del genere deriva dal greco σμυρνα, “mirra”, in riferimento all’aroma dei semi; mentre l’epiteto specifico deriva dal latino olus atrum “erba nera”, in riferimento al colore dei frutti a maturità.

Lo smirnio, attestato sin dall’epoca romana, non cresce nell’Italia settentrionale.
Anticamente coltivato come verdura, è ancora, in alcuni paesi del leccese, usato in cucina al posto del sedano.
Le radici sono utilizzate come le carote; i germogli e le ombrelle tenere come gli asparagi; le foglie, lessate o nelle minestre, come il radicchio rosso.
Con le radici e con le foglie si possono preparare salse aromatiche per minestre e brodi.
Con le foglie si aromatizzano pesci e crostacei.
I semi maturi, neri, si tritano come il pepe su tartine e piatti a base di pesce.
Da quando Gayelord Hauser ha scoperto che lo smirnio è l’alimento più ricco di vitamina A, è tornato a essere ricercato e utilizzato in cucina.

Gli stessi utilizzi ha lo Smyrnium perfoliatum L., corinoli dentato, oggi piuttosto raro.
Alla stessa famiglia appartiene Bunium bulbocastanum L., bulbocastano comune, del quale si usano in cucina le foglie e i tuberi, dal sapore di castagne. È pianta infestante le colture, specialmente dei cereali.

Ricette

Smirnio e parmigiano
Ingredienti: radice di smirnio, olio, sale, parmigiano
Procedimento: affettare finemente la radice dello smirnio, condirla con olio e sale, guarnire con parmigiano a scaglie.

Sciusciéllu (brodetto con uova) allo smirnio
Ingredienti: brodo, 4 uova, 50 grammi di parmigiano, 30 grammi di pecorino, prezzemolo, smirnio
Procedimento: preparare il brodo, sbattere le uova con il prezzemolo e i formaggi grattugiati, versare nel brodo bollente; servire anche con crostini di pane.
Ad Avetrana con questo brotu chinu, “brodo sostanzioso”, si usa condire anche la pastina.

Germogli di smirnio arrostiti
Ingredienti: smirnio, olio, sale
Procedimento: raccogliere i germogli prima che si aprano le foglie, arrostirli sulla brace e condirli con olio e sale.

Viola mammola

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La viola mammola (Viola odorata L.) appartenente alla famiglia delle Violaceae, è una pianta erbacea perenne con stoloni radicanti.
I fiori, profumati, solitari, color viola scuro ma virante anche ad altre sfumature, sono portati da lunghi peduncoli con piccola brattea mediana nascenti dalla rosetta basale. Fiorisce da febbraio ad aprile.
I frutti sono capsule subsferiche con fitti peli.
Le foglie, lungamente picciolate e dotate di stipole ovali e lamina rotondeggiante-reniforme, sono disposte in rosetta basale.
Cresce nei luoghi erbosi, nelle radure dei boschi, lungo i viottoli. È anche coltivata.
Si riproduce per autosemina dopo la fioritura primaverile.

Viene chiamata anche, in gergo, mammola, mammoletta, mammolina, viola maura, violacea, violetta. Deriva dal latino viola e dal greco ιον.
Veniva coltivata su vasta scala sin dal 4° secolo A.C..

Al ritorno dai battesimi, in alcuni paesi della Puglia, lungo la strada, venivano offerte viole mammole al prete, ai padrini e alla tienicruce, ovvero la donna che aveva portato il bimbo al fonte battesimale e era stata in casa durante il travaglio del parto.

Le viole mammole sono utilizzate in marmellate, sciroppi; i petali messi nelle insalate danno un leggero stimolo lassativo. Sono utilizzate anche come medicinali contro la tosse.
Serve per decorare dolci, gelati e insalate.
Cresce dal livello del mare fino a 1200 metri s.l.m..

Altra viola edibile è Viola tricolor L., viola del pensiero, erba della Trinità, pensée (“pansé”) selvaggia, suocera e nuora. Nella mitologia greca è il fiore dell’amore e della morte.
È credenza popolare che questo fiore abbia avuto capacità di appianare rivalità tra donne, per questo viene anche chiamata in gergo “suocera e nuora”.

Esiste una leggenda secondo la quale Giove trasformò la sua amata Io in una bianca giovenca per paura della gelosia di Giunone, e fece sì che dalla terra nascessero dei piccoli fiorellini all’inizio della primavera che fossero cibo adatto per lei, e dette loro il suo nome. Un’altra origine del nome “viola” sembra essere Vias, “lati della strada”.

