Novembre: tempo di crisantemi (in cucina!)

L'immagine può contenere: pianta, fiore e cibo

Chrysanthemum L. è un genere di piante della famiglia delle Asteraceae: esso comprende piante erbacee sia perenni che annuali e originari di diverse parti del mondo. Normalmente coltivati come piante ornamentali, i crisantemi sono anche edibili.
Il nome crisantemo deriva dal greco κρυσάνϑεμον, composto di χρυσός, chrysòs, “oro” e ἄνϑεμον, ànthemon, “fiore”.

Tipico fiore associato al mese di novembre, in Italia infatti soprannominato “il fiore dei morti”, negli altri paesi è chiamato “margherita dai sedici petali” e si usa donarlo in occasioni gioiose: in Cina e Corea, ad esempio, è il fiore dei festeggiamenti.
Più in generale, in Oriente i crisantemi si regalano in occasione di matrimoni e compleanni. Nel Regno Unito per una nascita; in Australia si dona alla festa della mamma; negli Stati Uniti è sinonimo di gioia e positività.

In particolare in Giappone, di cui ne è l’emblema ufficiale, il crisantemo è un simbolo importante: è associato al trono imperiale, che infatti è chiamato “trono del crisantemo” dall’imperatore Go-Toba (XII secolo) e lo si trova persino nello stendardo imperiale. L’attuale stendardo dell’imperatore giapponese è costituito da un crisantemo dorato di sedici petali al centro di uno sfondo rosso.
L’imperatrice utilizza lo stesso simbolo, ma a coda di rondine.
Il principe e la principessa ereditari usano la stessa bandiera solo che il crisantemo è leggermente più piccolo e vi è un orlo bianco al centro.

Esiste anche una leggenda sul crisantemo: in un villaggio una bambina vegliava, piangendo, sulla mamma in fin di vita. Uno spirito le comparve vicino e le donò un fiore di crisantemo, dicendole di donarlo alla Morte poiché gli spiriti avevano concesso a madre e figlia di rimanere insieme ancora per tanti anni quanti erano i petali del fiore.
Quando lo spirito scomparve, la bambina iniziò a ridurre i petali in striscioline sottilissime pur lasciandoli attaccati al fiore. Quando la Morte arrivò e vide il fiore, scoprì un numero di petali infinito.

In cucina

Tutti i fiori di crisantemo sono commestibili, tuttavia il loro sapore varia in un range molto ampio da specie a specie, da dolciastro a piccante ad amaro e pepato. Il mio consiglio è di sperimentare con la specie prima di procedere con una ricetta.

La tisana fatta con i crisantemi è forse il cibo più conosciuto in cui il fiore viene utilizzato. Si prepara solitamente con fiori bianchi o gialli delle specie Chrysanthemum morifoliumChrysanthemum indicum.

Si possono utilizzare anche le foglie, in tal senso una verdura tradizionale giapponese è proprio un crisantemo, la specie Chrysanthemum coronarium, conosciuto come Shungiku, il crisantemo delle ghirlande. Ha un sapore delicato che fa sì che le foglie vadano bene insieme ad altre verdure saltate in padella o con il chop suey, nome inglese per un piatto della cucina cinese americana (e anche cucina cinese d’oltremare) composto da carne e uova, cucinato rapidamente con verdure come germogli di soia, cavoli, sedano e appunto le foglie di questa specie di crisantemo, e legato grazie a una salsa addensata dall’amido.
In Giappone questa specie di crisantemo è la più popolare nei giardini.

I fiori del crisantemo possono essere sbianchiti, poi si rimuovono i petali e si aggiungono ai piatti: questo se si vuole un piatto interamente cotto. Naturalmente la sbianchitura è più facile con le varietà dai fiori più grossi (che gli anglofoni chiamano mums, “mamme”) e che hanno quindi petali più “sostanziosi”. Se si utilizzano questi fiori è meglio evitare le foglie e la base del fiore che solitamente è molto amara.

Potete provare anche a preparare il “vino” di crisantemi, utilizzando però solo fiori bianchi e gialli come si fa nella tradizione orientale.

Attenzione! Il piretro, un insetticida a base di piante, viene realizzato dai fiori essiccati di Chrysanthemum cinerariaefoliumC. coccineum. Sebbene sia necessaria una grande percentuale di fiori per produrlo, sarebbe meglio evitare negli individui più sensibili tali specie – e anche in giardino se avete gatti evitare di coltivarli -.
Inoltre, non vanno utilizzati crisantemi acquistati in vivaio che potrebbero esser stati spruzzati con anticrittogamici o concimi chimici.

Una ricetta facilissima e che ben si presta anche al periodo è quella dei crisantemi in pastella, ma dolci.

In una ciotola raccogliete i petali dei crisantemi, facendo attenzione a eventuali residui di terra e insetti. Saranno sufficienti quattro fiori abbastanza grandi per una dozzina circa di dolcetti.
Coprire i petali con grappa, rum, gin o liquore a vostra scelta, dal sapore non troppo prevaricante. Lasciare in macerazione per un’ora circa.
In un’altra ciotola preparate la pastella.
Prima montate a neve l’aquafaba (acqua di cottura dei ceci) da due lattine di ceci precotti aggiungendo 100 grammi di zucchero a velo aromatizzato (vaniglia o altro aroma di vostro gradimento, io ci aggiungo sempre mezzo cucchiaino da caffè di rizoma di Geum urbanum, che ricorda chiodo di garofano e cannella).
Quando l’aquafaba è montata a neve, unire mescolando, poco alla volta, 200 grammi di farina (anche di riso o mais) alternando con un quarto di latte di mandorla o nocciola.
Far riposare per 40 minuti.
Strizzare i petali dei crisantemi, unirli alla pastella, mescolare e poi, a cucchiaiate, versare in padella in olio di semi di girasole caldissimo. Far dorare dai due lati e servire.

Un’altra variante dolce sono le meringhe con i petali colorati: per questa ricetta vanno benissimo i petali dei crisantemi viola o fucsia.
Montare a neve l’aquafaba – come fareste per gli albumi d’uovo – aggiungendo zucchero e aromi a piacere. Prima di procedere alla creazione delle meringhette sulla placca del forno, aggiungete i petali. Evitate di inserirli direttamente sulle meringhe già pronte poiché in forno brucerebbero. Potete utilizzare anche petali essiccati a pezzettini direttamente nell’aquafaba in fase di montatura.