Già nell’antichità, la viola mammola veniva menzionata negli scritti come pianta officinale. Nell’Islam viene descritta con l’eloquente detto popolare: “La viola occupa la posizione più alta, come l’Islam al di sopra di tutte le altre religioni”. Questa pianta fu dedicata anche alle divinità greche e romane. Prima delle loro guerriglie, i legionari romani bevevano vino aromatizzato con la viola di marzo. Nel regno d’Inghilterra, durante la reggenza della regina Vittoria (1837–1901), questa pianta profumata divenne un cult per l’allora ambiziosa industria dei profumi. Intorno al 1893, con la prima produzione sintetica possibile del componente principale ionone, il culto di questa pianta aromatica ebbe improvvisamente fine. Non solo in diverse religioni e nella mitologia si trovano numerosi riferimenti alla grande importanza della viola mammola. Diversi artisti ed eruditi come Theodor Storm e W. A. Goethe descrivono i vantaggi di questa pianta in poesie e opere letterarie.

Altri fiori oltre alla violetta prima portavano il suo nome, ad esempio il bucaneve era chiamato “il bulbo o il narciso violetta”; la pianta che oggi in inglese si chiama “Onestà” (o “Erbaluna”, la Lunaria annua) veniva chiamata “Violetta strana”; e due specie di genziana erano chiamate “campanellina d’autunno” o “violetta Calathea” e un’altra “la violetta di Marianna”. La pervinca, che oggi in Francia viene chiamata pervenche, in altri tempi era conosciuta come “du lisseron” (il convolvolo) o “Violette des sorciers” (“violetta delle streghe”); e quella che oggi conosciamo come violetta, per distinguerla dalle altre, era chiamata “violetta di marzo”.

A Pæstum, che era famosissima per le sue violette e le sue rose, si trovano tantissime violette, e una specie che cresce nei boschi ha foglie enormi e grandissimi pericarpi, ma il fiore è tanto piccolo che a malapena si fa vedere, e questo ha dato origine all’idea che esso cresca sottoterra. I fiori sono di un color giallo pallido.

La violetta d’India fiorisce invece in posizione eretta, mentre la violetta che conosciamo ha il capo che pende verso il basso. È stato suggerito che la posizione verso il basso, in particolare molto prostrata nella viola color violetto, che ha anche la coppa del fiore, la parte verde, più grande rispetto alle altre varietà, serva come una sorta di ombrello per proteggere i semi non ancora matura dalla pioggia e dalla rugiada, che li rovinerebbero. Quando il seme è maturo, il fiore si alza e rimane ritto sullo stelo.

Alcune farfalle si nutrono esclusivamente di violetta, e quando lo stelo alla vista risulta gonfio e spugnoso è a causa loro, che hanno depositato le loro uova sullo stelo nella scorsa estate. Il “cucciolo”, alla nascita, trova cibo pronto per lui, e penetrando la pianta smuove la sua linfa e causa piccole escrescenze.

Le violette erano nominate frequentemente da Omero e Virgilio.
Gli ateniesi le utilizzavano per “moderare la rabbia”, procurare il sonno e “confortare e rinforzare il cuore”.
Plinio descrive un unguento preparato con la radice di violetta e l’aceto per la gotta e per i disturbi della psiche, e afferma che una ghirlanda di fiori di violetta posta sul capo allontanerà i fumi del vino e preverrà mal di testa e giramenti di testa.
Gli antichi Bretoni usavano i fiori come un cosmetico, e in una poesia celtica si raccomanda di utilizzarli in infuso nel latte di capra per aumentare la bellezza femminile.
Nella traduzione anglosassone dell’Erbario di Apuleio del 10° secolo, l’erba Viola purpureum è raccomandata “per ferite fresche e ancor di più per quelle di lunga data” e per la “rigidità di stomaco”.
Nell’Erbario di Macer del 10° secolo la violetta è tra le molte erbe considerate potenti contro gli “wykked sperytis“, gli spiriti maligni.

L’Erbario di Askham riporta questa ricetta per l’insonnia:
“Per coloro che non riescono a dormire perché non stanno bene, preparare un infuso di quest’erba in acqua e fare un pediluvio avendo cura di mettere i piedi e le anche, e prima di andare a letto, mettere l’erba sulle tempie”.

Le violette, come le primule, sono spesso state associate alla morte, in particolar modo dei giovani. Questo sentimento è stato espresso sempre, sin dai tempi più antichi. Ne parla Shakespeare nell’Amleto e in Pericle e Milton in Lycidas.

In alcune aree del Gloucestershire nel Regno Unito la gente non vuol portare le viole all’interno delle proprie abitazioni perché è credo comune che portino le pulci. Quest’idea può derivare dagli insetti nello stelo.

Quando Napoleone andò in esilio sull’isola d’Elba, il suo ultimo messaggio ai suoi seguaci fu che sarebbe “tornato con le violette”. Si pensò fosse un’allusione segreta al caporale Violette, e la violetta fu allora adottata come emblema del partito imperiale napoleonico. Le violette sono edibili e usate in cucina, in particolare in Francia: “prendete dei fiori di violetta, fateli bollire, pressateli, metteteci sopra un peso” e la ricetta continua indicando di mischiarle con latte, farina di riso e zucchero o miele, e utilizzare il composto ottenuto come colorante. Una ricetta chiamata Mon Amy (“il mio amico”) indica al cuoco di “piantare delle violette” nel piatto e servire subito dopo.