Infine, una ricetta semplicissima e sfiziosa sono i crisantemi al forno. Raccogliere i fiori, i più grandi, controllare minuziosamente residui di terra o insetti tra i petali e disporre i fiori su una teglia. Cospargere abbondantemente di zucchero, distribuendolo anche tra i petali. Volendo, potete usare zucchero aromatizzato o granella di mandorle o altra frutta secca.
Accendere il forno a calore moderato (150° circa) per una decina di minuti.
Trasferire nel piatto da portata e servire subito, magari accompagnando con una ciotolina di crema a base di latte di mandorla.

Infine, naturalmente, potete utilizzare i petali a crudo per tutte le decorazioni immaginabili, sia dolci che salate!

L'immagine può contenere: dessert e cibo

© Eleonora Matarrese 2019 – Tutti i diritti riservati

Tasso (Taxus baccata L.)

Tasso – Taxus baccata L.
Il tasso, in gergo, è chiamato “albero della morte”.

Cleaned-Illustration_Taxus_baccata.jpg

Il principio attivo responsabile della tossicità di rami, foglie e semi, in cui è presente in percentuale variabile, è un alcaloide, la tassina: ha effetto narcotico e paralizzante sull’uomo e su molti animali domestici. È contenuto in percentuale maggiore nelle foglie vecchie.

Il tasso è una tra le piante più tossiche presenti sul territorio italiano. Diversi sono i principi attivi in esso contenuti, oltre alla tassina dalla potente azione cardiotossica: l’olio di tasso, una sostanza fortemente irritante, e altri principi attivi tra cui l’efedrina.
Tutte le parti della pianta sono tossiche ad eccezione dell’arillo e il loro grado di tossicità varia a seconda della stagione, del sesso della pianta e della sua età. Anche processi denaturanti, come l’essiccazione e la disidratazione, non diminuiscono il suo potere tossico.

La sintomatologia dopo aver mangiato il tasso riguarda l’apparato gastroenterico con forti dolori colici, diarrea e vomito; l’apparato cardiocircolatorio, con vasodilatazione periferica, diminuzione della frequenza cardiaca e diminuzione dell’intensità del polso periferico; la vasodilatazione porta anche a ipotermia; l’apparato respiratorio: le alterazioni vasodinamiche che si creano portano il soggetto ad avere un ridotto afflusso ematico a livello polmonare con sintomi come dispnea, atteggiamento a “fame d’aria”, polipnea.
Sono particolarmente colpite le specie più sensibili, in particolare il cavallo.
Dato che la pianta è molto spessa e l’avvelenamento iperacuto, spesso nello stomaco si trova la pianta non digerita. La maggior parte dei soggetti muore in due/tre giorni.

Il tasso appartiene alla famiglia delle Conifere ma, essendo una Pinophyta, non produce frutti. Quelli che sembrano i frutti in realtà sono arilli, ovvero escrescenze carnose che ricoprono il seme. Questo tessuto carnoso deriva dallo sviluppo delle squame basali del piccolo cono femminile, inizialmente verdi e rossi a maturità che contengono un solo seme, duro e molto velenoso.

1024px-Taxus_baccata,_particolare_della_bacca.JPG

Quelli che sembrano i frutti in realtà sono degli arilli, ovvero delle escrescenze carnose che ricoprono il seme. Questo tessuto carnoso deriva dallo sviluppo delle squame basali del piccolo cono femminile. Inizialmente verdi, rossi a maturità, contengono un solo seme, duro e molto velenoso; la polpa è invece innocua e commestibile.
Gli uccelli favoriscono la diffusione della pianta: mangiando gli arilli, ne digeriscono la polpa mentre i semi veri e propri attraversano intatti il processo digestivo e una volta espulsi si insediano nel terreno, dando origine a un nuovo esemplare.

Il tasso è quindi una pianta zoofila (o a riproduzione ornitogama), ovvero si serve degli animali per riprodursi. Senza gli animali gli arilli cadrebbero al suolo e non crescerebbero per la mancanza di luce e la concorrenza con la pianta madre per i sali minerali del terreno.
Un seme di tasso può impiegare fino a due anni dalla messa a dimora per germinare, pertanto i propagatori utilizzano principalmente le talee, che comunque richiedono alte concentrazioni di ormone radicante per sviluppare le prime radici.

Molte delle sostanze tossiche presenti nella pianta possono essere usate come principi attivi in prodotti chemioterapici per la lotta di alcune forme di cancro: in particolare la tassina è utilizzata in alcune forme neoplastiche a livello ovarico e a livello di tumore al seno. È testata anche per tumori alla prostata, alla vescica e al polmone.

Il nome comune “tasso” deriva dal greco tóxon che significa “arco/freccia”. L’appellativo “albero della morte” nasce dal suo impiego nella fabbricazione di  dardi velenosi e dalla sua caratteristica tossicità, oltre al fatto che veniva utilizzato nelle alberature dei cimiteri. Inoltre, le sue caratteristiche meccaniche lo rendono eccellente per realizzare archi e balestre: l’arco di Ötzi, l’uomo del Similaun, era in legno di tasso.

In inglese il tasso si chiama yew, dall’anglosassone iw e eow, dal protogermanico *iwo-, fonte anche del medio olandese iwe, dell’olandese iif, dell’antico alto tedesco iwa, del tedesco moderno Eibe e del norreno yr, dal protoindoeuropeo *ei-wo-, fonte anche dell’antico irlandese eo e del gallese ywen, probabilmente una forma-suffisso della radice *ei con il significato di “rossiccio, variegato, giallo”.
L’Old English Dictionary indica che il francese if, lo spagnolo iva, il latino medioevale ivus derivano dal germanico (e l’olandese iif dal francese); altri sostengono come origine un vocabolo in lingua gallica, ivos. Anche il lituano ieva deriva dal germanico.

L’italiano “tasso”, invce, dal latino tàxus (cfr. Antico slavo tisu), dalla radice tak- taks “costruire, fabbricare” (cfr. “tessere”), vedi anche sanscrito takšati “fabbricare” (specialmente il legno); tákšan “legnaiuolo”; takšanam “scure”; takšaka “sorta d’albero” e “legnaiuolo”; greco tèktôn “artefice”; antico slavo tesati (letterario test) “tagliare”, tesla come in medio alto tedesco déhsel “scure” e tisa come il russo tisū; boemo tis; magiaro tisza “pino”; antico alto tedesco dëhsen “fabbricare”, propriamente “legno adatto a fabbricare”. In sanscrito e greco, rispettivamente tàkšan e tòxon indicano “che si presta al tornio o a essere inciso” e confrontare nel significato anche l’origine della parola “tossico”.

1_LWtaJzP_PZDno0VbWJERsQ.jpeg

Con gli arilli si può preparare un’ottima gelatina dal sapore unico, da provare almeno una volta nella vita. Bisogna prestare estrema attenzione all’eliminazione di ogni singolo nocciolo e parte di esso e avere a portata di mano un asciugamano/tovagliolo per pulire le dita anche perché gli arilli sono estremamente gelatinosi e rendono i polpastrelli molto scivolosi.

La ratio per la gelatina è 1:1 nell’aggiunta di acqua; mentre si può aggiungere zucchero o altro dolcificante anche se le “bacche” sono molto dolci per cui si può semplicemente aggiungere, se si vuole, un po’ di buccia o nettare di mela o pera.

20131103_073613.jpg

Dopo aver tolto tutta la polpa degli arilli (che, come per i cinorrodi, è un lavoro annoso), la si mette in un pentolino con dell’acqua. L’acqua viene aggiunta solo per ammorbidire ulteriormente la polpa. La consistenza, in questo stadio, ricorda l’albume. Ci può volere un po’ di tempo finché la polpa si spappola, e questo dipende anche dalla temperatura della cucina. Potrà anche essere necessario schiacciarla nel pentolino e per far prima si può usare la base di un bicchiere perché con un semplice cucchiaio in legno non si schiaccia. Si aggiungono due cucchiai rasi di dolcificante per rendere il sapore più accentuato e si fa evaporare l’acqua in cottura. Si svilupperà una schiuma simile a quella che si crea quando si fa bollire il latte, ma non va eliminata. Una volta cotte si invasano in vasetti in vetro sterilizzati come una classica marmellata. Può essere difficile separare la parte più “polposa” dalla semplice gelatina, che “sfugge” alle posate di metallo e alle dita come il bianco d’uovo. È più agevole conservare polpa e gelatina insieme.
Ottima con formaggi stagionati, riso basmati e in accompagnamento a arrosti e radici al forno.

 

  • Tossico: dal latino tardo toxicus “avvelenato”, dal latino toxicum “veleno”, dal greco toxikon (pharmakon) “(veleno) per uso sulle frecce”, da toxikon, neutro di toxikos “che riguarda frecce o archi” e quindi un arco, da toxon “arco”, probabilmente da una parola degli Sciti che in latino fu un prestito: taxus “tasso”. Watkins suggerisce anche, come possibile fonte, l’iraniano taxša “arco”, dal protoindoeuropeo *tekw- “correre, scappare”.

Amaranto

Gli amaranti sono specie erbacee a ciclo annuale, infestanti dei campi, estremamente comuni e facili da riconoscere.

Il nome ha derivazione dal greco ἀμάραντος “che non appassisce”: infatti, le piante sradicate e avvizzite, se poste in acqua, riacquistano turgore e vitalità.
In inglese è chiamato pigweed, “erba dei maiali”, perché solitamente cresce nella zona di campo in cui si nutrono i maiali.

Illustration_Amaranthus_retroflexus0.jpg

L’Amaranthus retroflexus, chiamato amaranto comune o in gergo blito, è una pianta erbacea annuale con fusto eretto, più o meno lignificato alla base nelle piante adulte, densamente pubescente anche sui rami.
Foglie pubescenti sul picciolo e sulle nervature, con lamina lanceolata e lunghi piccioli, a margine intero, con nervature reticolate biancastre. Infiorescenze riunite in spighe corte e dense, la terminale poco più lunga delle laterali.
È una specie originaria dell’America e fa parte della famiglia delle Amaranthaceae, di cui fanno parte le Chenopodiaceae, in cui rientrano farinello, buon Enrico e quinoa. Tra l’altro, l’amaranto comune cresce spesso insieme al farinello (Chenopodium album).

L’amaranto era già apprezzato dai nativi americani: i Cherokee lo usavano come erba cerimoniale religiosa, come astringente per un ciclo mestruale troppo abbondante e come medicamento ginecologico; i Keres per le malattie dell’apparato gastrointestinale; i Mohegan ne facevano un infuso per il mal di gola; infine i Navajo ne ricavavano pane e dolci.
Una curiosità: l’Amaranthus retroflexus è stato mostrato essere in grado di immagazzinare l’isotopo radioattivo cesio-137.

Si trova negli orti, nei giardini e nei campi e spesso è infestante delle colture estive. Si trova anche negli incolti e negli spazi ruderali.

L’amaranto è mangiato in molte parti del mondo. Nessuna specie del genere è tossica, è inoltre pianta ricca di ferro, vitamine e fibre, ma le foglie contengono acido ossalico e possono contenere nitrati se crescono in terreni, appunto, ricchi di nitrati, quindi l’acqua deve essere gettata dopo l’ebollizione.
L’Amaranthus retroflexus è stato utilizzato per moltissimi scopi alimentari e medicinali ed è tra le specie consumate come verdura nei mercati messicani come Quintonil Quelite.
Nel Kerala (India) viene utilizzato per preparare un piatto popolare chiamato thoran in cui si combinano le foglie finemente tritate con cocco grattugiato, peperoncino, aglio, curcuma e altri ingredienti.
I semi dell’amaranto sono ottimi: commestibili sia crudi che tostati, possono anche essere macinati in farina e utilizzati per pane, come cereali caldi o come addensante.

Ci sono numerosissime ricette per prepararlo, eccone alcune:

Antipasti

dolmatakia.jpg
Involtini tipo dolmatakia all’amaranto
Ingredienti: 300 grammi di amaranto, 200 grammi di pomodori (anche verdi; o peperoni), peperoncino q.b. o foglie di Persicaria hydropiper o drupe di Schinus molle; un trito di bulbi di aglio orsino, aglio delle vigne, aglio delle isole, etc.; coriandolo fresco; una tazza di brodo selvatico; sale marino non iodato e olio evo q.b.; foglie di mais freschissime, o di vite o di bardana
Procedimento: lessate i pomodori/peperoni e l’amaranto per dieci minuti, frullate il tutto con il brodo e le altre erbe/spezie.
Mettete a bagno le foglie di mais/vite/bardana. Scolatele e riempite ogni foglia con il ripieno appena frullato. Chiudete le foglie formando un pacchettino e schiacciatele con un peso. Cuocete a vapore finché le foglie esterne non sono cotte.
Volendo, potete utilizzare foglie di vite già lattofermentate e servire subito, accompagnando con tarallini o grissini e un buon bicchiere di vino di fiori!
p.s. se le foglie di bardana sono troppo amare, sbollentatele o sbianchitele prima!