Un vino fatto dai fiori di violetta era molto usato dai romani.
Le violette trasmettono il loro profumo ai liquidi, e in particolare l’aceto ne trattiene molto, oltre ad assumere un colore meraviglioso. Nel caso dell’aceto l’aroma di violetta rimane molto dolce se si lasciano in infusione i fiori.

In caso di bronchite, le foglie hanno un effetto mucolitico; inoltre la viola mammola depura il sangue, aiuta in caso di insonnia e mal di testa. Nell’antichità pare che venisse impiegata anche contro l’effetto dell’eccessivo consumo di alcol. I disturbi alla deglutizione e le infiammazioni della cavità orale si possono facilmente lenire con una tisana di radici. I pregiati ingredienti – saponine, flavonoidi, alcaloidi, sostanze amare ecc. – di questa fantastica pianta da fiore trovano un vasto impiego in campo medico. In omeopatia, la viola viene utilizzata anche in caso di malattie da raffreddamento e infezioni. L’olio eterico della viola viene impiegato ancora oggi nell’industria dei profumi.

Violette candite

Ingredienti: violette, uovo, zucchero
Procedimento: spennellare i fiori con bianco d’uovo appena sbattuto e polverizzare con zucchero a velo.
Far asciugare molto bene e chiudere in vasi.

Marmellata di violette

Ingredienti: un etto di viole mammole (solo i fiorellini); una tazza di acqua calda; 350 grammi di zucchero (la quantità di zucchero può essere variata a seconda di come piace la marmellata, più o meno dolce).
Procedimento: mettere 75 dei 100 grammi di fiori nell’acqua calda e lasciar riposare tutta la notte. Il giorno seguente aggiungere lo zucchero e gli altri fiori e far bollire; passare al setaccio e mettere in vasetti sterilizzati ermetici.

I benefici delle erbe selvatiche

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Le erbe selvatiche sono spesso, anzi nella maggior parte dei casi, più ricche di nutrienti delle erbe coltivate, soprattutto di minerali.
Una ricetta che voglio condividere oggi è un integratore che può essere utilizzato in tisana o infuso o anche “spolverato” su zuppe e stufati, o aggiunto a succhi e centrifugati.

Ingredienti:
radice di bardana
foglie e radice di tarassaco
foglie e radice di ortica
foglie di piantaggine
foglie di edera terrestre
foglie di menta
foglie e fiori di trifoglio rosso
foglie di timo
foglie di salvia

Procedimento:
Far seccare le erbe indicate e una volta secche tritarle con un macinino, poco alla volta. Tritarle con un robot da cucina va anche bene, ma fate attenzione alla velocità e al tempo perché se le lame si surriscaldano modificano le erbe e i loro nutrienti e ne pregiudicano sapore e conservazione.
Una volta tritate, conservare in un contenitore a chiusura ermetica. Vale come per le altre erbe essiccate il consiglio di aprire il contenitore ogni due/tre settimane e lasciarlo aperto per qualche ora per impedire lo sviluppo di muffe, microrganismi e insomma per farle conservare meglio. Questo mix si conserva per un anno.

Utilizzo:
assumere 2/3 cucchiaini giornalmente, come fareste con un integratore.
Si possono anche aggiungere queste erbe in infusione in un aceto così da avere un aceto integratore multivitaminico e remineralizzante.

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Se invece con l’arrivo della primavera volete avviare il programma detox in vista magari della prova costume, potete preparare una tisana detossinante.

Ingredienti:
15 grammi di cime di ortica
15 grammi di foglie di tarassaco
15 grammi di radice di zenzero, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di tarassaco, tritata grossolanamente
15 grammi di radice di bardana, tritata grossolanamente
due bastoncini di cannella, tritati grossolanamente

Procedimento (se ne realizzano 100 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservarli in un barattolo.
Preparare la tisana facendo un infuso di un cucchiaino per tazza in acqua bollente per 5-10 minuti.
Si possono bere da una a tre tazze al giorno, aggiungendo succo di limone fresco e miele a piacere.

Ricordatevi che i preparati detossinanti non vanno dati a bambini di età inferiore ai 12 anni. Ugualmente, non sono consigliati in caso di gravidanza o allattamento.
Naturalmente, se avete problemi di salute bisogna assumere i preparati erboristici solo sotto stretto controllo medico.

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Un’altra ricetta che voglio condividere è la ricetta ideale per il cambio di stagione dall’inverno alla primavera, per prepararsi all’importante transizione durante l’anno, periodo in cui spesso ci si sente giù e privi di energia.

Ingredienti:
12 grammi di cime di ortica
7 grammi di foglie di betulla
5 grammi di fiori di calendula
3 grammi di foglie di ribes
3 grammi di fiori di olmaria

Procedimento (se ne realizzano 30 grammi circa):
mischiare tutti gli ingredienti e conservare in un barattolo. Si mantiene per un anno.
Preparare una tisana con un cucchiaino per tazza di acqua bollente.
Si può assumere due/tre volte al giorno.

Alla prossima!

[continua…]