Primi

zuppa.jpg
Zuppa di amaranto al curry
(per quattro persone)
Ingredienti: due bulbi di Allium vineale, un cucchiaino di curry, tre tazze di brodo selvatico*, due topinambur tagliati a dadini; una manciata di amaranto sbollentato; mezzo bicchiere di latte o besciamella di mandorle*; mezzo bicchiere di vino bianco; olio evo q.b.; sale marino non iodato e pepe nero q.b.; formaggio vegetale stagionato*; crostini di pane
Procedimento: in una padella fate soffriggere i bulbi di aglio delle vigne in pochissimo olio evo e insaporite con il curry. Fate sfumare con il vino. Aggiungere il brodo e il topinambur e far cuocere.
Con l’aiuto di un robot da cucina o un mixer a immersione frullate il tutto dopo aver aggiunto l’amaranto. Unite latte o besciamella, salate e pepate a piacere.
Cuocete ancora se volete la zuppa più densa e per scaldarla. Spolverare con formaggio grattugiato e portate in tavola con crostini caldi dopo aver cosparso di petali di fiori selvatici freschi.

Secondi

budino.jpg
Budini di amaranto con olive, uva, lampascioni e aromi selvatici* –> trovi la ricetta su La Cuoca Selvatica – Storie e Ricette per portare la Natura in Tavola edito da Bompiani, in tutte le librerie anche online

Contorni
Amaranto saltato in padella
Mondare e lavare i fusti teneri. In una padella far soffriggere uno o due spicchi d’aglio in un po’ di olio extravergine di oliva e poi far soffriggere i gambi precedentemente asciugati.
Lasciar cucinare a fuoco lento rimestando continuamente di modo che l’olio avvolga tutti gli steli. Salare a piacere a fine cottura.
Si possono mangiare interi, spezzettati o se ne può fare una crema da spalmare su crostini di pane abbrustolito come facevano i contadini.

Conserve
Amaranto sott’olio
Raccogliere i teneri apici dell’amaranto, mondarli, lavarli ed asciugarli bene. Scottarli per un paio di minuti in acqua e aceto in ebollizione e poi scolarli e lasciarli marinare per qualche ora conditi con olio, aceto, aglio, menta e sale. Si conservano in vasetti di vetro sott’olio e possono essere utilizzati come contorno o per condire la pasta.

Farina e polvere di amaranto

waffel.jpg
La farina di amaranto si ottiene dai semi, che si raccolgono nei mesi di settembre e ottobre. È sufficiente raccogliere i semi e macinarli con un macinino da caffè o un robot da cucina, avendo cura di non far scaldare troppo le lame (perché farebbero fuoriuscire gli oli dai semi rendendo il sapore rancido e la conservabilità bassissima). I semi possono essere tostati prima di esser macinati di modo da ottenere un sapore più simile alla nocciola e allo stesso tempo una farina più asciutta che avrà una conservabilità maggiore. Naturalmente i semi, piccolissimi, vanno tostati leggermente altrimenti la farina avrà un sapore amaro e sarà poco digeribile.
Quando si prepara una farina a base di piante selvatiche è sempre preferibile prepararla al momento e in piccole quantità. In particolare, la farina di amaranto è molto ricca di proteine per cui non si conserva a lungo.

Con l’amaranto si può ottenere anche una polvere, che solitamente ottengo dagli “scarti” come steli, fiori e foglie: è semplicissima! È sufficiente far essiccare bene il tutto e tritarlo con un robot da cucina, anche qui facendo attenzione a non far surriscaldare le lame. Si conserva per un anno in un barattolo di vetro a chiusura ermetica, avendo cura – come per tutte le erbe – di far “arieggiare” il vasetto una volta al mese, controllando anche che non ci siano insetti o muffe. Questa polvere si può utilizzare sia come condimento (per dare un aroma di spinacio, ad esempio io la uso spesso al posto del parmigiano sulla pasta o gli gnocchi), come colorante per la pasta o sulle lasagne prima di infornarle per dare un bel colore verde scuro (dopo la cottura si scurisce); è una polvere naturalmente senza glutine e si possono preparare blini, crêpe, waffel (vedi foto), sostituendola in tutto o in parte alla farina per celiaci o, diversamente, la farina di grano.

paté2.jpg

Pâté di ghiande o castagne con amaranto – con Bimby
(per quattro porzioni)
Ingredienti: 500 grammi di acqua, 100 grammi di ghiande cotte pulite o di castagne cotte pelate; 100 grammi di amaranto anche fresco, tagliato; due drupe di Schinus molle (pepe rosa; opzionale); un pizzico di noce moscata; una foglia di alloro fresca o secca
Procedimento: nel boccale versare l’acqua, posizionare il cestello con dentro le ghiande/castagne e la foglia di alloro e farle rinvenire: 8 minuti/100°/velocità 2.
Lasciarle raffreddare.
Sciacquare e asciugare il boccale, inserire l’amaranto e frullare 6 secondi/velocità 6. Riunire sul fondo con la spatola. Frullare ancora sempre 6 secondi/velocità 6.
Aggiungere le ghiande/castagne e le due drupe di pepe rosa e un pizzico di noce moscata grattugiata al momento e frullare 6 secondi/velocità 6. Riunire sul fondo con la spatola. Continuare a frullare per 6 secondi/velocità 6 finché il pâté non sarà pronto. Trasferirlo in una ciotola e conservare in frigorifero fino al momento di servire. Ottimo su pane di ghiande o multicereali caldo, accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso con in infusione un rametto o fiori di achillea!
Si può anche conservare in barattolo di vetro a chiusura ermetica ricoperto da olio evo per scagionare botulino e muffe e garantire una migliore conservabilità, fino a sei mesi o oltre se in frigo.

*Trovi le ricette su La Cuoca Selvatica – Storie e Ricette per portare la Natura in Tavola – Bompiani

© Eleonora Matarrese – tutti i diritti riservati

Lunaria annua

La Lunaria annua L. (e Lunaria biennis Moench, Lunaria annua subsp. pachyrhiza (Borbás) Hayek, Lunaria pachyrhiza Borbás) fa parte della famiglia delle BrassicaceaeCruciferae.

Image result for lunaria annua scheda botanica
Viene chiamata in gergo erba d’argento, lunaria meridionale, probabilmente più conosciuta come “moneta del papa” o “medaglioni del papa”, o anche “moneta pontificia” o “occhiali del papa”. In milanese, erba bianca – come anche la Potentilla anserina – o erba luna.
Nell’Asia sud-occientale viene chiamata “albero dei soldi”, negli Stati Uniti “dollari d’argento”.
In Danimarca la chiamano Judaspenge e in Olanda Judaspenning, “monete di Giuda”: un’allusione ai trenta denari d’argento con cui sarebbe stato pagato Giuda Iscariota nel racconto biblico.

 

Il genere comprende tre specie di cui due, Lunaria annua Lunaria rediviva, sono diffuse allo stato spontaneo in gran parte d’Europa, Italia compresa.
La terza specie, Lunaria telekiana, è endemica dell’Albania.

Fiori di Lunaria rediviva

 

È una pianta erbacea bienne, ma anche perenne ed eccezionalmente annuale, nonostante la specifica del binomiale (annua). Alta e robusta, con steli eretti, cilindrici e legnosi alla base, che possono raggiungere un metro di altezza.
Le foglie sono di color verde scuro, triangolari, astate o cordate, grossolanamente e irregolarmente dentate, lunghe 10/15 cm; le foglie inferiori sono opposte e lungamente picciolate, con lamina triangolare acuminata all’apice; le foglie superiori sono sessili o subsessili, alterne e gradatamente più piccole.

I fiori sono numerosi, ermafroditi, attinomorfi, dialipetali, riuniti in infiorescenze senza brattee, a racemo terminale spesso accompagnate da altri racemi ascellari, di colore variabile dal viola al rosa fino al porpora, raramente bianchi.
Hanno il calice con quattro sepali violacei, di cui i laterali hanno base sacciforme.
La corolla ha quattro petali, in croce – da cui appunto Cruciferae -, patenti, obovato-spatolati grandi 10×20 mm. L’androceo è tetradinamo con due nettari laterali, e l’ovario è supero bicarpellare.

IMG_2992.JPG

I frutti sono siliquette latisette, ellittiche e arrotondate alle estremità, di 2/6 cm di diametro, erette o appena pendule, molto appiattite. Lasciano intravedere i semi arrotondati e alati al loro interno. Hanno colore prima verde poi argenteo.

Cresce nell’Europa meridionale, in particolare nella regione carpatico-danubiana.
Fiorisce tra aprile e maggio e va in seme tra maggio e giugno.
Si trova nei campi, sotto le siepi, ai bordi stradali, nei prati umidi, sulle rive dei corsi d’acqua e su terreni a mezz’ombra, silicei e ricchi di humus, fino a 1000 metri di altitudine.

La Lunaria rediviva L. è molto simile alla L. annua: è una pianta perenne dei climi temperato-freddi, molto comune in Gran Bretagna e nell’areale alpino. Ha le foglie mucronate, più nettamente dentate e picciolate (anche le cauline superiori), i frutti ellittici e progressivamente ristretti alle estremità. I fiori hanno un profumo intenso.

Lunaria deriva dalla luna, secondo alcuni per il potere dei suoi frutti rotondeggianti, che somigliano a monete d’argento (da qui il nome popolare) e che riflettono i raggi lunari. Secondo altri, essi somigliano alla luna piena di notte.
Viene chiamata lunaria selvatica anche l’alliaria (Alliaria petiolata (Bieb.) Cavara et Grande), appartenente alla medesima famiglia, le Brassicaceae.

Si tratta di una specie commestibile: le radici e le foglie venivano consumate in insalata e apprezzate per le loro proprietà diuretiche.
La lunaria è solitamente coltivata per uso ornamentale, sia per i suoi fiori (una delle poche Brassicaceae ad avere il fiore fucsia/viola/porpora) sia per i bouquet secchi già pronti al termine del ciclo vegetativo.

Alla lunaria anticamente venivano attribuite proprietà magiche, per la somiglianza dei suoi semi alle monete veniva considerata portatrice di ricchezza e per la sua forma e lucentezza propiziatrice dei favori della dea Luna, che avrebbe protetto chi la possedeva dalla miseria e dagli spiriti maligni.

Come si cucina la lunaria?

IMG_2991.JPG

Trattandosi di una Brassicacea, appartiene alla stessa famiglia di cavoli, verze e rucola.
Quindi potremo utilizzare le foglie in insalata o misticanza, da raccogliere di preferenza prima della fioritura.
Gli steli giovani possono essere messi sott’aceto e il sapore sarà piacevolmente piccante. Si potranno aggiungere, spezzettati, ad insalate, riso lessato, insalate di riso, o come contorno a bolliti e formaggi.
Si possono utilizzare anche i fiori, come decorazione.

La particolarità della lunaria sono però i semi: trattandosi di una Brassicacea si tratta di silique e la loro forma particolare li rende molto attrattivi – e facili da riconoscere per la raccolta -.
Si raccolgono giovani, quando sono ancora morbidi e i semi all’interno sono poco visibili e non troppo spessi.

IMG_2986.JPG
Per raccoglierli dalla pianta bisogna mettere la punta dell’unghia del pollice in corrispondenza al loro attaccamento al caule (stelo), e schiacciare leggermente verso il basso: in questo modo verrà eliminato il bordo esterno, un “filo” un po’ coriaceo che potrebbe dar fastidio durante la masticazione.

IMG_2987.JPG
Una volta raccolti, si possono utilizzare tal quali nelle insalate o si possono mettere sott’aceto.
Si può preparare un chutney e se ne aggiungono un paio, tre al massimo ogni 500 grammi di composta, poiché hanno davvero un aroma preponderante, piccante quasi. Ricorda il cren (rafano, Armoracia rusticana) e anche la rucola selvatica raccolta giovane vicino al mare.

IMG_2996.JPG
Altrimenti, si possono fermentare. È sufficiente preparare una salamoia di acqua declorinata e sale marino non iodato in percentuale del 2% sul totale dell’acqua. Si fa sciogliere il sale e dopo aver sistemato le silique in un vaso di vetro sterile si coprono con la brina, avendo cura di lasciare un dito o due prima del bordo del vaso. Si copre con uno strofinaccio legato con un elastico e si lasciano sul piano della cucina, lontano da fonti di calore, per almeno 48 ore. Solitamente con le fermentazioni “selvagge” si aspettano tre/quattro giorni, ma le silique di lunaria hanno davvero un aroma molto forte che potrebbe non essere gradito a tutti, quindi conviene assaggiare prima.
Una volta che il sapore è di gradimento, si chiude il vaso con il coperchio e si sistema in frigo. Nulla vieta di aggiungere aromi (selvatici!) a piacere, come semi di cumino dei prati (Carum carvi), drupe di pepe rosa selvatico (Schinus molle), foglie di ellera terrestre (Glechoma hederacea) per un sentore balsamico.

IMG_2995.JPG
Potete aromatizzare anche l’olio ponendo in un’oliera una siliqua un po’ più coriacea rispetto alle altre e tenendola per una settimana al massimo.
Infine, può essere aromatizzato anche l’aceto: in una bottiglia di aceto di mele sistemate due lamponi, due silique di lunaria, un rametto di asperula (Galium odoratum) e cinque o sei foglie di ellera terrestre (Glechoma hederacea). Otterrete un aceto che ricorda il balsamico ma ha in più il sentore tipico della mostarda. Ottimo per una salsa verde o un puré piccante invernale per accompagnare formaggi stagionati.

 

IMG_2997.JPG

 

 

Le ricette e i suggerimenti di cucina selvatica © Eleonora Matarrese – tutti i diritti riservati -. 
In caso di condivisione si prega di citare la fonte.

Bibliografia:
Sandro Pignatti – Flora d’Italia – Edagricole, Bologna, 1982
Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi G. – An Annotated Checklist of the Italian Vascular Flora – Roma, Palombi Editori, 2005
Peroni G., Bonalberti C., Peroni A. – Erbe e piante selvatiche in cucina – Pietro Macchione Editore, pag. 7
Flora Iberica – Plantas vasculares de la Peninsula Iberica e Islas Baleares
The International Plant Names Index (IPNI)
Galleria della Flora delle Regioni Italiane

La frangipane selvatica

La frangipane selvatica

In occasione di un incontro speciale ho preparato la classica torta frangipane rivisitandola con l’utilizzo di materie prime vegetali e selvatiche.
Roberta mi ha chiesto la ricetta, eccola qui!
Quando ero bambina mi annoiavo spesso e mia nonna mi dava da leggere un libro che aveva avuto in regalo da mio nonno come regalo di nozze (!) dal titolo squisitamente esplicativo – per quei tempi! -: Le tre B d’oro ovvero Buona mensa, Bella casa e Brava donna.
Questa enciclopedia, perché di questo si tratta, offre numerose ricette classiche della tradizione e altre che per quei tempi erano una vera novità. Partendo da queste ricette come base si può ottenere un ottimo risultato con un’attenta rivisitazione.
Bisogna poi aggiungere che gli accostamenti con la mandorla non sono sempre semplici e scontati: persino ne La Grammatica dei Sapori per fortuna viene convalidata la mia scelta papillare – tra le mie preferite – di accostare la mandorla con il lampone: “il lampone può trarre grande beneficio dall’associazione con il sapore morbido e dolce della mandorla, che smussa gli angoli più acuti del frutto ma non intralcia la diffusione del suo sapore delizioso”. Il suggerimento del libro è una panna cotta alla mandorla con salsa di lampone e propone anche una crostata Bakewell.

La mia frangipane ha una rivisitazione completa, dato che la ricetta originale vuole burro, uova, mentre io ho utilizzato burro di mandorle autoprodotto, latte di mandorla autoprodotto e ho aggiunto polvere di Opuntia spp. che ai più potrà sembrare un accostamento azzardato, invece penso si armonizzi alla perfezione con il lampone e il tono nocciolato/tostato che si ottiene con il burro di mandorla.

 

frutti di Opuntia dillenii

Prima di procedere con la ricetta, vi spiego come preparare a casa il burro di mandorle: bisogna prima di tutto che le mandorle siano biologiche e di ottima qualità. Potete utilizzarle con la pellicina o senza, ma è fondamentale che vengano messe a bagno per una notte così da ammorbidirle – ed eliminare i fitati residui, che non è fondamentale ma male non fa -.
Quindi mettete a bagno la quantità di mandorle che vi serve (ad esempio, per un “panetto” standard di burro, 250 grammi), e al mattino risciacquatele e se necessario lavatele velocemente sotto acqua corrente. Sistematele in un robot da cucina abbastanza potente, che abbia da due a quattro lame e una velocità turbo. Tritatele finché non raggiungono la consistenza di una farina, poi tritate ancora. Il calore delle lame farà sì che gli oli naturalmente presenti coagulino il tutto e otterrete così una consistenza cremosa e oleosa. Se necessario potete aiutarvi con un po’ d’acqua tiepida, ma pochissima, e soprattutto da non usare se intendete conservare il burro per più di una settimana poiché avrebbe una shelf life inferiore. Potete anche aromatizzarlo o salarlo o zuccherarlo. Per questa ricetta serve senza aggiunte.

Per preparare la polvere di Opuntia si può procedere in due modi: o, dopo aver eliminato i semi centrali dei frutti, sempre con l’aiuto di un robot da cucina, ridurre in purea i fichi – precedentemente puliti dai glochidi, ça va sans dire, ma lasciando la pelle -: otterrete una purea simil-gelatinosa, che tenderà a rapprendersi. Spalmatela su un foglio di acetato o silicone e fatela essiccare o in un essiccatore a 35°/40° (c’è l’apposito programma) o in forno già caldo, spento, a più riprese. Questo procedimento fa sì che si ottenga quello che chiamo “cuoio” ovvero una sorta di pellicola spessa. Una volta essiccato verificate che sia asciutto: se è appiccicoso va essiccato ancora. Polverizzate con l’aiuto di un robot da cucina potente questo cuoio e avrete la polvere.
Un altro procedimento in uso nei paesi mediorientali prevede l’uso dei semi: andranno lavati ed essiccati e poi si potrà procedere alla polverizzazione.
In entrambi i casi la polvere dovrà essere simile allo zucchero a velo.
Se si vuole conservare per lungo tempo, è sufficiente aggiungere un cucchiaino raso di amido di mais o di riso e sistemarla in un contenitore di vetro a chiusura ermetica, da controllare e far aerare una volta al mese o due.

rizomi freschi di Geum urbanum

Per conservare lo splendido color magenta dell’Opuntia si può utilizzare il medesimo procedimento che ho utilizzato per i lamponi e le fragoline di bosco, che è un procedimento più “industriale”: dopo aver raccolto i fichi e i frutti di bosco, quindi freschissimi, si abbattono – potete anche surgelarli, facendo attenzione che non sviluppino ghiaccio intorno – e poi si sistemano, ancora abbattuti, in essiccatore dove si fanno essiccare a 70° finché non sono “rappresi”. Si procede alla polverizzazione e in particolare per i frutti di bosco il colore sarà quasi fluorescente e di effetto spettacolare per la decorazione in cucina. Nulla vi vieta di aggiungere zucchero a velo o altri aromi, in dose minore per non coprire il sapore. Io ho aggiunto pochissimo zucchero a velo e mezzo cucchiaino raso di polvere di rizoma di Geum urbanum che, ricordo, ha un sapore “terroso”, di sottobosco, che vira tra la cannella e il chiodo di garofano (del resto, in alcune regioni come la Toscana, la pianta è chiamata “garofanaia”).

27781806_10215352507551411_1418629944_n.jpg

torta pronta!

Ingredienti:
– per l’impasto: 100 grammi di farina, 150 grammi di farina di riso (o altro cereale), 90 grammi di zucchero mascobado, 80 grammi di burro di mandorle freddo (aromatizzato con un cucchiaino da caffè raso di polvere di rizoma di Geum urbanum e mezzo di zucchero a velo), 50 ml di infuso freddo di Oxalis spp. (raccogliere foglie fresche di Oxalis spp., ovvero l’acetosella, e fare un infuso a freddo per due ore circa, in frigorifero; togliere le foglie e utilizzare), un pizzico di cremor tartaro, un pizzico di sale;
– per il ripieno: frutti di bosco freschi o decongelati (io ho usato fragoline di bosco e lamponi), polvere di vaniglia Bourbon, scorza di un limone biologico;
– per la crema: un litro di latte di mandorla autoprodotto (prima spremitura, piuttosto denso), 100 grammi di farina, 50 grammi di burro di mandorle, un pizzico di sale, un cucchiaio raso di zucchero mascobado, una punta di vaniglia, una punta di polvere di rizoma di Geum urbanum
– per la decorazione: mandorle a lamelle, polvere di Opuntia spp. e polvere di lampone e fragoline di bosco

Procedimento:
– preparare l’impasto: mischiare le farine, lo zucchero, il sale e il cremor tartaro con il burro di mandorle e versando piano l’infuso freddo a filo. Lavorare l’impasto fino a ottenere una palla e non lavorarlo troppo se no il burro si scioglie e diventa difficile lavorare bene. Avvolgere nella pellicola e lasciare in frigo per mezz’ora circa;
– per il ripieno: con un robot da cucina amalgamare i frutti di bosco precedentemente asciugati su carta assorbente per eliminare eventuale acqua/umidità in eccesso, una punta di polvere di vaniglia e mezzo cucchiaino di polvere di buccia di limone senza la parte bianca. Lasciare il ripieno morbido e grossolano come un crumble;
– stendere l’impasto con un mattarello e sistemarlo in una tortiera precedentemente unta con burro di mandorle e ripassata con poca farina setacciata (eliminare l’eccesso), coprendo anche i bordi. Cuocerla con i fagioli all’interno per una decina di minuti a 180° in forno ventilato;
– togliere la base dal forno e riempirla con la crema di frutti di bosco. Se volete un effetto più crunchy esternamente ricoprire di zucchero di canna a granelli.
Infornare per un’ora a 180°;
– per la crema: scaldare il latte di mandorla; a parte far sciogliere il burro in un pentolino a fuoco molto basso, spegnere il fuoco e aggiungere tutta la farina e mescolare continuamente per evitare grumi. Rimettere sul fuoco e far dorare: questo è il roux, che va aromatizzato ora con lo zucchero, la vaniglia e la polvere di Geum.
Versare poco latte caldo per facilitare lo scioglimento del tutto e poi versare il resto del latte, continuando a girare. Si tratta di una besciamella dolce e la salsa sarà tendenzialmente liquida: potete continuare a scaldarla, sempre a fuoco basso, e magari aggiungere un altro po’ di farina, finché non si sarà rappresa secondo vostro gradimento.
Sistemarla in frigo fino al momento dell’uso: tirarla fuori cinque minuti prima.

Lasciar raffreddare la torta e una volta fredda tagliarla a spicchi.
Sistemare uno spicchio nel piatto e versare sopra la crema a piacere; decorare con polvere di Opuntia, lamponi e fragoline, e cospargere di mandorle a lamelle.

Si ringraziano: Semmy Marziliano per le mandorle biologiche dalla Puglia, Samanta Cornaviera per la foto della torta, Margherita Diviccaro per i frutti freschi di Opuntia spp. 

Stellaria media (L.) Vill.

1200px-Kaldari_Stellaria_media_01.jpg

La Stellaria media (L.) Vill., conosciuta come centocchio, morso di gallina o beccagallina, fa parte della famiglia delle Cariofillacee ed è una delle prime piante a spuntare dopo l’inverno e che può essere consumata per insalate primaverili e una dieta depurativa per allontanare i rigori della stagione fredda.

È una pianta erbacea annuale alta fino a 40 cm circa. Il fusto è debole, sdraiato o ascendente, con una o due file di peli alternate; ramoso, con nodi molto evidenti.
Le foglie sono glabre, ad eccezione del picciolo, a volte con ciglia. Sono intere, ovate, acute, opposte; le superiori quasi sessili, le altre picciolate.
I fiori, bianchi, sono peduncolati, disposti all’ascella delle foglie della sommità del fusto: hanno forma stellata per i cinque petali bifidi e sono visibili solitamente tutto l’anno. È chiamata stellaria proprio per l’idea che i fiori danno di tante piccole stelline.
Il frutto è una capsula che si apre a maturità (deiscente).

La stellaria è diffusa in Europa e ovunque nel mondo, è molto comune in Italia.
Predilige terreni umidi, giardini, campi coltivati, macerie, margini dei sentieri, fino a circa 2000 m.

Si utilizza l’intera pianta, radici comprese, sia fresca che secca, e il succo (estratto).
Contiene saponina, vitamina C, sostanze minerali (in particolare silicio e potassio).

La stellaria ha proprietà nutrienti, diuretiche, toniche, vulnerarie, galattofughe, antinfiammatorie, antireumatiche, astringenti e contro le malattie polmonari.

In caso di tosse o bronchite si può preparare un infuso con 250 ml di acqua bollente e due cucchiaini di erba (anche essiccata) per dieci minuti. Dolcificare a piacere, preferibilmente con miele, e berne due tazze calde al giorno.
Lo stesso infuso può essere utilizzato per lavare ferite, piaghe, ulcere, eruzioni cutanee, e per fare impacchi.
Porta giovamento alle emorroidi e alle contusioni con applicazioni ripetute di foglie fresche contuse.

Il decotto (25 grammi di pianta fresca in un litro d’acqua per 20 minuti) serve per combattere le emorragie interne.

Per diminuire ed inibire la secrezione lattea si possono effettuare cataplasmi di foglie freshe pestate.
Per ridare tono allo stomaco, regolando così anche le sue funzioni, si provi un infuso (6-7 grammi in 250 ml di acqua bollente per 15 minuti): due tazze al giorno prima dei pasti. Si usi tale tisana anche in caso di anemia: un bicchiere prima di ogni pasto.

La pianta può essere raccolta in ogni momento dell’anno, preferibilmente prima della fioritura. Raccogliendo le cimette di volta in volta si potrà avere un raccolto lungo tutta la stagione.
Va essiccata subito all’ombra in ambiente ventilato.

Le cime tenere si consumano nelle insalate, hanno un sapore che ricorda quello delle pannocchie tenere di granturco, oppure cotte come contorno dopo una breve bollitura (preferibilmente sbianchite), poi condite con olio e limone o ripassate i padella con burro e una spolverata di formaggio (o lievito alimentare in scaglie) o con olio e aglio, oppure ancora come condimento per la pasta o nelle frittate. Ottime in besciamella come ripieno per le crêpe.

L’acqua di cottura si può utilizzare per preparare bevande a base di verdure o in sostituzione del brodo vegetale. Si può utilizzare anche come bevanda per una dieta depurativa.

Anche i semi sono commestibili, ottimi leggermente tostati come condimento per insalate o guarnizione esterna di pane e torte salate. In passato venivano macinati e se ne ricavava una “farina”, spesso uniti ad altri semi come quelli dell’Amaranthus retroflexus e della Portulaca oleracea.

Attenzione! La Stellaria media ha un sosia tossico: non va confusa con l’Anagallide che è una pianta velenosa.

Nomi volgari: stellaria, centocchio, centocchio comune, centonchio, paperina, erba piperina, morso di gallina, morso di gallo, erba paperina, erba gallina, pucinella, budellina, centinodia.
Nomi in vernacolo: centöcc, èrba di canarìn, èrba dal canarìn, peveràscia, pavaràascia, peveràzza, peveràzia, peverìna, peverèlla, püaràscia, èrba gràsa, pavarìna di fos, biàava di ucéi, èrba galinèla, peverèla, ris di mür, ciantòscal, ciantùscal, èrba di galìnn, èrba di mür, èrba di üséi.

Screen Shot 2018-01-05 at 09.31.28.png

Zuppa di erbe selvatiche
Ingredienti per 4 persone
Per la zuppa: 4 bulbi (o bulbilli) di Allium vineale, due piccoli cavoli rapa (circa 500 grammi), 250 grammi di patate (preferibilmente a pasta bianca) o di pastinaca, un limone bio, due noci di burro (anche vegetale), 100 ml di vermouth (preferibilmente autoprodotto con Artemisia vulgaris, diversamente Martini Bianco, in alternativa brodo di verdure), 600 ml di brodo di verdure o estratto di stellaria, sale e pepe q.b., noce moscata grattugiata, tre manciate di stellaria, alliaria, Ægopodium podagraria, acetosa, acetosella, nasturzio, billeri primaticcio; 250 grammi di panna (anche vegetale), fiori di alliaria e stellaria per decorare. Per decorare: 3 fette di pane di segale, due noci di burro (anche vegetale) e sale o gomasio.
Procedimento:
per la zuppa, sbucciare e tritare finemente gli spicchi d’aglio. Sbucciare i cavoli rapa e le patate o le pastinache e tagliare le verdure a dadini. Lavare il limone sotto l’acqua calda, asciugarlo e grattugiare la scorza.
Far sciogliere il burro in un pentolino e far appassire dentro l’aglio. Aggiungere cavoli e patate o pastinache e lessarli leggermente per qualche minuto. Bagnare con il vermouth, far evaporare e versare il brodo. Aggiungere sale, pepe, noce moscata e la scorza di limone. Coprire e far cuocere a fuoco lento per 20 minuti.

Per preparare i dadini di pane abbrustolito tagliare le fette a dadini; far sciogliere il burro in una padella e abbrustolire i dadini da entrambi i lati. Salare a piacere.

Lavare e asciugare le selvatiche, staccare le foglie dai rametti, tritare tutto. Aggiungere la panna alla zuppa e frullare con il mixer a immersione. Aggiungere le selvatiche tritate e distribuire la zuppa in coppette da potage o piatti fondi. Cospargere con i dadini di pane e servire, dopo aver spolverato con semi selvatici misti a piacere, magari tostati leggermente, e aver guarnito con fiori selvatici. Se si hanno a disposizione fiori di cartamo o pistilli di zafferano selvatico e si pongono al centro, la zuppa sarà di un gradevolissimo color verde fresco primavera con al centro un sole giallo.

Stelle Fisse – Lab “Il Bosco sotto Vetro”

bosco in vetro

Per il 2 giugno non prendete impegni!
Vi aspetto al Festival Stelle Fisse, prima edizione, che si terrà dal 1 al 4 giugno 2017 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo.

Vi racconterò come conservare, preparare e cucinare ciò che il bosco ci offre per tutto l’anno, naturalmente seguendo la stagionalità e il momento migliore per raccogliere.

Il laboratorio consiste in un momento di riconoscimento e raccolta sul campo e in un  momento di pratica per conoscere procedimenti e ricette.

I partecipanti avranno modo di imparare ricette antiche e semplici per replicarle a casa, oltre che apprendere un patrimonio millenario legato al riconoscimento di cibo selvatico edibile.

Per iscriverti e ulteriori informazioni visita il link.

Ti aspetto!